“Attenti al pane low-cost romeno che dura due anni”

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28 febbraio 2012

PESARO – Sulle tavole dei consumatori sta prendendo sempre più piede, complice la crisi, il pane low-cost. Ma attenzione. In molti casi si tratta di quello precotto proveniente dalla Romania. Cna Alimentare di Pesaro e Urbino lancia l’allarme sulle ciabatte e michette made in Romania: un prodotto low-cost che sfrutta i vantaggi economici della delocalizzazione.

Pane Romania

E’ un pane surgelato che viaggia in frigorifero su tir o aerei, attraverso la Croazia e l’Adriatico. In alcune zone d’Italia il prodotto, come ha segnalato recentemente l’inchiesta di un noto quotidiano, viene importato dalla camorra per andare a rifornire addirittura alcune mense scolastiche. Molto spesso però lo stesso prodotto viene venduto nei supermercati e negli iper delle grandi catene di distribuzione.

“Il costo del pane d’importazione – denuncia la Cna di Pesaro e Urbino – è meno della metà di quello italiano. Dura due anni, e produce un giro d’affari da 500 milioni. In molti casi, e come ha evidenziato l’inchiesta, scatta anche il raggiro per i consumatori. A fianco della data di scadenza è riportata infatti la dicitura “Prodotto sfornato e confezionato in questo punto vendita”. Ma in realtà il prodotto è stato fatto ben lontano dal luogo in cui viene sfornato, e più esattamente lungo il Danubio in Transilvania, a Cluj, Costanza, Timisoara, dove ormai ci sono più imprese italiane che romene”.

Si tratta – come ha evidenziato l’inchiesta – di una filiera unica con due linee produttive: una moderna, tecnologicamente all’avanguardia. Come quella di Campia Turzii, a qualche decina di chilometri da Cluj. La Lorraine, frutto di una joint venture belga-romena per un impianto modello costato 14 milioni (di cui 5 dall’Unione europea) che produce 1.250 chilogrammi di pane all’ora. Quelle tonnellate di pane vengono cotte e 205 gradi, poi congelate, immediatamente, a meno 25. Ma se l’impianto di Campia Turzii è “un gioiellino”, ben diversi sono altri impianti. Come quelli della periferia di Bucarest. Forni a gestione familiare che si servono, per cuocere il pane, di legna provenienti da bare, residui di fabbriche abbandonate e resti di traslochi, e addirittura anche da pneumatici. Il risultato è un chilo di pane da 60-80 centesimi.

“Un vero e proprio scandalo legalizzato dalle leggi della libera circolazione delle merci nei paesi della Ue ma che ripropone il problema dei controlli e dei pochi scrupoli di molte reti commerciali. Per questo – spiega la responsabile di Cna Alimentare Luciana Nataloni – ribadiamo l’importanza di acquistare pane e prodotti da forno da laboratori e forni artigiani che garantiscono sempre freschezza, qualità, genuinità dei prodotti e corretto procedimento di tutte le fasi di lavorazione”.

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