L’Italia e la guerra di Libia, a Pesaro incontro con il prof. Mola

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10 maggio 2012

PESARO – Mercoledì 16 maggio alle ore 18 nell’auditorium di palazzo Montani (p.zza Antaldi, 2 – 61121 Pesaro) il prof. Aldo Alessandro Mola presenta il volume “L’Italia e la guerra di Libia” (Associazione di Storia Contemporanea – Società pesarese di studi storici, 2012). Intervengono Marco Severini, curatore del volume e presidente dell’Associazione di Storia Contemporanea, e Riccardo Paolo Uguccioni, presidente della Società pesarese di studi storici.

 

 

Il volume raccoglie gli atti del Convegno nazionale di studi “L’Italia e la guerra di Libia. Temi e questioni storiografiche”, tenutosi a Pesaro il 28 ottobre 2011 e promosso dall’Associazione di Storia Contemporanea e dalla Società pesarese di studi storici, in collaborazione con l’Ente Olivieri e grazie alla Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro che ha cortesemente ospitato i relatori nell’auditorium di palazzo Montani Antaldi.

 

 

Sebbene la Libia sia stata di recente al centro dell’attenzione per i noti fatti culminati con l’intervento NATO e la caduta del regime di Gheddafi, nella consapevolezza pubblica il passato coloniale italiano resta assente. I cent’anni dalla guerra italo-turca non sono stati un momento di riflessione, anche perché il 2011 è stato soprattutto dedicato al 150° dell’Unità e dal diverso peso dei due eventi ha per così dire oscurato la ricorrenza dell’impresa coloniale. Tuttavia la guerra di Libia – come comunemente si dice, sebbene il termine Libia entri in uso solo nel 1934, con il governatorato generale che abbraccia Tripolitania e Cirenaica – nella storia d’Italia del primo Novecento segna un evento capitale.

L’Italia andò in Libia per molte ragioni: prestigio internazionale, affari, recupero dell’eredità romana; qualcuno immaginò che le terre d’oltremare avrebbero assorbito quote di popolazione. La guerra, decisa dal IV ministero Giolitti a parlamento chiuso, rispetto alle precedenti imprese africane provocò un largo entusiasmo nazionale, nonostante alcune voci contrarie (tra cui quelle dell’allora repubblicano Pietro Nenni e dell’allora socialista Benito Mussolini). Il conflitto disegnò una geografia politica paradossale: piacque ai nazionalisti di Luigi Federzoni, a “La Voce” di Giuseppe Prezzolini, a “La Stampa” di Alfredo Frassati, al “Corriere della Sera” di Luigi Albertini ma anche a frange di socialisti riformisti, di sindacalisti rivoluzionari e a molti cattolici (in qualche chiesa, quarant’anni dopo Porta Pia, si pregò per prima volta per la vittoria del regio esercito). Gaetano Salvemini, che deplorava la conquista dello “scatolone di sabbia”, venne soverchiato da «Tripoli bel suol d’amore…», un motivo – ha osservato Stefano Pivato – con cui, anche per l’invenzione del fonografo, inizia l’osmosi fra musica leggera e canzone politica. Poeti di diverso temperamento sostennero la conquista. Gabriele D’Annunzio nelle Canzoni delle gesta d’oltremare gorgheggiò «Con me con me verso il Deserto ardente / con me verso il Deserto senza sfingi / che aspetta l’orma il solco e la semente»; Giovanni Pascoli asserì che l’Italia, “grande proletaria”, aveva finalmente trovato per i suoi figli « una vasta regione bagnata dal nostro mare […] che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d’acque e di messi, e verdeggiante d’alberi e giardini, e ora da un pezzo, per l’inerzia di popolazioni nomadi e neghittose, è per gran parte deserto».

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Il conflitto costò all’Italia 3.431 morti (i caduti turco-arabi sono stimati oltre 14.000) e spese di 512 milioni di lire (secondo Giolitti; per alcuni suoi avversari la guerra costò tre volte tanto).

Oggi viene da sorridere davanti all’eredità “romana” che nel 1911 l’Italia si accingeva a raccogliere, da piangere sul destino delle popolazioni locali “nomadi e neghittose”, da deplorare la brutalità della conquista e la successiva “pacificazione”. Ma gli storici (e non solo loro) devono, per dirla con Spinoza, non schernire, non recriminare, non deplorare, bensì capire (non ridere, non lugere neque detestari, sed intelligere). Ed è ciò che cercano di fare i saggi presenti negli atti.

 

 

SOMMARIO:

Prefazione (Marco Severini); Introduzione (Riccardo Paolo Uguccioni); La guerra italo-turca del 1911-1912 per la sovranità sulla Tripolitania e la Cirenaica (Antonino Zarcone); La guerra italo-turca per la sovranità sulla Libia. Vittorio Emanuele III, Giolitti e San Giuliano (Aldo A. Mola); La stampa e la guerra di Libia (Costantino Di Sante); Resistenza e ribellione in Tripolitania: la guerra del 1911 e il movimento del jihad (Simona Berhe); I cattolici, il trust grosoliano e la guerra di Libia (Paolo Giovannini); Da outsider a protagonisti: Mussolini e Nenni di fronte all’impresa libica (Marco Severini); Teresa Labriola, le donne italiane e il conflitto libico (Fiorenza Taricone); Un’opposizione divisa: il Pri e la guerra tripolina (Lidia Pupilli); La dialettica politica: Pesaro e le voci della periferia (Eleonora Marsili); 1911: il 50° anniversario dell’Unità e la guerra di Libia (Gilberto Piccinini).

 

 

Aldo A. Mola (Cuneo 1943), docente e saggista, è stato docente di Storia contemporanea all’Università Statale di Milano; dal 1992 è contitolare della cattedra “Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles ed è oggi, inoltre, direttore del Centro europeo “Giovanni Giolitti” per lo studio dello Stato (Dronero, Cuneo).

Autore di numerosi studi, tra le sue opere si ricordano fra l’altro la Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, uscita nel 1992i e più volte ampliata e rieditata; Giolitti, lo statista della nuova Italia (2003); Silvio Pellico carbonaro, cristiano e profeta della nuova Europa (2005); Declino e crollo della monarchia in Italia. I Savoia dall’Unità al referendum del 2 giugno 1946 (2006); Giosue Carducci. Scrittore, politico, massone (2006); la recente opera in più volumi Giovanni Giolitti. Al governo, in parlamento, nel carteggio, curata assieme a Aldo G. Ricci. È stato inoltre condirettore editoriale de Il Parlamento italiano. 1861-1992 (Nuova Cei, 24 voll.).

 

 

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