Pesaro Photo Festival 2012. Ecco le mostre

di 

24 maggio 2012

 

Yoshie Nishikawa, Petali d’Oriente, Loggia del Genga Palazzo Ducale

“Mentre lei si chinava sullo strumento egli la vide per un istante proprio come doveva apparire prima che il suo arrivo la irrigidisse; proprio come doveva apparire, quando, noncurante e disinvolta, passava un ozioso plettro sulle corde. Egli ne fu conquistato”. Sono parole della poetessa del periodo giapponese Heian (784-1185) Murasaki Shikibu, autrice de La Storia di Genji, riconosciuto fra i più antichi romanzi dell’umanità (edito tra il 1000 e il 1008), ed é quello che vediamo rappresentato nei nudi fotografici di Yoshie Nishikawa, fotografa che si muove tra le origini giapponesi e l’adozione italiana. Nelle sue immagini ritroviamo tutto il sapore del sistema simbolico giapponese: se infatti noi occidentali siamo prigionieri della Mimesis è altresì vero che tutto lo Zen è in lotta contro la prevaricazione del senso è un a-linguaggio. I nudi di Yoshie Nishikawa vanno e devono essere visti innanzitutto in questa chiave: prima della Tradizione, della Cultura, c’è necessità che il corpo da lei fotografato esista in quanto simbolo, si manifesta, agisce, secondo un puro progetto erotico per quanto sottilmente discreto. E’ tutto il corpo dell’altro che viene conosciuto e che, come fosse un ideogramma fotografico, narra il suo proprio racconto, il suo proprio testo. Le sue immagini appaiono come un ritorno all’ordine estetico scavalcato da autori come Nobuyoshi Araki o troppo interiorizzato da un autore come Daido Moriyama. Lontana dalla tragressione delle Polaroid di Nobuyoshi Araki o dal suo soft focus e lontana allo stesso tempo dall’effetto sgranato e dai forti contrasti che caratterizzano Daido Moriyama, non vuole mostrare i lati più oscuri della vita urbana e le parti meno visto delle città o l’industria del sesso giapponese: quella di Yoshie è una fabbricazione estetica dove il b/n è talmente regolato e modulato da apparire di una qualità pura. Sebbene il termine Sentimental fu utilizzato come parola di debutto da Nobuyoshi Araki nel 1971 attraverso il volume fotografico Sentimental journey, egli lo sperimentava come visione non romantica del mondo bensì contrapposta a questo stesso romanticismo. Il Sentimental di Nobuyoshi Araki era il connubio tra la fotografia e il mondo circostante mentre in Yoshie Nishikawa è intriso di malinconia, sono figure femminili dall’erotismo lontano, che creano simboli della memoria che altrimenti sarebbero dimenticati. I nudi femminili diventano così eventi opachi, dove il corpo si esprime come totalità di limite e pulsione di desiderio, come voragione e abbandono, resistenza e resa.Yoshie Nishikawa pone lo sguardo femminile sulle donne che sceglie di immortalare, che ci riporta paradossalmente, anacronisticamente, alla trasformazione delle cortigiane in sovrane della bellezza tipiche dell’ukiyoe: un ritorno all’ordine non solo formale ma soprattutto contenutistico.

Ghitta Carell, Fotografia e Potere, Scalone Vanvitelliano

 

Cento fotografie vintage dagli archivi della Fondazione 3M, per illustrare l’attività della famosa fotografa ungherese, trasferitasi in Italia dal 1924, e diventata famosa come ritrattista della classe dirigente italiana e dei potenti del tempo, in particolare del regime fascista.

Costretta a mettersi in ombra dal 1938, ricompare dopo il conflitto, per ritrovarsi fotografa del nuovo potere, infine passa gli ultimi anni della sua vita in Israele, in un kibbutz.

In collaborazione con Fondazione 3M (Milano)

 

 

Agenzia Reuters Italia, Storie, Galleria San Domenico

Lavorare per l’agenzia stampa più grande del mondo è un’opportunità per vedere il mondo dal vivo. Ogni giorno una rete di 600 fotografi Reuters produce oltre 1600 immagini che vengono trasmesse pochi secondi dopo essere scattate. Da 200 uffici sparsi nel mondo i nostri fotografi raccontano ogni aspetto delle notizie. L’obiettivo principale del loro lavoro è riuscire a catturare il momento saliente della notizia ed essere i primi ad impossessarsene. Milioni di persone nel mondo hanno imparato a vedere il mondo attraverso gli obiettivi dei fotografi Reuters. Le notizie assumono la loro essenza nel momento in cui il fotografo decide di scattare, creando opinioni, emozioni e memorie. E’ un processo silenzioso e talvolta impercettibile, che in stretta connessione con lo sguardo dei nostri utenti da un contributo decisivo alla storia che viene creata giorno per giorno.

Reuters non appartiene a un popolo o a una cultura. I nostri fotografi sono tanto diversi quanto chi osserva la loro opera. Il loro lavoro li porta ad essere parte del mondo, non meri visitatori armati di obiettivo. Paradossalmente, anche ai giorni nostri che hanno visto una notevole riduzione degli impieghi fotografici negli organi di stampa, il loro lavoro viene ancora più valutato per la capacità intrinseca di toccare da vicino le nostre vite, oggi come ieri.

Reuters ha il privilegio e la responsabilità di produrre fotogiornalismo anche per l’utente di oggi, più esperto ma non certo meno curioso.

In queste immagini si può ammirare una piccola parte del lavoro svolto da Reuters negli ultimi due anni.

Silvia Amodio, Un’altra infanzia. I ragazzi del Manthoc, Chiesa del Suffragio- Fondazione Centro Arti Visive Pescheria

Se c’è una cosa che sorprende sempre nel ritratto fotografico è la sua solo apparente semplicità. In fondo, si pensa, basta un fondale, un soggetto che si presti, quella luce considerata sufficiente e al fotografo non resta che scattare. Le cose stanno ovviamente in modo ben diverso perché proprio gli elementi citati sono variabili di un processo estremamente complesso fatto di equilibri, delicatezze, sfumature che solo un autore dotato di grande maestria sa governare per ottenere i risultati che si era prefisso. Queste considerazioni appaiono indispensabili per comprendere appieno la forza espressiva dei ritratti di bambini lavoratori recentemente realizzati in Perù da Silvia Amodio. Tutto qui è composto in modo impeccabile e la fotografa, evitato il rischio implicito nella rigidità della pose troppo ricercate, ha saputo cogliere il fascino dell’immediatezza. Per quanto il suo modello di riferimento estetico resti la grande ritrattistica classica, la fotografa milanese ha da tempo scelto di coniugare estetica ed etica in una ricerca della bellezza che si risolve nella dimensione sociale. Questi bambini che si mettono in posa davanti al suo obiettivo, che la scrutano con sguardi intelligenti e le sorridono, infatti, fanno parte di un programma nato per regolamentare il lavoro dei minori e proteggerne i diritti. Silvia Amodio con le sue immagini si mette in perfetta sintonia con questo progetto perché pone i suoi soggetti al centro dell’attenzione facendone così emergere la piena dignità. La considerazione di Robert Adams “un fotografo può riuscire a descrivere un mondo migliore solo guardando meglio il mondo che ha davanti” si adatta perfettamente a questa ricerca svolta sul campo fra mille intuibili difficoltà trasformate da Silvia Amodio nello stimolo per raggiungere i pregevoli risultati che si era prefissa come dimostra anche il video “I ragazzi del Mantoch. Un’altra infanzia” che è parte integrante del progetto. Realizzati in un elegantissimo bianconero ricco di mille tonalità, questi ritratti alternano a primi piani particolarmente espressivi, figure intere di singoli o di gruppi che si prestano a letture diverse anche se in ultima analisi convergenti, da quella antropologica che è forse la più immediata a quella psicologica suggerita dalle posture e dagli sguardi dei soggetti. Ma se poi ci soffermiamo ad osservarle con maggiore attenzione, queste immagini si rivelano cariche di una bellezza profonda ed intrinseca. C’è la ragazzina che indossa con spontanea eleganza un cappello decorato e una sporta a tracolla, c’è il bambino che stringe sottobraccio un quaderno, c’è la bambina che emerge prepotentemente dallo sfondo costituito da un semplice muro, mostra un bel sorriso, nasconde appena le mani nelle maniche del golfino ma poi, nella postura naturalissima dei piedini, rivela la sua appena accennata timidezza di fronte all’obiettivo. Ecco, è proprio osservando questi tanti particolari che è possibile capire la grandezza di una ritrattista come Silvia Amodio, capace di far sembrare semplice anche ciò che sappiamo non esserlo: la vita.

 

I corpi e lo spazio, Laura Ferrari, Chiesa della Maddalena

 

Ciò che immediatamente colpisce nelle fotografie di Laura Ferrari è la capacità di inscrivere ogni elemento da lei ripreso all’interno di uno spazio rigorosamente composto così da creare una costante armonia al cui interno l’occhio è indotto a muoversi con curiosità e stupore. La bellezza della fotografia di spettacolo consiste nel far emergere tutto dal buio, nel suo trasformare quella dimensione sospesa che precede ogni gesto teatrale in qualcosa che si impone improvvisamente per il suo fascino prorompente.

Logo PU24

Questa è la strada che Laura Ferrari percorre con una grande consapevolezza muovendosi sempre su un doppio binario: da una parte indaga sugli interni di cui coglie la delicatezza, dall’altra sposta lo sguardo verso l’esterno per esaltarne il respiro, da un lato si sofferma sui singoli personaggi tratteggiandone minuziosamente le caratteristiche, dall’altro propone una visione d’assieme che coglie le relazioni fra i singoli. Questo alternarsi fra estremi dialettici è la vera cifra che costruisce lo stile della fotografa che si caratterizza per alcune costanti di forte rilievo. La prima è legata al controllo rigorosissimo dei cromatismi che la fotografa non rende mai inutilmente spettacolari preferendo utilizzare la più vasta gamma delle sfumature tonali piuttosto che l’asprezza dei contrasti già presenti in un genere fotografico che ha sempre a che fare con l’alternarsi di luce e ombra. Ma l’elemento costante di maggior rilievo è costituito da una scelta insolita, quella di ricercare un rapporto inedito fra i corpi degli attori, dei ballerini, dei cantanti e lo spazio in cui si muovono. Colpisce, infatti, l’ampio respiro dato alle scene che sembrano allargarsi fino a superare i confini della dimensione teatrale: può così capitare che il sipario retroilluminato somigli a un cielo incombente sulla piccola figura delineata in controluce, che le ombre degli attori si disegnino altissime su una parete, che la minuscola ballerina con cui siamo portati a identificarci confronti la grazia dei suoi gesti con la maestosità di una facciata architettonica, che una piazza perda le sue connotazioni abituali per acquisire quel sottile mistero proprio di ogni luogo teatrale. Ed è proprio quel mistero che Laura Ferrari sa sempre cogliere per restituircelo in immagini di grande fascino.

Mani, Massimo Lovati, Palazzo Gradari (piano primo)

 

Massimo Lovati sceglie da un ricco repertorio riconducibile allo sport 24 fotografie in cui le mani sono protagoniste.

Il rito dello sport è indagato da una prospettiva inedita: partendo da specifiche discipline ogni mano ( ogni gruppo di mani )  è individuata in modo tale da essere al tempo stesso armonizzata al corpo o allo spazio circostante  e decontestualizzata: sono fotografie reportage, ma anche foto-grafie, giochi di forme, linee, colore.

Il taglio è essenziale,talvolta sorprendente: l’energia delle grandi passioni o del grande impegno atletico è cristallizzata nell’attimo.  Questi gesti, queste mani, sono terminali di una corrente sotterranea, di qualcosa che sta dietro e dentro, non si vede, ma c’è.
L’occhio rivelatore della macchina fotografica di Lovati, va oltre l’evidenza dell’immagine.  Ne risulta non un’idea  semplificativa, non lo sguardo fortuito di un osservatore passeggero, ma ceselli e intrecci, cortocircuiti  di forme e di senso.

L’unità tematica dell’esposizione, la contiguità delle immagini non annullano l’unicità di ciascuna di esse.

Le mani di Lovati sono, come nel nostro universo cognitivo-culturale, mani strumento, mani elemento relazionale, mani simbolo.  Ora è un ammiccamento ironico, ora un suggerimento che sfiora l’erotismo, ora una riflessione psicologica  che le rende originale assunzione di un punto di vista reale e mentale.

Grazie ad un infallibile intuito e ad una autentica creatività d’artista, mai convenzionale nella sue scelte, Lovati spiazza lo spettatore e lo spinge a cogliere le inesauribili valenze di questi squarci di sport e di vita.

Accademia Teatro alla Scala, Omaggio a Rossini, Palazzo Gradari (piano primo)

 

Divisa in quattro dipartimenti – Musica, Danza, Palcoscenico-Laboratori, Management – l’Accademia del Teatro alla Scala costituisce un caso unico in Europa. Ente di respiro internazionale, offre percorsi formativi di altissimo livello, coprendo tutte le professionalità che ruotano intorno allo spettacolo dal vivo, dai cantanti lirici ai professori d’orchestra, dai ballerini agli scenografi, dai costumisti ai truccatori e parrucchieri e sarti teatrali, dai tecnici del suono ai tecnici luce ai fotografi di scena, autori di questa mostra dedicata a Rossini.

Il Corso per fotografi di scena nasce nel 2004 e ogni anno diploma un piccolo gruppo di studenti in grado di svolgere l’intero processo fotografico, dal progetto all’acquisizione dell’immagine, dall’editing alla postproduzione, con particolare attenzione alle più aggiornate tecniche e tecnologie digitali.

Il percorso formativo affianca all’attività teorica un’intensa attività pratica. Gli allievi hanno infatti la possibilità di fotografare numerosi spettacoli della stagione in corso nei maggiori teatri italiani, in primis il Teatro alla Scala, che costituisce il primo soggetto di ripresa nonché fondamentale patrimonio di formazione.

Sono ormai numerose le pubblicazioni, le mostre e le iniziative realizzate dall’Accademia in collaborazione con i propri allievi ed ex allievi fotografi.

“Omaggio a Rossini” si inserisce perfettamente in questa cornice progettuale, proponendo un piccolo estratto del ricco archivio fotografico dell’ Accademia.

Gli spettacoli selezionati sono “Barbiere di Siviglia” e “ Viaggio a Reims”, fotografati da Susanna Broccolino, Alessia Santambrogio, Lorenzo Dinozzi , Paolo Migliavacca e Francesca Paraguai.

 

Collettiva Fotografi CNA, Palazzo Gradari (sotterranei)

 

Nei sotterranei di Palazzo Gradari è allestita una mostra di 4 fotografi professionisti aderenti alla CNA. Nei loro scatti, la fantasia, l’estro ma anche la tecnica di artigiani dell’immagine

 

 

La città dei Piccoli occhi, Pesaro fotografata dai bimbi, Caffè letterario- Biblioteca San Giovanni

 

“La città dei piccoli occhi”. E’ questo il progetto lanciato da CNA Comunicazione in collaborazione con il Comune di Pesaro, Assessorato ai Servizi Educativi, in occasione della V edizione del Pesaro Photo Festival e che ha visto protagonisti i bambini delle scuole dell’Infanzia di Pesaro.

Nei mesi scorsi 60 bambini delle scuole materne “Prato Fiorito” di via Marsiglia (zona 5 Torri); “Ambarabà” di via San Marino (Tombaccia); “Poi..Poi” di via Ferraris (Muraglia), hanno osservato la città, ed in particolare angoli del proprio quartiere, prima con dei sopralluoghi con le insegnanti e poi attraverso gli occhi (obbiettivi) di macchine fotografiche analogiche riprodotte esattamente sul modello di quelle degli anni Settanta (Polaroid); e con delle piccole e moderne macchine digitali.

Piante, fiori, animali, vetrine, case, negozi, angoli di città sono stati il soggetto preferito dai bambini. Gli occhi dei piccoli con la loro semplicità ed ingenuità hanno saputo cogliere immagini e particolari ad un occhio adulto forse insignificanti.

Un gioco che ha molto divertito i bambini sollecitandone la fantasia e lo spirito di osservazione. Un lavoro che, grazie all’impegno delle insegnanti coinvolte, ha dato risultati sorprendenti.

Le foto dei bimbi, stampate e ingrandite, faranno parte di una mostra che sarà allestita al Caffè letterario della Biblioteca San Giovanni sabato 26 e domenica 27, giorni di svolgimento del Pesaro Photo Festival, negli orari di apertura della biblioteca stessa.

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