Arriva il contratto di cessione di prodotti per bar, ristoranti e laboratori. La Cna: “Misura assurda”

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22 febbraio 2012

PESARO – Una ventina di paste per il bar? Cinque o sei chili di tagliatelle fresche per il ristorante? Una decina di chili di pane per la trattoria? Sono tantissime le attività di ristorazione e somministrazione di bevande e alimenti della provincia che, non producendo direttamente alcune prodotti alimentari, sono soliti rifornirsi quotidianamente da laboratori artigianali di fiducia.

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E’ il caso di molti bar per le paste fresche (dolci e salate), di ristoranti e trattorie per la pasta fresca ed il pane. E via dicendo. Ebbene d’ora in poi, grazie al decreto liberalizzazioni approvato dal Governo, arriva l’obbligo di stipulare un contratto di cessione di prodotti agroalimentari tra laboratori artigianali e attività di ristorazione e somministrazione e vendita di bevande e alimenti. Un provvedimento che riguarderà anche i piccoli quantitativi. “Si tratta – commenta la CNA di Pesaro e Urbino – di una misura assurda che complicherà non poco la vita a tante piccole attività del settore agroalimentare e della ristorazione della provincia di Pesaro e Urbino (oltre 1.000 attività)”. “Con l’obiettivo di garantire la trasparenza – dice Luciana Nataloni, responsabile provinciale di CNA Alimentare – si rischia infatti di creare una serie di grattacapi burocratici di non poco conto. Con l’applicazione del decreto sulle liberalizzazioni (laddove quest’ultimo introduce l’obbligo di stipulare un contratto nelle cessioni di prodotti agroalimentari, sia nel caso delle materie prime che dei prodotti finiti, fatta eccezione la vendita diretta al pubblico), si introduce un fardello di adempimenti burocratici che complica la vita a tutti”. Non si tratta solo di grandi ordinativi, ma anche di quei piccoli ordini telefonici (qualche volte via mail), che le aziende produttrici ricevono da bar e ristoranti. “Ora una miriade di piccole imprese – dice Marco Galli, responsabile dei Servizi alle imprese della CNA – dovranno stipulare un contratto per quei piccoli ordini continuativi di qualche chilogrammo di pasta fresca o di pane, piuttosto che qualche decina di paste. Ma l’esempio si può allargare anche alla salumeria e ad altri prodotti”.

“Secondo il nuovo decreto – spiega Galli – per ciascuno di questi piccoli ordini le imprese sono costrette a redigere un contratto

vero e proprio, con comprensibili problemi organizzativi e ulteriori costi d’impresa, senza contare il rischio di incorrere in errori formali, nel caso di ordini urgenti. Si tratta di una vera e propria zavorra normativa che farà perdere ai piccoli imprenditori alimentari tempo e denaro. Per quantitativi di merce così piccoli basterebbero una fattura, un documento di trasporto o anche un ordine  preventivo sottoscritto e firmato per accettazione: documenti assolutamente validi in giudizio, dal momento  che riportano le firme del fornitore e dell’acquirente».

“CNA Alimentare – conclude Luciana Nataloni – è quindi del parere che il Decreto vada modificato, escludendo dall’applicazione di questa normativa non solo la vendita diretta al consumatore, ma tutte le piccole e continuative quantità di merce vendute quotidianamente”.

 

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