Fava, coraggioso della verità che servirebbe anche oggi

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12 dicembre 2012

CAGLI – Qualche giorno fa, l’Istituto “Celli” di Cagli ha intitolato la propria aula magna alla memoria di Giuseppe Fava, storico fondatore della rivista “I Siciliani”, ucciso da Cosa nostra quasi trent’anni fa.

Fava non era un semplice cronista, ma un intellettuale dotato di una forte personalità, oltre che di un carisma d’altri tempi.

Originario di Palazzolo Acreide, paese, spesso oggetto dei suoi scritti, in cui nacque nel 1925, si trasferisce all’età di 15 anni a Siracusa, dove frequenta il liceo “Gargallo” risultando uno dei migliori allievi dell’istituto; e successivamente a Catania, città nella quale conseguirà il titolo di dottore in Legge.

Nonostante la laurea, decide di non intraprendere la carriera giuridica, dedicandosi a quella giornalistica. “Sport Sud”, “Giornale dell’isola” e “Corriere di Sicilia” sono i primi quotidiani con i quali collabora prima di approdare al catanese “Espresso sera”, dove lavorerà per oltre vent’anni. Ma la sua esperienza professionale non si ferma ai soli giornali insulari: ben presto diventa inviato del settimanale meneghino “Tempo”, oltre che corrispondente del torinese “Tuttosport”.

Negli anni, Fava scrive diversi reportage e sviluppa uno spiccato interesse per l’arte e la letteratura. Inoltre, pubblica romanzi, scrive sceneggiature di film, vince numerosi premi. Il tutto senza mai perdere di vista il fenomeno della mafia siciliana, di cui sarà autorevole studioso fino alla morte.

Nel 1980 il grande salto: un posto alla guida del “Giornale del Sud” di Catania. La linea editoriale del nuovo direttore si fa subito notare: si scrive di mafia, di speculazioni edilizie e di altri avvenimenti senza risparmiare nessuno. Ed è forse per questo motivo che verrà innescata tutta una serie di intimidazioni che porterà Fava ad abbandonare il giornale.

La voglia di rivalsa, però, non manca. Passano due anni e il nostro intellettuale, con una schiera di redattori del “Giornale del Sud” rimasti a lui fedele, mette in piedi una nuova rivista, “I Siciliani”, dove si narrano, nei dettagli, i fatti reali che caratterizzano l’isola. La mafia è sicuramente il tema cardine su cui ruota il nuovo mensile, ma non basta: la “questione” nucleare di Comiso, le collusioni imprenditoriali e la deturpazione del paesaggio sono solo alcuni degli altri argomenti trattati dall’agguerrita redazione.

Le inchieste toccano, quindi, tematiche di ogni tipo, ma forse l’articolo che lascerà il segno più di ogni altro è quello su “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, pubblicato nel gennaio del 1983, a firma proprio di Pippo Fava, nel quale vengono denunciate presunte collusioni tra imprenditori e Cosa nostra catanese.

Esattamente un anno dopo aver scritto quel pezzo, cinque proiettili sparati alla nuca metteranno fine alla vita di uno dei più importanti intellettuali che l’Italia abbia mai avuto.

Per questo omicidio saranno condannati alcuni mafiosi legati a Santapaola.

Ecco, io credo che in un’Italia devastata dal malaffare e dalla corruzione come quella nella quale viviamo oggi (forse non molto diversa dall’Italia di 30 anni fa), ci sarebbe un gran bisogno di persone coraggiose come Pippo Fava, specie dal punto di vista giornalistico.

Per questo, mi piace ricordarlo con queste sue parole:

Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. Pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.

Lorenzo Chiavetta
Twitter @MisterLorenz86

 

 

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