Il flop del Sistri: imprese pesaresi chiedono risarcimento allo Stato

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21 dicembre 2011

“Class action” per poter recuperare i contributi versati per il Sistema di tracciabilità dei rifiuti pericolosi mai diventato operativo

 

Sistri

PESARO – Imprenditori pesaresi sul piede di guerra. La crisi morde sempre più forte e, di fronte a uno Stato che fino ad ora ha solo saputo vessarli, adesso si dicono pronti a chiedere un risarcimento: quello per poter recuperare i contributi versati per il mai avviato sistema Sistri, il Sistema per la tracciabilità dei rifiuti pericolosi.

Ad appoggiarli la Cna di Pesaro e Urbino che promuove, congiuntamente alle organizzazioni aderenti a Rete Imprese Italia, l’avvio di azioni legali per recuperare i soldi versati dagli imprenditori nel biennio 2010-2011 per il funzionamento del Sistri che non è mai diventato operativo.

Negli ultimi due anni 325.470 imprenditori italiani hanno infatti speso 70 milioni di euro per iscriversi, acquistare oltre 500mila chiavette Usb e quasi 90mila black box. Risultato: il Sistri non è mai partito.

Abbiamo sempre denunciato – sottolinea Camilla Fabbri, segretario della Cna di Pesaro e Urbino – le inefficienze e gli inutili costi del Sistri per le imprese chiamate ad attuarlo. Chiediamo una revisione profonda e strutturale del sistema, per semplificare il quadro normativo e le procedure e rendere il Sistri uno strumento di semplice utilizzo, realmente efficace per contrastare le ecomafie e fondato su criteri di trasparenza ed efficienza”.

La gestione di milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno – secondo la Cna – è affidata ogni giorno ad imprese professionalizzate e corrette. Le stesse che da anni chiedono insistentemente un sistema di controllo che contrasti alla radice ogni illegalità e tutte le ecomafie e non si contano i danni che questa assenza di efficacia nei controlli ha comportato per la salute degli Italiani, per l’ambiente e per l’economia.

L’ex Governo Berlusconi ha creato un sistema di tracciabilità che, nella pratica, si è rivelato una fonte quasi inesauribile di problemi di gestione e di costi per le imprese. Tutto ciò mentre le pratiche illegali continuavano a prosperare indisturbate.

Queste ragioni, accompagnate da un costante e ripetuto rifiuto a costruire un sistema di tracciabilità moderno, efficiente ed efficace hanno spinto le imprese a chiedere i danni al governo e a chi, per il governo, gestisce questa assurda macchina che, nonostante sei rinvii e otto decreti di modifica, si è rivelata semplicemente un rattoppo su un vestito sempre più logoro.

L’azione giudiziaria – spiega Anna Maria Riccioli, responsabile dell’ufficio ambiente della Cna – prevede l’avvio, da parte delle singole imprese ma tramite un’unica struttura legale di una richiesta risarcitoria (una sorta di class action), nei confronti del Ministero dell’ambiente, basata sulla restituzione dei contributi versati, il risarcimento dell’ulteriore danno subito (ulteriori oneri sostenuti per il Sistri) e un risarcimento per “bad regulation”, cattiva regolamentazione“.

Per questo la Cna mette a disposizione delle imprese interessate le proprie sedi sul territorio per formalizzare le richieste risarcitorie.

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