Revisione della spesa e revisione della politica: confronto-incontro dell’Udc

di 

28 novembre 2012

Invito Udc

PESARO – “Revisione della spesa e revisione della politica”. Confronto-incontro che si terrà venerdi 30 alle ore 20.45 presso la sala Pierangeli, sede della Provincia di Pesaro ed Urbino, in Via Gramsci, 4. Organizza l’Udc, che ha inviato il seguente comunicato che pubblichiamo integralmente:

 

La spending review è un processo di revisione della spesa pubblica, che si propone di superare la c .d. spesa storica, ossia il finanziamento a pioggia di tutti i programmi di spesa delle amministrazioni pubbliche. Due sono gli obiettivi:

I°) verificare se e in che misura i programmi di spesa esistenti possano essere attuati con l’impiego di minori risorse – realizzabile anche nel medio periodo;

II°) ridefinire le aree e i settori di intervento dell’operatore pubblico, ridefinire ciò che questo dovrebbe o non dovrebbe fare – realizzabile solo nel lungo periodo.

Anche se un vero e proprio processo di ridefinizione delle aree e dei settori di intervento pubblico avrebbe richiesto tempi molto più lunghi, nella spending review ci sono alcuni spunti interessanti, altri, invece, che suscitano più di qualche perplessità, soprattutto perché non appaiono chiari i criteri per la ripartizione delle riduzioni dei trasferimenti.

Gli spunti interessanti che meritano di essere sottolineati, sono ad esempio:

1) la riduzione della spesa per acquisti di beni e servizi delle amministrazioni centrali.

2) la riduzione degli organici.

3) la soppressione e razionalizzazione delle province, individuando una sorta di “dimensione ottima”, dal punto di vista dell’estensione del territorio e della popolazione. Obiettivo analogo persegue la norma che introduce l’obbligo per i comuni di modesta dimensione di costituire unioni di comuni e/o unioni di servizi;

Misure che dovrebbero consentire di risparmiare, senza incidere sui servizi resi ai cittadini (così come recita il titolo del decreto).

Suscitano invece qualche perplessità le disposizioni concernenti la riduzione della spesa degli enti territoriali. Dato l’obiettivo generale di riduzione delle spese per acquisto di beni e servizi, vengono tagliati i trasferimenti alle Regioni a statuto ordinario ed a statuto speciale e viene ridotto il fondo sperimentale di riequilibrio a favore dei comuni e delle province. Tutto ciò si riflette sugli obiettivi del patto di stabilità interno, che viene inasprito: la logica è quella di applicare dall’alto, tagliando i fondi ex-ante in relazione ai consumi intermedi degli enti territoriali.

Va sottolineato che il comparto degli enti territoriali è quello da cui derivano i maggiori risparmi. Nulla da obiettare se si tratterà solo di riduzione di “sprechi” nell’ottica della vera spending review; molto da obiettare se i tagli si tradurranno in minori servizi ai cittadini.

La revisione della spesa, secondo noi va vista, come opportunità di impostare un nuovo modello di gestione territoriale e, naturalmente della politica, ossia partendo dal piccolo ad es. i comuni, la spending review va vista come possibilità, consorziandosi, di innovare risparmiando ed acquistare servizi migliori ad un costo ridotto senza incidere sui budget degli enti locali: la logica dei tagli alla spesa pubblica è un criterio che viene imposto alle amministrazione locali, e speriamo maggiormente anche alle amministrazioni nazionali, nonché alla politica in generale, tuttavia sta agli amministratori garantire i servizi ai cittadini anche tenendo basso il tetto di spesa.

Quando si parla di fornitura di bene e servizi si deve pensare a quali sono i settori interessati: mense ospedaliere, case di riposo, refezioni scolastiche, pulizie nel settore sanitario, servizi di vigilanza, servizi di informatica verso la pubblica amministrazione, servizi di lavanderia e alberghiero negli ospedali, ecc. In tutti questi settori si chiede, di fatto, alle aziende fornitrici di applicare sconti nelle fatture verso la pubblica amministrazione o di ridurre complessivamente le attività: questo perché non comprendiamo come una siringa, per esempio, possa costare tanto a Trento e triplicare a Palermo, ma tutto ciò cosa comporterà?

Nei prossimi mesi assisteremo alla rinegoziazione obbligatoria degli appalti in settori importanti come la sanità e scopriremo se la revisione della spesa pubblica garantirà gli stessi servizi oppure saranno i più deboli che pagheranno il prezzo della crisi.

Un welfare che inevitabilmente nel suo complesso rischierà di perdere in termine di efficienza e qualità anche a causa della riduzione delle prestazioni da parte dell’Amministrazione pubblica, se noi amministratori locali a diretto contatto coi cittadini non saremo in grado di dare risposte pronte, operative ed eventualmente alternative.

A quando la revisione della politica? Nessuno di buon senso difende l’attuale articolazione dello stato ma non prendiamo in giro i cittadini sostenendo che tutto il male e gli sprechi sono nelle Province. Senza nulla togliere all’esigenza del riordino e riduzione di spesa alcuni dati sono significativi: in Italia gli enti di diversa natura che svolgono sul territorio funzioni riconducibili alle province sono 2.821 tra cui: bacini imbriferi 63; consorzi di bonifica 191; comunità montane 356; Ato, acque e rifiuti 220. A questi si possono aggiungere i circa 600 enti strumentali creati dalle regioni per funzioni e deleghe assegnate alle province.

Il costo delle indennità per gli amministratori delle attuali province è di 120 milioni annue, il costo della cosiddetta politica di tutti gli enti, sopra citati: ?

Altro elemento di considerazione è il confronto con gli altri paesi dove l’organizzazione dello stato è basato su comuni, province, regioni:

Italia: 8.103 comuni, 107 province, 2 province autonome, 20 regioni
Francia: 36.565 comuni, 96 province, 22 regioni
Germania: 13.854 comuni, 323 province, 16 land
Spagna: 8.106 comuni, 50 province, 17 regioni.

Il problema non è dunque quanti sono, ma cosa gli enti devono fare.

Va dunque affrontato il sistema complessivo delle autonomie locali e delle società ed enti ad esse afferenti. Come giusto è il dibattito sul ruolo ed i poteri delle stesse regioni in un disegno complessivo nel quale non si può prescindere da quali funzioni e competenze assegnare a ciascuno, con corrispondente trasferimento di risorse da parte dello stato o delle regioni per quanto delegato. La necessaria revisione del titolo V° dovrebbe comportare il superamento dei conflitti di competenza, le anarchie, i doppioni nella migliore delle ipotesi, di enti od organismi territoriali per la stessa funzione: che aggiungono costi, burocrazia, tempo perso per cittadini ed imprese e sono causa di possibili malversazioni, ruberie e corruzione.

In tale contesto è tanto evidente la necessità di un livello intermedio tra Regione e Comuni quanto chiara che detto livello sia governato da un Ente unico con poteri e funzioni ben definiti e non incastrato in una pletora di enti vari. Allora perché non le province, già Ente Costituzionale autonomo, razionalizzando e verificando la dimensione territoriale?

Si è voluto indirizzare verso le province, che certamente tante colpe anno, il malumore dell’antipolitica,con un’operazione demagogica per non affrontare concretamente la riduzione degli sprechi nella spesa pubblica, l’efficienza dei servizi ai cittadini ed alle imprese.

Il nostro partito che vuole governare il Paese, dargli prospettive di risanamento e crescita non può fuggire dalle scelte anche dolorose dei costi della politica, della riduzione degli enti e della gestione della cosa pubblica: scelte difficilmente rinviabili se vogliamo privilegiare il mantenimento dei servizi alla persona ed il sostegno alle famiglie ed ai giovani in cerca di occupazione.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>