Il senso del “Festival della felicità” secondo Matteo Ricci

PESARO – Diciamocelo. Il punto interrogativo, a mandate più o meno regolari, ha lampeggiato parecchio e nelle teste di molti: ma un festival della felicità, in questo momento, a che cavolo (eufemismo) serve? Suvvia (altro eufemismo) pensiamo ad altro, non perdiamo tempo con sciocchezze (ennesimo eufemismo) del genere. La gente si suicida per il lavoro, la disoccupazione è a livelli record, le famiglie non riescono più ad arrivare a metà mese, il popolo degli astensionisti sta raggiungendo numeri gonfi di rancore, i politici hanno perso ogni credibilità verso i cittadini e, cosa peggiore, non si vede ancora la via d’uscita. E allora?

Presentazione Festival della Felicità 2012

Eccola, la risposta. Non una semplice presentazione del Festival della Felicità, giunto alla sua seconda edizione, ma la spiegazione del pensiero che sottende la realizzazione di un evento del genere in un periodo del genere. La spiegazione l’ha data Matteo Ricci, presidente della Provincia di Pesaro e Urbino, incalzato dalle domande del giornalista di Repubblica Paolo Casicci.  “Perché organizzare un Festival della Felicità in questo particolare periodo storico? Perché è un messaggio in controtendenza: più le cose vanno peggio più i ragionamenti che facciamo hanno senso. Il Paese sta vivendo un trauma collettivo, è rabbioso ma, se ci pensiamo bene, quando subiamo un trauma personale è quello il momento in cui rimetti poi in fila quello che conta veramente. La ricerca della felicità è da fare quando le cose vanno male, cancellando le cose effimere, facendo uno sforzo culturale per trovare risposte e riorganizzare una vita. Dobbiamo decidere se vogliamo continuare a galleggiare in questa crisi o se cercare di fare qualcosa che ci faccia uscire”.

Domanda: quanto è rischioso, che azzardo può essere, presentarsi alla collettività dicendo “io cerco per voi la felicità” ?

Ricci ha spiegato: “Azzardo grosso, certo. Ma non farlo è una cosa per cui colpevolizzare l’attuale politica. La politica per molto tempo non ha ricercato questo diritto alla felicità. La mia riflessione nasce da un film visto alcuni fa: “La ricerca della felicità”, un film di cassa non di elite, un film di Muccino con W.Smith, per me è stata una frustata: un giovane padre che da una vita normale si trova a perdere lavoro, senza protezione sociale, si spacca la famiglia e si ritrova a fare il senza tetto con un bimbo piccolo. L’ambientazione è in pieno yuppismo, anni ’80, a Las Vegas, con Regan presidente. Questo padre s’impegna molto e alla fine riesce a diventare un broker assicurativo. Scende nella strada e sorride. In quel frangente storico la felicità era “ognuno pensi per sé”. A Sanremo cantavano Uno su mille ce la fa e Si può dare di più. Quell’approccio culturale, negli ultimi 30 anni, è una delle cause della crisi economica che stiamo avendo ora. Serve un cambiamento culturale: abbiamo preso il peggio di quel modello, di quel modo di fare, dell’ognuno pensi per sé, dove non contano le disuguaglianze ma l’importante è che qualcuno possa diventare miliardario tralasciano il merito. Questo ciclo culturale è finito con la crisi economica. La ricchezza si è concentrata nelle mani di pochi, con investimenti in finanza invece che nel lavoro concreto. Oggi è la fine di quel modello culturale e se vogliamo uscirne dobbiamo pensare un nuovo modello culturale. Con questo festival ci proviamo”.

Domanda: la politica, negli ultimi anni, ha provato a farci a sognare. Anche con ricerche di felicità distorte…

“Le ripercussioni andranno avanti per anni – spiega Ricci -. Il mito dei soldi facili, dell’apparire e del disimpegno da tutto. Noi pensiamo che oggi, invece, debbano contare il lavoro, la giustizia e il bene comune. Dette solo tre anni fa, queste parole, parlavamo di un mondo che non esisteva. Ma dopo questo governo tecnico servirà, serve, ristudiare un nuovo modello culturale. Avevo invitato ufficialmente a questa edizione del Festival Silvio Berlusconi: sarebbe stata la guest star. Mi ha risposto la sua segreteria questa mattina, dispiaciuta, ringraziando che non poteva. Perché? Penso che le elezioni non andranno così bene e quindi sono sconsigliate uscite pubbliche… Gli italiani hanno creduto nella sua interpretazione dei valori. Gli volevo dire che quell’epoca è finita. Ora sta a noi costruirne una nuova”.

 

Poi, una riflessione sull’antipolitica. “Più che antipolitica io la vedo come una richiesta, di pancia, di giustizia. Per anni abbiamo sopportato tutto, festini compresi, oggi non sopportiamo più nulla. Alcuni privilegi non sono più accettati. Le rinunce, ora, le dobbiamo fare tutti. La parte positiva è il cambio culturale. Il rivolere il bene comune. Vedi la grandissima risposta sul referendum sull’acqua. C’è in atto un cambiamento di valori comune. E la disaffezione dalla politica? Si valuta l’impotenza politica verso le multinazionali o le lobby. Il nostro paese si salva solo se si salva l’Europa. E’ giunto il momento che si imponga un’Europa politica. Lo metto al primo punto: serve pensare a degli Stati Uniti d’Europa, ovvero una istituzione che decide. Perché ci sono sfide alle quali puoi rispondere a livello locale, nazionale o europeo”.

L’Europa come pungolo della felicità? L’Unione Europea può essere un riferimento?

“L’Europa è sempre stata legata alla qualità, alla cultura o, per esempio, alla sanità di base. Servono fondamentalmente due ricette: rimettere in moto investimenti altrimenti come fa a ripartire la crescita? Bisogna rivedere i vincoli del patto di stabilità. Secondo punto: serve una redistribuzione della ricchezza, in maniera equa. Aiutiamo le imprese piccole a esportare ma le fasce medio-basse devono ripartire. Stimo Monti ma alcune politiche non vanno nella direzione giusta per la crescita moderata. C’è un ritardo del pensiero in Europa. Faccio, per questo, grande autocritica alla Sinistra. Anche Monti era stato invitato ma è… abbastanza impegnato. Aspettiamo comunque Passera e Barca. Sul tema della ricerca della felicità il dibattito c’è da anni a livello internazionale. Per avere regole del gioco differenti. A Pesaro arriveranno sindaci di aree metropolitane: anche Roma, Milano, Venezia e Torino intraprenderanno il nostro percorso. Vuol dire che abbiamo centrato problema”.

Il tema della felicità è rischioso su due termini: per il momento storico che stiamo vivendo e per quella componente personale che ha in sé la felicità. “So benissimo – ha spiegato Ricci-  che la felicità in buona parte è legata a cose personali, spirituali, individuali. Ma la domanda da farsi è diversa: c’è una sfera pubblica nella felicità? Le istituzioni possono fare qualcosa per migliorarla o creare le condizioni per cui poi sia più facile trovare la felicità anche dal punto di vista personale? Per anni ci hanno detto che la felicità era qualcosa di egoistico, invece noi pensiamo che dobbiamo creare le condizioni per le quali sarà poi più facile essere felici. Il comune denominatore? Sono i luoghi di relazione. La felicità è relazionata agli altri. La felicità è relazionata agli altri è condivisa con gli altri. Ad esempio la pista ciclabile quanto vale in termine di pil? Nulla. In termini di nenessere? Tanto”.

Capitolo Ius soli. “Faccio un parallelo: in termini di rabbia quanto vale non identificarsi nei politici italiani? Molto. Quanto vale non identificarsi nel posto in cui vivi? Il diritto alla ricerca di felicità è per tutti. La parola più bella, di questo ragionamento, è ricerca.  La felicità è una ricerca. Il senso della vita è questo. Ricercare la felicità”

Cosa chiederà Ricci al ministro Passera? “L’effetto psicologico della disoccupazioe, qui, da noi, dove non c’è mai stata, è stato devastante, dirompente, frustrante, deprimente. Un esempio è stato il passaggio, in tre anni, dai 9 milioni ai zero milioni per sistemare le strade. Tradotto: strade non sistemate ma anche 9 milioni in meno di lavoro per chi ce le avrebbe messe apposto. Altro esempio, la realizzazione del carcere minorile: ho chiesto scusa all’impresa che lo ha trasformato in Centro per l’impiego, ancora devo dargli un euro a causa del patto di stabilità. Gli chiederò di liberare le poche risorse che ci sono per rimettere in moto l’economia. Poi, parlerò della maledetta incompiuta Fano-Grosseto, una strada a grande valenza economica per legare il porto di Livorno al porto di Ancona”.

Da pubblico presente all’Alexander Museum Palace del conte Marcucci Pinoli è stato sollevata la questione dell’ospedale unico. “L’impegno, oggi, diventa far meglio con meno. E’ realistico pensare che Pesaro e Fano restino in due ospedali che hanno 100 anni? No. Allora costruiamo a Fano un ospedale e Pesaro un altro ospedale? No. Dobbiamo mettere insieme queste due realtà per un investimento comune, per limitare i costi, non avere doppioni. Facciamo meglio con meno e diamo una risposta di modernità”.

Chiusura con l’attualità: cosa ne pensa Ricci della questione Bronzi dorati di Pergola? “Noi facciamo barricate. Queste sono battaglie che dobbiamo portare avanti. L’amministratore deve anche combattere. Come per la Freccia Bianca che dal primo giugno fermerò anche nella stazione di Pesaro. Poca cosa, certo, ma frutto di una battaglia. E’ anche questo un contributo che diamo al rinnovo della politica. Alla politica basterebbe poco per riprendere punti: dovrebbe dare speranza, trasmettere coraggio, far andare qualcuno di nuovo in tv a spiegare chiaramente cosa si vuole fare e come. Questi sono ragionamento di testa e cuore”.

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