Il viaggio: solo un piacere o anche un dispiacere?

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18 febbraio 2012

Viaggiare significa scoprire nuovi luoghi, nuovi linguaggi e, perché no?,  usi e abitudini di persone che consideriamo distanti  – non solo fisicamente – a noi. Ecco perché se mi chiedessero di definire tale azione con due semplice parole direi che viaggiare è conoscenza e cultura insieme.

Nell’antichità lo si faceva spesso, alla ricerca di nuove terre da colonizzare. Penso all’impero romano, che nei suoi mille anni di storia riuscì ad allargarsi un po’ in tutto il mondo allora conosciuto; a Marco Polo e il suo incredibile viaggio in Cina; ma anche, con la fine del Medioevo, a Cristoforo Colombo, che con le sue navi partì alla volta dell’America (pur essendo,  il suo obiettivo, quello di raggiungere le Indie); o alla scoperta dell’Antartide, il continente di ghiaccio, avvenuta ufficialmente nel 1820.

Oltre alla curiosità, anche l’avventura ha spinto – e continua a spingere tutt’oggi – a intraprendere dei viaggi per alcuni impensabili. Giovanni Soldini, per dirne una, ha circumnavigato l’intero globo terracqueo con la sua barca a vela, mentre Walter Bonatti, nel 1954, fece parte della spedizione che scalò il K2. Il cinema, poi, ha avuto spesso come tema di riferimento il viaggio (si pensi a “Easy rider” o “I diari della motocicletta”), così come la letteratura (“Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne è solo un esempio tra i tanti).

pendolari

Sì, viaggiare...

Fin qui si è parlato dei viaggi degni di nota, che hanno un posto nella storia. Oggi siamo nel terzo millennio e di certo continuano ad essercene fuori dalla norma come quelli sopracitati, seppur con scopi diversi. Ma, principalmente, se un giovane del 2012 abbandona temporaneamente la propria terra d’origine, lo fa per visitare città turistiche, come Parigi, Roma, Londra, Barcellona, New York. Vedere di persona famosi monumenti, scattare foto, la soddisfazione di tornare a casa e poter dire “Io lì ci sono stato”: sono tutte esperienze che, gran parte di noi, anela di poter vivere almeno una volta nella vita.

E non solo: oltre ai luoghi da esplorare, ci sono anche determinate situazioni, inerenti la modalità del viaggio, di cui si può portare un pessimo o un buon ricordo per tutta la propria esistenza. Come le discussioni con la persona seduta accanto a noi in aereo; o magari una nottata passata in macchina, sull’autostrada (speriamo non la Salerno – Reggio Calabria), a parlare delle proprie vite dandosi il cambio al volante. Poi ci sono i viaggi in treno, ed è qui impossibile non menzionare gli emotivi (nel bene e nel male) viaggi dalla Sicilia verso il “continente”, che purtroppo, con l’ultimo orario ferroviario, sono stati fortemente ridimensionati (dalla Trinacria si può arrivare al massimo fino a Roma, visto che sono stati cancellati tutti i convogli diretti a Torino, Milano e Venezia, proprio nell’anno del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia).

Ma il viaggio è solo un piacere? Certamente no. Gli incidenti avvenuti in volo, i deragliamenti o il recente disastro della Concordia all’Isola del Giglio ne sono la prova. Senza dimenticare poi coloro i quali, per lavoro, sono costretti a spostarsi tutti i giorni in condizioni disarmanti. Sto parlando dei cosiddetti pendolari: c’è chi rimane imbottigliato per ore sulla tangenziale prima di poter giungere a destinazione; e chi, peggio ancora, è costretto ad utilizzare il treno, stipato con altra gente in sovrannumero su carrozze dell’immediato dopoguerra, veri e propri carri-bestiame che, tra l’altro, danno, il più delle volte, l’impressione di andare a carbone (nel nostro Sud, poi, abbiamo in circolazione i treni più brutti d’Italia … altro che Freccia Rossa e Freccia Argento!).

“Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno”. Guy de Maupassant, che scriveva queste parole nella seconda metà dell’800, non aveva poi tutti i torti. Solo che, in alcuni casi (vedi i pendolari), la realtà inesplorata, più che un sogno, può diventare un incubo.

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