Uscita di sicurezza. I voti alla tredicesima puntata di Servizio Pubblico

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13 febbraio 2012

Uscita di sicurezza

I voti del nostro indignado speciale, Lorenzo Chiavetta, alla 13esima puntata di Servizio Pubblico. Un modo per rielaborare e fissare i concetti principali, e di conseguenza cercare di capire cosa sta realmente accadendo in Italia e nel mondo. 

 

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti: voto 6.
E’ contento di essere in studio e di poter parlare di “Uscita di sicurezza”, il suo ultimo libro, dove ha scritto (lo rimarcherà fino alla nausea) ciò che ha sempre detto in tutti i vertici internazionali in cui è stato invitato. “La crisi del ’29 si ha quando si specula sui terreni della Florida, dunque è di natura immobiliare, proprio come l’ultima del 2008″. Dopo Wall Street, “i problemi economici passano dalla finanza alle famiglie, con un notevole aumento della disoccupazione”. A risolvere tutto ci pensa Roosevelt, che divide le banche in speculative e non, investendo nella costruzione di opere pubbliche. Fatta questa premessa storica, Tremonti critica i derivati, che “hanno natura speculativa” (ma va?), e cita il candidato alle presidenziali francesi Hollande, che ha detto che le banche devono sottostare alla finanza. In questo momento sembra che le acque si siano calmate. In realtà, “c’è tregua finanziaria, perché la Bce stampa moneta dandola alle banche all’1%; queste ultime, però, prestano il suddetto denaro ai cittadini, con tassi molto più elevati”. Non va bene. Nel libro Tremonti sostiene che la discesa in campo dei tecnici potrebbe rappresentare un “fascismo bianco, ovvero un fascismo di nuova generazione”. La fase in cui ci siamo è drammatica, “l’umanità non ci si è mai trovata”. Tutto, a suo dire, è cambiato con la caduta del muro di Berlino, dopo la quale si è ridisegnato il mondo, “con nuovi criteri di commercio globale”. Con lo sviluppo dei paesi dell’Asia, poi, i cambiamenti sono stati ancora più veloci. Il merito è anche di Internet: è qui che la finanza trae la sua ricchezza. Sulla politica dice che essa ha lanciato la globalizzazione, per poi rimanerne vittima. Lui, comunque, “già nel 2006″ aveva previsto la crisi, e non rimpiange nulla del suo operato da ministro. Gli eurobond, dice, potrebbero essere una soluzione per rilanciare l’economia dell’euro, ovvero quella moneta che “è nata dall’unificazione delle due Germanie”. Il problema è che si è creata una moneta unica, senza prima sistemare i bilanci dei 27 paesi membri dell’Ue. La conseguenza è che oggi non abbiamo più una valuta nostra. La Grecia è sull’orlo della bancarotta, ma non la si aiuta con le politiche di rigore (“più stringi e peggio è”). Bisogna incrementare gli investimenti. La politica, comunque, tornerà presto protagonista. La gente ha capito che c’è un esagerato dominio della finanza e che le banche hanno troppo potere. Se continuiamo così, la ricchezza si mangerà le nazioni, per poi sopperire a se stessa. Oggi non esiste più un’economia nazionale, bensì europea o mondiale. Sul debito pubblico, Tremonti dice che non è vero che si è innalzato negli ultimi governi: “Da Ciampi in poi è sempre diminuito”. A me non risulta. Su Monti ha un giudizio positivo, tanto da far sua la dichiarazione in cui dice che la Germania deve fare di più.
Sulla vicenda Milanese, l’ex ministro non ha voglia di discutere. Si limita solo a dire che “non ha mai violato la legge e che ha sempre devoluto ciò che ha guadagnato e guadagna con la politica in beneficenza”.
Nel corso della serata più volte esalta le tesi socialiste europee. Fa pure il simpatico, con delle battutine che ottengono qualche applauso; mentre è spesso evasivo nelle risposte alle domande che gli vengono poste.

Paolo Mieli: voto 7.
L’ex direttore del Corriere è senza dubbio il personaggio più saggio presente in studio. Afferma che ciò che sta succedendo in Grecia potrebbe avvenire anche in Italia, e poi in tutta Europa. “La politica avrebbe dovuto porre dei freni alla globalizzazione e alle banche, ma non l’ha fatto, perché distratta. E non solo in Italia”. Si pensi agli Stati Uniti, da cui è partita la crisi. Mieli ricorda che c’è stato un tempo in cui Tremonti “veniva considerato come Monti”, ossia l’uomo che avrebbe potuto traghettarci al post berlusconismo, senza l’ausilio dei tecnici. Secondo quanto riferito da Bruno Tabacci, però, l’ex ministro si è rifiutato di fare il “Badoglio” della situazione (Mieli sostiene che ha fatto bene). La crisi della politica si è avuta prima di quella economica, già con la caduta della Prima Repubblica. Il fatto è che avremmo dovuto fondare prima un’Europa politica e poi economica, cosa che non è avvenuta. Abbiamo firmato dei patti per il rientro del debito pubblico, che non abbiamo mai rispettato. Anzi, il debito è aumentato.Il risultato è che la sovranità dell’Italia è oggi detenuta dall’Ue, o meglio dalla Germania.
Non manca una frecciatina – giustissima – al centrosinistra, “che in questi giorni pensa solo a quale banchiere debba essere il candidato premier alle prossime elezioni” (se questa è una sinistra…).

Enrico Mentana: voto 6.
Non esiste una politica di destra o di sinistra in appoggio alla finanza. La colpa della degenerazione attuale, Mentana la attribuisce alle politiche di fine anni ’90 di Blair e di Clinton. Sembra che la crisi sia una cosa nuova, ma già nel 2003-2004 si affermava che il capitalismo si sarebbe mangiato la società. Su Berlusconi dice una cosa scontata: “E’ chiaro che è stata l’Europa a volerlo mandare via, e che oggi siamo commissariati”. Poi un parere sull’attuale governo: “I tecnici vanno più forte della politica. C’è il rischio che la gente si chieda se la seconda serve più a qualcosa, considerato inoltre che le scelte devono oggi essere sempre condivise – se non impartite – da Bruxelles”. Sul finale il giornalista pone tutta una serie di domande a Tremonti, del tipo: “Come dovrebbero essere ridisegnate la Bce e le banche nazionali? A cosa serve la Banca d’Italia oggi?”. Le risposte non sembrano esaustive.

Emanuele, ricercatore di Oxford: voto 7.
Rieccolo in un studio, una settimana dopo. Il giovane è in gamba, critico e spigliato al punto giusto. Ha letto il libro dell’ex ministro dell’Economia, e ci tiene a dire la sua. Vorrebbe una forte regolamentazione della finanza, e su questo si trova d’accordo con Tremonti. La sua proposta, per far fronte all’abbassamento della domanda, prevede una migliore ridistribuzione della ricchezza, considerato che non abbiamo mai avuto una tassazione adeguata. Infatti, “dove la tassazione è progressiva, come in Svezia, la crisi è stata minore”.

Luca Casarini: voto 7.
Il suo bersaglio, per tutta la serata, sarà il politico di Sondrio. Lo attacca a più riprese. “Se avete sempre saputo che ci sarebbe stata la crisi, perché la negavate? Perché dicevate che i conti era apposto?”. Bella domanda. Non è d’accordo quando si sostiene che la politica sia ostaggio della finanza. Per il leader no global esse sono un tutt’uno. I cittadini si sono impoveriti per colpa loro. E poi, “non esistono governi tecnici in quanto tali” (vero: si guardi alla maggioranza politica che regge l’attuale esecutivo). Casarini vorrebbe una semplice cosa: che chi ha sbagliato paghi veramente. Non esiste il capitalismo buono e quello cattivo. La crisi è sistemica, cioè causata da un sistema nel suo complesso, che include politica e sindacati. Visto il fallimento di questi ultimi, è nostro dovere “riprenderci la nostra vita dal basso”.

Laura e Antonella, imprenditrici: voto 8,5.
Le due donne ricordano come Italia ci sia la tassazione sul lavoro più alta d’Europa, stipendi bassi e costi di banche e assicurazioni alle stelle. La competitività, in uno scenario del genere, non può che essere scadente. Laura ha un’azienda di famiglia, ma sta chiudendo i battenti, spostando la sua attività in un paese dell’Est. “Qui non posso più pagare i miei dipendenti. Sono obbligata, per poter reggere la competitività”. E’ molto arrabbiata con i politici: “Ma se tutti sapevano della crisi dieci anni fa, come mai i governi non hanno mai fatto nulla per mettere in sicurezza le piccole e medie imprese, che sono il 94% del totale nel nostro Stato?”. In effetti, ha ragione: si è lavorato quasi esclusivamente per salvaguardare colossi come Fiat o Alitalia. Per Antonella, invece, i fatturati, dall’avvento della crisi, sono scesi del 30%. Si lamenta perché i clienti pagano in ritardo, mentre i fornitori vogliono i soldi tempestivamene. Come si fa quindi ad andare avanti? Rivolgendosi alle banche, che però non aiutano: “I soldi non ce li danno, ci considerano inaffidabili”. Tutto vero.
Giovane ragazzo di destra: s.v.
Critica Tremonti per i tagli alla crescita. In questi anni il debito non è stato messo in sicurezza e ci sono stati troppi controlli fiscali alle imprese. Null’altro da segnalare.

Inside Job: voto 10.
Un film da proiettare nelle piazze di tutta Italia.Vengono mostrati alcuni retroscena molto interessanti su banche e agenzie di rating, descrivendo una realtà di cui si sa poco. Ciò che emerge è un’avidità senza pari, ma anche un mondo dedito alla droga e alla prostituzione. Le immagini che ritraggono i senatori americani mettere sotto inchiesta i manager della Goldman Sachs, poi, sono un qualcosa di esilarante e di impensabile allo stesso tempo: in Italia ciò non succederebbe mai. Il meccanismo dei voti dati dalle agenzie di rating, invece, si mostra alquanto contorto. Ci sono banche che sono fallite con la triplice A. Strano, no?
Gianni Dragoni: voto 7,5.
Per prima cosa chiede a Tremonti perché, nei tanti anni che è stato al governo, il debito pubblico è cresciuto. Poi parla delle buste paga degli operai Fiat di Pomigliano: secondo i dati della Fiom essi sarebbero aumentate di “ben” 17 centesimi al giorno (una miseria). Marchionne, invece, se la passa bene. Secondo Dragoni, le sue azioni ricevute in regalo dalla Fiat oggi valgono circa 50 milioni di euro, “un premio più alto del dividendo che la fabbrica torinese distribuisce ai soci, che è pari a 40 milioni”. L’ad Fiat avrebbe venduto un quarto delle sue azioni ma, essendo residente in Svizzera, ci ha pagato meno tasse di quanto, ad esempio, pagano gli operai sui propri stipendi. Il manager italo-canadese, in media, ad oggi, ha ricevuto circa 400 mila euro al mese. Eppure l’azienda perde quote di mercato in tutta Europa, producendo, tra l’altro, sempre meno auto in Italia.

Marco Travaglio: voto 8.
In Inghilterra un ministro si è dimesso per una multa non pagata: “Sono innocente, ma non voglio governare con la distrazione di un processo”. In Italia, invece, abbiamo lo scandalo della Margherita, con i 13 milioni di euro scomparsi dai bilanci del partito di centrosinistra ormai defunto. Rutelli dice che non si è accorto di nulla, mentre Bersani ha aspettato un po’ prima di procedere all’espulsione di Lusi (il parlamentare che si è autoaccusato di tutto). Travaglio rammenta come, qualche giorno fa, alla Guardia di Finanza sia stato negato l’accesso al Senato, dove si era recata per controllare dei documenti sul caso Lusi nella filiale della Bnl situata all’interno di Palazzo Madama. Poi c’è la neve a Roma, con Alemanno furioso contro la Protezione civile (“il sindaco vorrebbe indietro Bertolaso”) e la Protezione civile – e i cittadini romani – furiosi contro Alemanno. Visto che in questi giorni si è parlato molto di posto fisso, viene fatta una postilla sugli impieghi dei figli degli attuali ministri (anche qui sembrano emergere diversi conflitti di interessi), e sulle legislature dei nostri politici in Parlamento: ad esempio, Casini vi risiede dal 1983 e Cicchitto dal 1976. E Berlusconi? E’ appena stato chiesto il rinvio a giudizio per la pubblicazione sul “Giornale” della telefonata Fassino – Consorte. E pensare che Silvio era colui che più di tutti si batteva contro l’utilizzo delle intercettazioni. Qualche critica va anche a Tremonti, reo di “aver fatto 3 scudi fiscali e depenalizzato il falso in bilancio”, senza dimenticare la vicenda “Milanese”.

Michele Santoro: voto 7,5.
Le note musicali di ingresso sono quelle di “Svalutation”, di Adriano Celentano. Santoro non vede l’ora di sentirlo a Sanremo (a tal proposito, la settimana prossima “Servizio pubblico” non andrà in onda): “Chissà che dirà su Monti…”. Dopodiché, il conduttore fa delle rettifiche sull’editoriale di Travaglio della settimana scorsa, su Michelle Martone: “Il suo relatore di laurea non è Persiani, come detto dal giornalista torinese e scritto da diversi quotidiani nazionali; non è vero che il sottosegretario ha mandato il curriculum a Catricalà, anche se è stato scritto da “L’Espresso”. Anche la delega alle funzioni particolari viene smentita. Martone non è stato nemmeno consulente della Civit, e il padre ha visto Previti una sola volta e preso un solo caffè con Verdini. Fatte queste premesse richieste dal sottosegretario, Santoro si rivolge allo stesso, chiedendogli, “visto che è giovane”, di venire in studio a dire le sue verità. Così, magari, potrebbe dirci –  e non solo lui – perché tra i nuovi assunti a Pomigliano non c’è alcun tesserato della Fiom, in contraddizione con la libertà di adesione sindacale e di conseguenza con la nostra Costituzione.
Per quanto riguarda i servizi video, questa settimana sono stati pochi e proposti tutti all’inizio della trasmissione: i commercianti che non riescono a vendere la frutta, con molta merce stipata nei magazzini; i tir che non fanno il pieno a causa del costo del carburante; i campi incolti, “perché non conviene più seminare, visti i ricavi nulli”; gli allevatori di bufale che svendono i propri capi per poter andare avanti.
Poi ci sono gli estratti di “Inside Job”, che tutti noi dovremmo vedere (bel colpo per la trasmissione) e lo scoop di Marco Lillo de “il Fatto Quotidiano” sulla possibile morte del papa nei prossimi 12 mesi. Buona, infine, la scelta degli ospiti.
Vauro: voto 8.
Le vignette sono tutte fantastiche. Ho scelto questa, con l’ex  premier e Bersani: “Berlusconi apre al dialogo al Pd. Così parliamo un po’ di figa”.

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