L’ignoranza secondo Eco, seguitissima lectio magistralis

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23 luglio 2012

 

PESARO – Salone Metaurense della Prefettura e Galleria del Genga (dove era stato allestito un maxi schermo) gremiti per la lectio magistralis di Umberto Eco su “Memoria e dimenticanza”, evento unico del “Salone della Parola” 2012, promosso dall’ente Olivieri (Biblioteca e Musei Oliveriani) con una serie di patrocini (Comune di Pesaro, Provincia di Pesaro e Urbino, Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro) e collaborazioni (Prefettura di Pesaro e Urbino e Amici della biblioteca Oliveriana).

Eco e Di Bella

Dopo gli onori di casa del Prefetto Attilio Visconti ed i saluti del presidente degli “Amici della biblioteca Oliveriana” Salvatore Siena e del presidente dell’Ente Olivieri Riccardo Paolo Uguccioni, il direttore della biblioteca Oliveriana ed ideatore del “Salone della Parola” Marcello di Bella ha introdotto l’illustre ospite, una delle personalità della cultura italiana più conosciute oltre i confini nazionali. “La bibliografia di Umberto Eco è sterminata, come lunghissimo è l’elenco delle lauree honoris causa e delle onorificenze di cui è stato insignito in varie parti del globo. Personalmente, vedo in lui innanzitutto un filosofo che non si rinchiude nello specialismo storico – filologico, anche se può dare prova di una acribia fuori del comune nelle materie semiotiche di cui si occupa. Filosofo e filologo dunque, una sintesi invidiabile, animata da un’ironia che è uno dei registri costanti del suo spirito”. L’argomento non era dei più semplici: il rapporto tra “memoria” e “dimenticanza”, tra l’esigenza di ogni cultura di mantenere quei punti saldi che rappresentano la memoria e la storia collettiva e di lasciare indietro il superfluo, l’eccesso di informazioni. “Una volta – ha detto Umberto Eco – provocatoriamente dissi che non c’era differenza tra la Pravda ed il New York Times: la prima non pubblicava quello che bisognava sapere, il secondo, con il suo numero domenicale di 600 pagine, non consentiva al lettore di selezionare, perché anche il troppo cela”. Oggi, con internet, i social network e tanti altri mezzi di informazione, la situazione è ancora più complessa. “Un tempo l’ignorante era la persona a cui mancava l’accesso alla cultura, oggi lo è chi è incapace di selezionare tra la miriade di informazioni a disposizione, perché la cultura è il risultato del loro filtraggio”. Con l’acutezza e l’ironia che lo caratterizzano, Eco ha evidenziato come a rischio “dimenticanza” siano soprattutto i giovani, “che spesso dimostrano una completa ignoranza su cose avvenute immediatamente prima o dopo la loro nascita”. Ed allora, come raccontato dal filosofo, è accaduto che uno studente attribuisse ai bersaglieri la strage di Bologna e che un altro scambiasse Aldo Moro per un brigatista. “Una volta, cercando su Google la parola Olocausto – ha aggiunto – sono venuti fuori siti fascisti o negazionisti e se non si hanno informazioni è difficile capire. Nell’impossibilità di avere un ente che monitorizzi tutti i siti ed i loro contenuti, un ruolo importante può svolgerlo la scuola, educando al senso critico, ad una valutazione scettica del web, stimolando il confronto tra vari siti, in modo che a poco a poco si distinguano le idee comuni da quelle originali e quelle originali da quelle deliranti”. Altro strumento importante è stato indicato nella lettura, “che offre la possibilità di sommare ai ricordi personali quelli collettivi e di arricchire la propria esistenza, prolungando la vita. Come lettore, ho avuto una vita così lunga che dovrei ricordarla a rate”.

Ma così come non si può vivere senza “memoria”, è altrettanto impossibile farlo senza “dimenticanza”, da non confondere con quella indotta dal dominio e dalla falsificazione delle fonti documentarie. La “dimenticanza” a cui ha fatto riferimento Eco è sinonimo di alleggerimento. “Le culture devono alleggerire le proprie ‘enciclopedie’, a patto che si possa recuperare quello che hanno posto in latenza, custodito in una sorta di magazzino del sapere che è rappresentato dalle biblioteche, dagli archivi, dai musei. Un sapere che c’è e che può essere acquisito quando si vuole, scoprendo anche il gusto del ritrovamento”.

 

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