Pesaresi alle Olimpiadi tra gioie, dolori e messaggi

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13 agosto 2012

 

 

LONDRA – Il dolore e la gioia. Il dolore è una mattina, presto, prestissimo, per trovare un buon posto davanti a Buckingham Palace, a pochi metri dal rifornimento, dove i marciatori impegnati nella 50 chilometri ricevono acqua e sostanze energetiche. Una disciplina durissima dove una piccola crisi di fame e di energie si paga a caro prezzo.

 

Il nostro Luciano Murgia a Londra con uno striscione dedicato a Schwazer

Il dolore è vedere passare, subito in testa, il terzetto russo e il francese Diniz, conosciuto agli Europei di Barcellona, e in seguito lo spagnolo Garcia e il norvegese Nymark, incontrati una mattina di festa sulle montagne di Vipiteno, dopo la gare della sera prima nel centro storico della bella cittadina sudtirolese.

 

Il dolore è non vedere passare Alex Schwazer, l’amico che si è fatto male da solo e non lo ha smentito, torturandosi in attesa della pubblica flagellazione in un paese dove nessuno chiede scusa. Gli amici lo attendevano da un anno, con lui e per lui si erano dati appuntamento sul Mall. Molti sono rimasti a casa, ancora sotto choc. Qualcuno è venuto. Chi scrive ha portato una bandiera e un messaggio di incoraggiamento: Forza Alex, hai sbagliato, ma l’amicizia cos’è se non si dimostra nel momento del bisogno? Buoni tutti a saltare sul carro del vincitore e scenderne di corsa alla sconfitta.

 

La gioia è vedere l’amore di popolo per la marcia, una disciplina che è sofferenza, sacrificio, anche dolore. Quello che provano il serbo Filipovic, che crolla a terra e non si rialza neppure aiutato dai soccorritori, e lo spagnolo Sanchez, che conclude camminando incoraggiato dall’applauso degli spettatori che non se ne vanno anche se la 50 chilometri è finita da 10 minuti. Restano lì a sostenere lo sforzo del britannico King, che non vuole rititrarsi, stringe i denti e forse non vede più la strada, ma trova il traguardo.

 

La gioia è vedere la folla irlandese in comunione d’intenti con i tre atleti in verde. Cantano e incoraggiano tutti, non solo i propri beniamini. E quando chi scrive incita Marco De Luca, unico italiano in gara dopo la squalifica di Alex, loro si uniscono e il coro diventa possente, come quando Hefferman rimonta e sembra puntare a una medaglia. I tre che lo precedono hanno due proposte di squalifica, lui solo una, può forzare, ma davanti non si fermano e i giudici non alzano più la palletta gialla. Heffernan è quarto. In Italia sarebbe medaglia di legno, quasi un insulto, essere perdenti. In Irlanda è gioia, entusiasmo, perché De Coubertin esiste ancora nei cuori di chi ama davvero lo sport. Nel paese del calcio, dove il portiere della Nazionale può dichiarare “non l’avrei detto all’arbitro che il gol avversario era valido”, questi valori li abbiamo persi da tempo. Non a caso, sul volo British Airways da Gatwick a Bologna, un gruppo di ragazzini reduci da una vacanza studio nella capitale inglese impazzisce perché davanti a loro è seduto Borini, il calciatore passato in estate dalla Roma al Liverpool. Niente da fare, anche nei giorni delle Olimpiadi conta solo il calcio.

 

Un momento della 50 km di marcia

Per una pur tardiva purificazione, chi imbroglia (ma per noi essere furbi è un vanto, motivo d’orgoglio), chi insulta, chi aggredisce dovrebbe seguire una gara di atletica. Non in Italia, però, perché siamo stati capaci di fischiare gli avversari dei nostri (nel caso, delle nostre) mentre saltavano in alto! Disturbati intenzionalmente per farli sbagliare. Qui ritmano “Momenti di gloria”, da noi le canzoni degli ultrà.

 

La gioia è trovare all’ultimo momento, mentre la partita sta per iniziare, un biglietto da una coreana delusa perché la sua Nazionale non ha raggiunto la finale del volley femminile. Da Notting Hill a Earls Court il viaggio in metropolitana è breve, accompagnato da una folla di brasiliani reduci dalla “tragedia” (così intendono la sconfitta) di Wembley, dello sport nazionale, il pallone, da un Messico sorprendente e meritevole. “Ci rifacciamo nel volley” urla uno iniettando coraggio nelle vene dei connazionali. Non sembra facile…

 

Neppure il tempo di sedersi, in un posto che sembra valere meno delle sterline pagate, che devi assistere subito a una prodezza di Destinee “str….” Hooker. Appare incontenibile. Come la squadra statunitense. 25 a 11 in un amen. Stai a vedere – penso – che ho speso tanto per vedere poco. Osservo la gelida Berg alzare a piacimento, l’antipatica Tom forzare il servizio, e Sheilla e Jacqueline, che sulla maglia ha fatto scrivere Jacque, perdere il sorriso. E Ze Roberto spazientirsi. Macina chilometri, Ze, avrebbe potuto fare la 50 della mattina.

 

La storia della pallavolo pesarese, una volta targata Scavolini, in campo nella finale olimpica. Il passato rende meno amaro il presente. Due ex (Berg e Hooker) contro tre ex (Ze, Jacqueline e Sheilla). Tre hanno fatto la storia della Robur, una l’ha distrutta. Vedi Hooker in campo ed è naturale tifare per le avversarie, fossero anche la Papuasia. Se continua così, però, Destinee mi farà ancora male.

 

Per fortuna c’è Jacqueline che prende per mano il Brasile con i suoi incredibili attacchi vincenti che trovano sempre un varco nel muro avversario. Quando lei è a quota 14 capisci che la partita è cambiata. Sheilla le dà una grossa mano. Ora è il Brasile a dominare. La “torcida” si scatena. Come il giorno prima nella semifinale maschile con gli azzurri derisi a colpi di “Italia, Italia, vaffan….”. A uno più scatenato dell’altro avevo ricordato che il volley non è il calcio, si tenga pure il suo Flamengo… La moglie chiede scusa. Il Brasile vince, con pieno merito, esibendo un grande volley. Ze – tre Olimpiadi d’oro – infiamma il pubblico amico chiedendo applausi alle sue ragazze. Applaudono tutti, americani compresi. Che bello il volley, e che lezioni impartisce. Ultima palla a terra, anzi in rete, esplode la festa. Le brasiliane – non si capisce ancora come – prendono il posto del capo arbitro, cantano, ballano, piangono e poi – con la solita esagerata esibizione di fede (come se Dio tifasse per loro! Chissà cosa hanno da dire i bigotti stars and stripes…) – pregano in ginocchio, in cerchio. Jacqueline, più laica, balla, anche se non esibisce la danza che dopo uno scudetto infiammò Piazza del Popolo, la tifoseria pesarese. Destinee lascia il campo dialogando con Hodge. Sembra reduce da una seduta dall’estetista. Che non le importi di avere perso? Intanto, malgrado la sua bravura, gli Stati Uniti hanno perso la Coppa del Mondo 2011 e le Olimpiadi 2012. E se sotto sotto ci fosse la maledizione pesarese?

 

La gioia è anche una domenica mattina a Earls Court, finalina della pallavolo maschile. Si temeva una maledizione, dopo la sconfitta di Pechino 2008, ancora un quarto posto. Non è arrivato, l’Italvolley maschile è salita sul podio. Travolti dal Brasile in semifinale, gli azzurri hanno sconfitto (3-1) la Bulgaria che pure nel girone aveva vinto 3-0. Medaglia di bronzo, e oggettivamente non si poteva fare di più al cospetto di Brasile e Russia superiori. E’ una gioia per il movimento pallavolistico tricolore, è una grande felicità per Piero Benelli, medico della Victoria Libertas e della Nazionale italiana. Gli abbiamo mandato un messaggio di congratulazione. Da Mosca 1980, dalla partecipazione negatagli per il boicottaggio dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan, a Londra 2012, una soddisfazione inseguita trentadue anni. Un sms per dirgli: Caro Piero, d’ora in avanti stai attento a quel che dici, perché potremo scrivere che hai una bella faccia di… bronzo!

2 Commenti to “Pesaresi alle Olimpiadi tra gioie, dolori e messaggi”

  1. filippo scrive:

    Proprio un bell’articolo, Luciano.

  2. Gianfranco Ioele scrive:

    Bravo Luciano, è proprio un bell’articolo.
    Per quanto riguarda quella carogna della Hooker mi piace pensare che i nostri anatemi siano arrivati a destinazione.
    In fondo se li è meritati tutti, anche se però non ci ha dato la soddisfazione di farsi vedere in lacrime……
    Ma tanto con una così non c’è da meravigliarsi…al posto del cuore ha un registratore di cassa!!!
    E se ti ricordi in un intervista a Pesaro dopo aver visto il calore riservato alla Carol con la Dinamo Mosca disse: “Voglio entrare nei cuori dei pesaresi e diventare la nuova Carolina Costagrande.”
    Ma và a cagare và, stronza!!!

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