Niente più made in Italy? Catastrofe per il nostro tessile

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8 novembre 2012

PESARO – Niente più made in Italy su maglie, pantaloni, giacche, camice? Per il settore del tessile-abbigliamento, ed in particolare per quello della provincia di Pesaro e Urbino che conta numerose imprese conto-terziste, si tratterebbe di una vera e propria catastrofe.

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Lo afferma in una nota FederModa CNA di Pesaro e Urbino che stigmatizza la decisione della Commissione Europea di ritirare la proposta di Regolamento sul “made in”. “Una decisione – afferma il responsabile provinciale di FederModa CNA, Moreno Bordoni – che mostra la lontananza dell’UE dai cittadini e dalle imprese. Per le imprese conto-terziste, ma anche per quelle che lavorano con un marchio proprio (e nella provincia di Pesaro e Urbino sono diversi i brand di tendenza), si tratta di una vera e propria mazzata”.

“Non parliamo di poche attività – commenta il vicepresidente nazionale della CNA, nonché responsabile nazionale dell’Internazionalizzazione, Giorgio Aguzzi – visto che in provincia di Pesaro e Urbino, nonostante la crisi abbia falcidiato in questi anni decine e decine di attività, continuano ad operare quasi 700 aziende che rappresentano il 13,5% dell’industria manifatturiera provinciale”.

“Questa decisione – prosegue Aguzzi – è gravissima e non solo per le nostre aziende ma anche per i consumatori – perché nega ai cittadini europei il diritto di avere informazioni sulla provenienza delle merci. Senza considerare poi che così viene negato il diritto delle imprese manifatturiere europee ad avere condizioni di reciprocità e trasparenza nella partecipazione alla sfida competitiva internazionale”.

Ma è sulla potentissima lobby della grande distribuzione che il responsabile di FederModa CNA punta il dito. “Sostenuta dai Paesi del nord Europa – dice Bordoni – questa proposta ha avuto il sopravvento rispetto al mondo della manifattura. Le analisi che ponevano alla base della ripresa economica il rilancio della manifattura non sono state tenute in considerazione; è evidente quindi che la volontà di trovare strumenti per una crescita diffusa del sistema economico europeo non è patrimonio condiviso dagli Stati membri”.

Ma, secondo Bordoni ed Aguzzi c’è anche la mano dei grandi industriali italiani in questa scelta. “Già perché molti di loro hanno delocalizzato da tempo le loro produzioni all’estero, soprattutto sui mercati asiatici e nei paesi dell’Est. Ecco perché, con miope cinismo ed un opportunismo suicida ed anti italiano, sono ora favorevoli alla soppressione del “made in” per mere ragioni di interesse. Questo tipo di imprenditori non fa il bene del nostro Paese e non lo fa neanche alle proprie aziende. Aziende che tra non molto perderanno quelle caratteristiche legate al gusto e alla qualità del prodotto lavorato in Italia che ha reso famosa nel mondo la nostra moda”.

CNA Federmoda di Pesaro e Urbino auspica che la Commissione Europea riprenda in mano il dossier made in e riapra un confronto per la riproposizione della discussione sul Regolamento, “Per questo – concludono il presidente Aguzzi ed il responsabile FederModa Bordoni – facciamo appello anche ai parlamentari marchigiani perché si attivino nei confronti del Governo Italiano perché faccia sentire nelle sedi opportune tutto il disagio di un sistema economico che di fronte a scelte come questa sente l’Europa distante dalle proprie esigenze”.

 

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