Palmiro Ucchielli: Attenzione ai paladini del “nuovismo”

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7 settembre 2012

Palmiro Ucchielli e Pierluigi Bersani 1

Ucchielli e Bersani (foto Marco Giardini)

di Palmiro Ucchielli*

PESARO – Se la demonizzazione della politica, che spesso scade nello sfregio delle istituzioni, alza la bandiera del rinnovamento, dovremmo essere capaci di scoprire cosa ci sia davvero dietro la parola rinnovamento, un termine che è diventato alla moda, tanto da far la fortuna di un movimento e del suo leader che sul ‘nuovo’ ha costruito fortune e slogan.

Anche negli anni della tv in bianco e nero, da Botteghe Oscure a Piazza del Gesù, si raccomandava “rinnovamento nella continuità”; il tutto, però, avveniva senza strappi o lacerazioni, sebbene con discussioni spesso accese negli organismi di partito. Allora qual è la differenza fra quel rinnovamento e questo sbandierato oggi? E’ perfino banale sottolinearlo: i profeti del ‘nuovo’ vivono in un’era mediatica in cui l’individualismo trova terreno fertile e la nascita dei partiti personali, dove il leader fondatore ne incarna storia, identità, linguaggio, ne è la massima espressione. Dietro la criminalizzazione della politica, dietro a chi vuol mettere in un solo calderone buoni e cattivi, mariuoli e onesti, politici che hanno interesse per il bene comune e politici per cui contano solo egoismi e particolarismi, dietro a questo tentativo di fare d’ogni erba un fascio non c’è il rinnovamento, c’è un’altra parola, pericolosa e ambigua: crisi, che significa mancanza di lavoro.

Primum vivere, deinde philosophari, scrivevano i latini, e senza il lavoro non c’è pane, e senza pane non solo non c’è vita, ma non c’è speranza, non ci sono progetti, non c’è futuro. Sulla mancanza di lavoro sono cresciute le serpi più pericolose: sono morti i diritti e nate le dittature, si è schiacciata la pace, si è spazzata via la democrazia.

Prima che sia troppo tardi, dobbiamo pensare a quale debba essere la politica ai tempi della crisi, a come recuperare la fiducia in una società colpita dalla precarizzazione, evitando che sacrifici e rigore siano gli unici temi dell’agenda del Paese.

E’ per questo che la politica non può ridursi a una lotta interna tra singoli individui, perché il partito non è un cartello elettorale da utilizzare per la scalata al potere. Il partito vanta una storia, una tradizione, delle regole, un’identità.

Rottamatori si può essere anche senza volerlo, mentre innovatori si è solo con un progetto di governo dell’Italia, dove al centro non c’è il ‘nuovismo’ ma ci sono il lavoro, i giovani, l’istruzione, le imprese.

Condivido, quindi, l’affermazione del nostro segretario nazionale Pierluigi Bersani che -al termine dell’incontro con la delegazione sindacale dell’Alcoa- a una domanda sulle primarie, ha stroncato ogni provocazione sul sindaco di Firenze, riportando al centro della discussione il tema del lavoro, “per altre questioni ci sarà tempo” ha aggiunto.

Il lavoro, che dovrebbe essere il primo e principale tema della campagna per le primarie, è invece scavalcato dal dibattito sulla composizione della futura eventuale squadra di governo, sulla percentuale di giovani o di “usati sicuri” che ne faranno parte.

Sono convinto fermamente che la linea seguita dal segretario Bersani sia quella giusta: bisogna puntare sul lavoro, perché è in gioco il futuro del Paese, il futuro delle nuove generazioni, le basi della democrazia. Non è questo il momento di sofismi né di giochi al massacro. E’ il momento dell’unità di intenti e della voglia di risolvere i problemi, è il momento di lavorare insieme per tornare al governo del paese.

*Segretario regionale Partito Democratico delle Marche

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