Una schiacciata nella storia

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22 marzo 2012

PESARO – Ci sono canestri da 2 punti che valgono il doppio, il triplo. Ci sono canestri che uno dimentica qualche secondo dopo e altri che restano impressi nella memoria, il cui ricordo non è scalfito dal tempo che passa. Anzi, più il tempo passa e più il ricordo diventa vivo, tenendo attiva la memoria che trasforma la cronaca in leggenda.

Ricky Hickman

Ricky Hickman in azione nel Memorial Ford (foto Marco Giardini)

Il canestro con schiacciata con cui Richard Marciano Hickman da Winston Salem, città di basket come Pesaro, che ha scacciato il fantasma di una immeritata sconfitta al termine di una partita dominata dalla Vuelle, è destinato a rimanere nel tempo, a fare parte della Hall of Fame dei nostri ricordi, dei nostri racconti a quelli che non c’erano e hanno perso il momento, la magia.

Quel canestro, ma credo anche tutta l’azione che ha portato alla schiacciata di Richard, è già parte integrante della storia della Victoria Libertas Pesaro, in compagnia di altri grandissimi momenti.

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1980

Al numero 1, per quello che ha significato – prima di tutto la salvezza, poi la pietra su cui la Vuelle ha costruito una grande futuro -, è un non canestro. Nel senso che è il tiro sbagliato dalla Superga Mestre nello spareggio di Milano. Era il primo marzo 1980. Pochi giorni prima, la Scavolini guidata in panchina da Giorgio Secondini aveva espugnato Mestre (76-71), guadagnando il diritto a disputare lo spareggio per non retrocedere. Si giocava nel mega impianto di San Siro, poi crollato sotto la neve. E già la parola neve rimanda al recupero con Cantù, alla partita saltata lo scorso 12 febbraio causa la nevicata record. Al seguito della Vuelle un’intera città: 77 pullman e centinaia di auto. Gli altri pesaresi incollati alla radio…. Mancano una decina di secondi alla fine, il mestrino Marietta sbaglia il tiro del sorpasso, ma il rimbalzo è conquistato dalla Superga e l’americano Barker va al tiro da 3 metri. E nella posizione ideale, fronte a canestro, può giocare addirittura sul tabellone. La palla colpisce il ferro davanti, poi rimbalza su quello dietro e ancora sul tabellone, quindi torna verso il canestro. La città – quella andata a Milano e quella rimasta a casa – è paralizzata dalla paura… la palla rimbalza due volte sul ferro anteriore, poi esce. La mano del numero 11 mestrino, l’altro americano Wingo, cerca il tap-in, inutilmente. Finisce la partita, la Scavolini ha vinto 71-70, è salva. Valter Scavolini incontra il presidente Eligio Palazzetti e gli dice che non si può soffrire così. Solo due anni dopo la Vuelle disputa la finale scudetto.

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1982

L’anno prima, la Scavolini – quarta dopo la stagione regolare – disputa finalmente i playoff, eliminata dalla Sinudyne Bologna, quinta. Dunque, siamo nella stagione 1981/82. La Vuelle, allenata da Pero Skansi, domina la stagione regolare, chiudendo a 50 punti (25 vinte, 7 perse), realizzando 91,96 punti a partita, subendone 86. E’ una poderosa macchina da canestri, grazie a Dragan Kićanović, che ha percentuali da pivot e non a caso chiude al terzo posto nel tiro da 2 punti con il 59,5% (289/486), preceduto solo da Starks della Fortitudo Bologna e Howard della Libertas Brindisi. In una squadra che pure ha altri protagonisti, da Silvester a Benevelli, da Bouie a Magnifico, Ponzoni e Zampolini, “Kicia” è il settimo realizzatore del campionato con 23,5 punti a partita. Nei quarti di finale dei playoff, la Scavolini supera l’Honky Fabriano nel derby delle Marche ed è in semifinale, dove affronta la Sinudyne, quinta, che nel turno precedente ha sorpreso la Squibb Cantù campione d’Italia, quarta dopo la stagione regolare. Pesaro vince gara 1 (115-105), ma perde a Bologna (83-79). La sera del 28 aprile si gioca la sfida decisiva. L’hangar di Viale dei Partigiani è gremito. Sulla panchina della Virtus il professor Nikolić. La partita è combattuta, punto a punto, il commento di Antenna 3, emittente televisiva cittadina, è affidato a Giorgio Giommi con un collaboratore d’eccezione: Lucio Dalla. A 11 secondi dalla fine, Zam Fredrick realizza e subisce fallo; non fallisce il libero aggiuntivo del vantaggio Virtus (86-87). “Ciga” Giumbini si incarica di portare palla nel campo bolognese ed è bravissimo a leggere il taglio di Zampolini che raggiunge la lunetta, riceve palla e si alza per la più morbida delle sospensioni: solo rete, canestro e sorpasso 88-87. Pesaro conquista la prima finale scudetto. L’hangar è una bolgia. Come il ristorante di Silvester in Via Giordano Bruno, a pochi passi dalla questura. Per una notte, però, non ci sono rumori molesti. Da quella sera in poi, ogni volta che la Vuelle gioca in Piazza Azzarita, ogni volta che Zampolini riceve palla, i tifosi Virtus gli urlano: “Tira, tira!”. E lui non si fa pregare.

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1985

Purtroppo, la Victoria Libertas paga inesperienza e altro e perde la finale con il Billy Milano. Devono passare tre stagioni per ritrovare la Scavolini al vertice. E’ il campionato 1984/85. Palazzetti, che non ha simpatia per il professor Nikolić, protagonista della salvezza e della straordinaria crescita di Walter Magnifico, punta sugli americani. Dopo avere portato in città Paul Westhead, coach dei Lakers campione Nba, non trova l’accordo e punta su Don Casey, allenatore di Temple, uno dei migliori college della costa Est. La squadra non va. Casey è licenziato. Lo sostituisce, male in verità, il suo vice, l’avvocato italo-americano George Bisacca. Alla fine, la squadra è affidata al giovane Giancarlo Sacco. Sembra una scelta disperata, è la mossa che cambia la stagione. Partendo dall’ottavo posto, la Scavolini elimina – nell’ordine – la Viola Reggio Calabria, prima di A2, il Banco di Roma di Bianchini e l’Indesit Caserta. Roma, prima con la Simac Milano dopo la stagione regolare, commette il peccato mortale di snobbare i cucinieri. La Vuelle si impone in gara 1 dei quarti di finale: 97-84. Il Banco reagisce e passa a Pesaro (88-83). Gara 3 sembrerebbe una formalità. La squadra di Bianchini ha imparato a proprie spese cosa vuole dire essere presuntuosa. Tutto vero, ma la Vuelle è partita per Roma preparando la valigia come se dovesse raggiungere Caserta, che ha eliminato (2-0) Varese ed è in semifinale. La sera di giovedì 18 aprile il PalaEur presenta un grande scenario. Al seguito anche molti tifosi biancorossi, fiduciosi. Fanno bene. Perché Fredrick è maestoso e trascina la Scavolini al successo. Non c’è un’azione da ricordare, ma un campionario di gesti tecnici e atletici che l’americano – già migliore realizzatore della Ncaa – propone senza soluzione di continuità. Lo imparano, giorni dopo, anche i tifosi casertani.

Pesaro perde gara 1 (82-79), ma pareggia i conti in gara 2 (116-111) nella partita passata alla storia per la boxe tra Silvester e i giocatori campani. Un fatto che – pur se Mike è squalificato – rende ancor più incandescente il clima all’interno del PalaMaggiò per gara 3, in programma domenica 28 aprile. Ancora oggi, a distanza di ventisette anni, stento a credere che Fredrick abbia fatto tutto quel che ho visto in diretta. I canestri di Zam sostengono i compagni, la Vuelle è sempre in vantaggio. Poi si scatena Oscar. Ma ad ogni tripla di Oscar replica Fredrick con un tiro altrettanto pesante. Si va avanti così, fino a quando anche un fantastico tiratore come il brasiliano deve arrendersi alla bravura del giocatore di South Carolina. Pesaro vince, Pesaro è in finale. Senza togliere meriti ai compagni, soprattutto grazie a Zam, protagonista in pochi giorni di partite indimenticabili, da Hall of Fame della nostra memoria.

In una sorta di staffetta americana, gli dà il cambio Mike Silvester. La Scavolini, che niente ha potuto nella finale contro la corazzata Simac di Joe Barry Carroll, ha conquistato anche il diritto di giocarsi la Coppa Italia in un epilogo ad andata e ritorno contro la Ciaocrem Varese. In Lombardia vincono di 14 (91-77) i ragazzi di coach Sales. Il ritorno, due giorni dopo, l’8 maggio a Pesaro. A pochi secondi dalla fine, anche la Coppa Italia sembra sfumata, quando Silvester inventa una tripla (del pareggio) con libero aggiuntivo che fa imbufalire Sales, indignato per il fallo fischiato a un suo giocatore. Silvester fallisce dalla lunetta ma dopo un rimbalzo offensivo Fredric realizza: Pesaro vince 109-93 e conquista la Coppa Italia, il secondo trofeo in bacheca dopo la Coppa delle Coppe di Palma di Maiorca nel 1983.

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1988

Tre anni dopo – a proposito, attenti ai numeri: 1982-1985-1988 – la Scavolini è di nuovo in finale. Per approdare all’epilogo, però, è necessario soffrire sia nella stagione regolare sia nei playoff. Sostituiti Aleksandar Petrović e Greg Ballard con Darwin Cook e Darren Daye, la Scavolini, quinta in A1, si sbarazza con qualche patema di troppo delle Cantine Riunite di Reggio Emilia, seconde di A2, e si presenta alla sfida con la Snaidero Caserta, quarta di A1. Un piccolo aerotaxi per il blitz campano, sperando di ripetersi anche sul parquet. La partita scorre sul filo del rasoio fino a quando Oscar Schmidt va in lunetta, dove è praticamente infallibile (86,82). Che sia segno del destino, come il tiro di Barker e il tap-in mancato da Wingo? Fatto sta che Oscar fallisce entrambi i tiri liberi e la Scavolini passa a Caserta (109-108). Ripetendosi in casa tre giorni dopo.

Superata Caserta, i biancorossi sono in semifinale, dove devono fare i conti con la Divarese, prima classificata nella stagione regolare. Varese vince la prima, Pesaro la seconda, è obbligatorio ricorrere alla terza, dove a decidere la partita non è un canestro, ma un palla recuperata. Anzi una palla che Darwin Cook ruba a Corny Thompson. Solo che nell’azione, senza che nessuno si sia accorto dell’accaduto, Cook ha fatto un’infrazione, mettendo un piede fuori. La Scavolini vince e guadagna il diritto a disputare la terza finale scudetto. La sera, durante la Domenica Sportiva, Aldo Giordani utilizza la moviola: è la prima volta nella pallacanestro.

La finale scudetto è – ancora una volta – con Milano. La Tracer, seconda, ha il favore campo potendo ospitare l’eventuale quinta partita sul parquet del PalaTrussardi, che ha preso il posto del grande palasport crollato causa neve. Chi ha compilato il calendario ha fatto un piccolo regalo alla squadra peggio classificata, consentendogli di giocare in casa la prima partita. La Scavolini ringrazia vincendo 90-82 e presentandosi a Milano sull’1-0. Bianchini e i suoi ragazzi espugnano subito (83-86) il PalaTrussardi. Nella sera in cui Darren Daye si conferma immarcabile, un’azione simboleggia la stagione: Milano – presa letteralmente per mano da Mike D’Antoni – fa il primo sorpasso quando la sfida è in dirittura d’arrivo. Gli risponde una tripla di Magnifico. Credo che sia stato il tiro più… accompagnato nella storia della Vuelle. Con il Capitano ha tirato tutta la città. E’ il canestro che respinge la rimonta, che sancisce il cambio al vertice del basket italiano.

Non è un tiro, non è una palla recupera, un rimbalzo stratosferico, un assist meraviglioso, una stoppata imperiosa. E’ semplicemente un gesto, che però racchiude la voglia di riscatto che ha animato una piccola città innamorata della pallacanestro e della sua squadra, la Victoria Libertas. E ha per protagonisti gli stessi della fase finale di gara 2. La sera del 19 maggio 1988 il palazzo dello sport di Viale dei Partigiani accoglie il cuore di Pesaro. Si gioca gara 4 della finale scudetto, la città e la Vuelle sono a un passo dal Grande Sogno. Pesaro è ferma, quasi non respira, sospira. Sembra una cavalcata trionfale, ma contro una squadra come l’Olimpia, che solo pochi giorni prima ha vinto la Coppa dei Campioni, non può esserci partita facile. Milano recupera e mette in forse il risultato. D’Antoni non vuole scucire lo scudetto, ma deve arrendersi alla grinta di chi ha deciso che dal 19 maggio 1988 in poi niente sarà più come prima. Mike commette fallo, il quinto fallo, e finisce disteso sul parquet. Magnifico lo guarda e puntandogli l’indice contro gli urla: “Stai giù, stai giù, questa volta vinciamo noi!”.

Non era arroganza, non era presunzione e neppure superbia. Era arrivata l’ora di Pesaro e il Capitano se ne faceva interprete. Ditemi voi cosa c’è di più bello nella storia?

E’ vero, dimentico le triple di Carlton Myers per le vittorie a fil di sirena con la Joventut Badalona e la Virtus Bologna (quest’ultima in faccia a Danilović) ed era Coppa dei Campioni. O quella con Trieste nella semifinale scudetto. Oppure la tripla incredibile di Corey Gaines per la vittoria sulla Fortitudo Bologna. O la tripla di Melvin Booker sempre con la Fortitudo, ma a Forlì, in Coppa Italia. O la schiacciata in tap-in di Dean Garrett a Pistoia per il sorpasso sulla sirena. E la stoppata di Buonaventuri nella finale scudetto con la Virtus Bologna? E che dire di Panichi che nella casalinga con il Real Madrid schiaccia in faccia a Sabonis? Potrei citare altri tiri, a iniziare da Terry Duerod che mette a ferro e fuoco il Palacio de Deportes di Madrid nella sfida di Coppa delle Coppe 1984, per proseguire con la stoppata di Joe Pace a un malcapitato giocatore di Udine, ma l’azione fine a se stessa lascia il tempo che trova. La storia merita qualcosa di più.

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L’augurio è che la schiacciata di Richard Hickman significhi l’ulteriore salto di qualità di una stagione che ha alternato momenti bellissimi ad altri meno piacevoli dentro e fuori il parquet.

Per Hickman, che sognava di giocare a football ispirandosi al grandissimo Jerry Rice, sarebbe il touchdown più bello, una meta da Super Bowl.

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