Kennedy, nel nome del padre: “Oltre il Pil c’è altro”

di 

26 maggio 2012

URBINO – «Oltre il Pil c’è altro», come diceva suo padre nel ’68, agli studenti dell’università del Kansas. Kathleen Kennedy, primogenita di Bob, è l’incarnazione dell’«eredità spirituale» raccolta dal festival. E di quella idea di felicità «calata nella collettività e nella dimensione del bene comune, lontana dalla considerazione esclusiva dell’individualismo». Così, il contesto migliore per esporre quel paradigma è nella città ideale. E prima del suo discorso nel cortile del collegio Raffaello – così personale – non si lascia sfuggire, appunto, la mostra sulla città ideale. A Palazzo Ducale, stringe mani, sorride, fa domande, «sorpresa dalla misura dell’armonia e dal senso delle proporzioni».

Kathleen Kennedy a Urbino come "madrina" del Festival della Felicità

Matteo Ricci le fa da guida, insieme al sindaco Franco Corbucci e alle soprintendenti Maria Rosaria Valazzi e Lorenza Mochi Onori, in mezzo al “lascito” di Piero della Francesca, Perugino, Bramante, Raffaello. Scopre, colpita, l’Urbino Press Award: «Avete premiato i grandi nomi del nostro Paese. Vi verrò a trovare quando sarete a Washington, lavoro a pochi passi dall’ambasciata». Con il desiderio di attivare sinergie e partnership con il Rfk Journalism Award, il premio dedicato alla stampa organizzato dalla fondazione Kennedy. Matteo Ricci la affianca, dalla Galleria nazionale delle Marche alla piazza. Il presidente della Provincia introduce il suo discorso così: «La nostra riflessione parte da lontano, proprio da Robert Kennedy. Lo scorso anno, ho portato un fiore a Washington, sulla sua tomba. Se fosse stato eletto, probabilmente avrebbe potuto cambiare il corso della storia. E forse ci sarebbe stata una società più giusta». Ricci aggiunge: «Il modello culturale basato sull’egoismo, sull’ “ognuno pensi per sé”, portatore di diseguaglianze, si è rivelato fallimentare». Il presidente cita il film di Muccino, “La ricerca della felicità”: «In Italia, abbiamo preso il peggio della visione americana degli anni ’80. Per 30 anni ci siamo illusi con il successo, i soldi facili, l’apparire e il disimpegno. La crisi, con il suo trauma collettivo, rimette in fila i valori: noi cerchiamo un nuovo modello di sviluppo basato su giustizia, lavoro e bene comune. Ripartiamo da Robert Kennedy». La figlia di Bob cita il padre. E, a cuore aperto, presenta alla platea più che uno spaccato di vita familiare: «Per essere felici, bisogna crescere individualmente. Ma anche trovare il giusto contesto pubblico, politico, per potere esercitare i propri talenti. A Urbino ci sono le giuste condizioni, l’equilibrio urbano è perfetto: avete una grande fortuna». E ancora: «Mia nonna Rose mi ha insegnato a lavorare duro. Si impegnava per migliorare se stessa: nuotava, studiava due lingue, camminava, si informava. Mia madre mi ha insegnato il senso della responsabilità: quando gli altri bambini giocavano al parco, noi assistevamo alle inchieste contro la mafia condotte da mio padre». Non solo: «A tavola, i miei interrogavamo me e i miei 10 fratelli su notizie di attualità e storia. Ci chiedevano di presentare il profilo di grandi personaggi. Era importante la posizione: chi prendeva il posto lontano da mia madre, era solitamente il più tartassato».

Corbucci, Ricci e Kathleen Kennedy

Kathleen Kennedy non tralascia le pagine più drammatiche: «Minacciarono di ucciderci con l’acido, non potevamo andare a scuola normalmente come gli altri bambini. Siamo dovuti crescere in fretta. Quando morì mio zio John, mio padre mi scrisse una lettera: “Sii consapevole di quello che è successo. Sei la più grande dei tuoi fratelli, ora avrai una responsabilità maggiore degli altri. Dovrai lavorare duramente, fallo con amore e gentilezza”. Anche in un contesto difficile, nelle sue parole non c’era risentimento ma umanità. Valori che dovrebbero sempre ispirare l’edificazione di ogni società. Voleva sempre costruire qualcosa e, nel farlo, coinvolgeva chi aveva intorno». Un altro ricordo: «Nel ’66, mio padre tornò a casa dal Mississipi. Aveva visitato luoghi poveri. Mi disse: “Kathleen, sei fortunata. Ho visto famiglie che vivono dentro capanne grandi come la nostra sala da pranzo. Fai qualcosa per il Paese e per gli altri». Si emoziona, il pubblico applaude. Poi conclude: «La mostra a Palazzo Ducale è perfetta, perché evidenzia i veri valori alla base della costruzione di una città. A Urbino viene facile parlare di una “città che spende sulla collina” (il riferimento è a una nota espressione americana, spesso citata anche dai grandi presidenti, ndr) dove la gente edifica anche il bene comune. Oggi la politica è lontana da questi valori. Recuperiamoli».

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>