Ario Costa, cuore biancorosso: “Andremo alla bella”

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2 giugno 2012

PESARO – Un po’ Leopardi, un po’ Bruce Lee. Sergio Scariolo ha a disposizione un gruppo “Infinito”, capace – quando è necessario e se glielo consentono – di usare i metodi forti. Quando serve dare la scossa, dalla panchina infinita si alzano i soldati da battaglia, Giachetti e Rocca, e il gioco si fa duro.

Ario Costa

Ario Costa in una meravigliosa foto di Enrico Manna

A fine gara, dopo la sosta in sala stampa, Luca Dalmonte ha alzato la voce, parlando con Franco Casalini, chiedendosi e chiedendogli se i metodi da Bruce Lee – la frase è nostra, non del coach romagnolo – sono consentiti nel basket.

Noi preferiamo fermarci a Leopardi. Che all’appassionato di pallone elastico sarebbe piaciuto il basket delle squadre ricche, quelle come Milano, Siena e Cantù che possono permettersi un roster infinito?

Ario Costa, general manager del Brescia che ha disputato la Legadue, ha dato il cambio a Sandro Dell’Agnello, in una sorta di staffetta tra ex biancorossi al Forum di Assago. Il coach ha seguito gara 1, il dirigente la seconda sfida. Le sue considerazioni iniziano dalla panchina a disposizione del suo amico Scariolo.

“La prima è questa: Milano è lunga e profonda. Rocca è rimasto a sedere due tempi in panchina e poi è stato determinante a inizio di terzo quarto. La differenza tra le due squadre c’è ed è evidente. Eppure anche Pesaro ha dato l’impressione di esserci, anche se è crollata negli ultimi minuti. Mi dispiace perché in questa gara i tre americani hanno fatto davvero poco”.

Il vero americano è stato Daniel Hackett.
“Sicuramente, ma è da tempo che Daniel è il quarto americano della Scavolini Siviglia”.

Che effetto fa vedere di fronte Rocca e Jones, che lei ha avuto a Napoli?
“Per me Jumaine è l’essenza della pallacanestro: mi piace tantissimo un giocatore così. Di Rocca è inutile parlarne ancora, è un altro tipo di essenza del basket, ma sempre un’essenza. Speriamo che semini qualche seme del suo dna”.

Dopo le due sconfitte al Mediolanum Forum, Pesaro ha la possibilità di ripetere il gran lavoro fatto con Cantù e di portare Milano alla quarta partita, magari sognando il bis?
“Sapete benissimo che il mio cuore è biancorosso, il bianco e rosso di Pesaro. Sono convinto che andremo alla bella”. Malgrado la panchina milanese. Che però ha prodotto ancora una volta più punti di quella pesarese (25 a 8, mentre in gara 1 era finita 31 a 8). Il minutaggio è stato di 69 a 40. Insomma, il quintetto pesarese fatica di più. Ma Dalmonte non può permettersi – come ha fatto il suo collega – di utilizzare un quintetto di panchinari.

Sabato sera, però, si gioca in casa. Il tifo può essere ossigeno puro per una squadra che non può non essere più stanca dell’avversaria. Tifo, entusiasmo, voglia di sorprendere ancora, soprattutto i punti da buone percentuali degli americani, mancati maledettamente giovedì sera. E magari un arbitraggio (fischiano Lamonica, Pozzana e Vicino) più attento al gioco “oltre la siepe” delle truppe speciali di Milano. A proposito di speciali, è sicuramente speciale Daniel Hackett che sabato sera festeggia le 100 partite in biancorosso.

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