Scariolo col cuore in mano: “Grande rispetto per la VL”

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4 aprile 2013

PESARO – Poco meno di un anno fa, la sfida valeva la finale scudetto. Oggi un buon posto playoff per Milano; la salvezza aritmetica per la Scavolini, se Biella, che gioca in casa con Cantù, dovesse concedere altri due punti alla Victoria Libertas.

 

Scavolini Siviglia-Milano, Sergio Scariolo

Sergio Scariolo all'Adriatic Arena (foto Giardini)

Zare Markovski la considera, comunque, “una sfida affascinante”. Per l’EA7 Emporio Armani di Sergio Scariolo, che ha perso sette volte tra le mura amiche, è il solito tranello casalingo?

 

“Non vorrei ridurla a questo – risponde l’allenatore lombardo che 25 anni fa era il vice di Bianchini nella prima cavalcata tricolore della Vuelle -, perché significherebbe non avere visto le ultime partite della Scavolini e quindi mancanza di rispetto per la squadra pesarese. Sarà un ostacolo molto alto da superare, indipendentemente dalle questioni mentali e ambientali che ci riguardano. Partirei dalla considerazione per quello che la Scavolini ha fatto, per la consistenza che ha avuto, ma anche per la grande prolificità e pericolosità che sta dimostrando nelle ultime partite. Mi sembra che, da un po’ di tempo, Pesaro sia abbastanza solida. Poi è vero anche l’altro aspetto. Per una squadra che ha vinto quasi sempre fuori e perso molto spesso in casa, la maggior parte delle volte contro avversarie che la seguivano in classifica, non può essere una casualità. Sabato dovremo essere particolarmente attenti. Purtroppo, l’abbiamo detto tante altre volte, ma siamo ricaduti nello stesso errore. Ciò significa che la situazione è particolarmente pericolosa, per noi”.

 

Sette sconfitte in casa, dieci vittorie in trasferta. La sensazione è che siate fragili moralmente e in squadra ci siano giocatori senza palle.

 

“Non c’è dubbio che abbiamo dimostrato fragilità psicologica. Non possono esserci fattori tecnici quando escono partita sì partita no e soprattutto in coincidenza con un livello motivazionale teoricamente inferiore. In campionati di un buon livello qual è quello italiano non si possono sottovalutare gli avversari, non si può non essere super motivati ogni volta. Purtroppo, a noi succede ed è una forma di fragilità psicologica, non ci sono dubbi. Una fragilità che può essere permanente o correggibile, con sfumature di mancanza di personalità o di eccesso di individualismo. Credo che ci siano tutte queste sfumature, ma non c’è dubbio che siamo di fronte a una forma di inadeguatezza mentale ai compiti che ci sono posti davanti”.

 

Non mancano i soloni che la contestano, affermando che è troppo facile vincere con Pau Gasol e Juan Carlos Navarro. Ignoranti che non sanno o fanno finta di non sapere che, se sono arrivati due titoli europei e una medaglia d’argento olimpica con la Spagna di Pau e Juan Carlos, lei ha vinto due scudetti (il primo da assistente, il secondo da allenatore capo) alla Scavolini, ma anche due titoli spagnoli (con il Real Madrid e Malaga) e due Coppe del Re (con Vitoria e ancora con Malaga). Scusi la lunga premessa, ma non le dà fastidio che la sua splendida carriera sia messa in discussione da questa annata difficile?

 

“Al di là del fatto che le opinioni sono libere e vanno educatamente rispettate, bisogna vedere la fonte di queste opinioni. Sembra veramente che ci sia una quantità enorme di grandissimi esperti di pallacanestro e a volte viene da chiederti: se in Italia abbiamo così tanti scienziati del basket, perché questa scienza non è stata usata per impedire che la pallacanestro italiana scadesse al livello in cui è scaduta? Si usa solo per spiegare cosa avrebbe dovuto fare Milano, dove ha sbagliato, dove avrebbe potuto fare meglio… Secondo me ci sono state negli ultimi anni situazioni, anche più importanti, in cui si sarebbe potuta dirigere questa scienza infusa, magari per impedire che la nostra pallacanestro precipitasse”.

 

Non so c’erano problemi tra voi, ma è grazie al prestito di Stipčević che la Scavolini si sta salvando. Dubito che senza l’ottimo giocatore croato la Vuelle sarebbe rimasta in serie A.

 

“Io non avevo problemi con lui, né lui con me. E’ difficile parlare per gli altri, però mi sembra che in questo caso sia facile farlo. Siamo rimasti in contatto e ho molta stima di Rok. Prima di tutto della persona, perché è stato, ed è, perché è ancora nostro, uno dei più positivi e più piacevoli da avere in una squadra, in uno spogliatoio. Nessuno problema con lui, nella maniera più assoluta…”.

 

Quindi solo problemi tecnici…

 

“Mi rendo conto che, fino ad ora, per i nostri playmaker, da Cook a Stipčević, da Green e Bremer, rispondere a quanto viene chiesto loro è molto difficile, a volte impossibile. Rok non è stato, nella maniera più assoluta, colpevole del nostro avvio irregolare. Anzi, è stato una vittima. Nel senso che le pessime condizioni di chimica della nostra squadra hanno danneggiato soprattutto chi deve farla funzionare. Al di là dei punti che anche i playmaker possono fare. Cook e Rok sono state le prime vittime. Uno li tirava per la maglia da una parte, un altro dall’opposta. Passavano la palla a uno e l’altro si intristiva… Adesso va un po’ meglio, ma ci sono stati momenti in cui fare giocare assieme la nostra squadra, più che provocare il mal di testa, fondeva il cervello di qualunque playmaker. C’è molta logica in quello che succedeva a Milano, ma è molta anche in quello che Rok sta vivendo a Pesaro, dove ha trovato un grande livello di umiltà nei compagni che gli stanno attorno. Ciò porta a riconoscere le innate doti di leadership, personalità e carattere che ha Stipčević. Viceversa, da noi era quasi impossibile potessero emergere. Rok merita quello che sta vivendo nella Scavolini”.

 

Ciò significa che avete sbagliato a costruire la squadra. Quali le sue colpe?

 

“I bilanci si fanno alla fine. Non c’è dubbio che abbiamo contribuito a costruire la squadra commettendo errori di valutazione. E non c’è dubbio che molto spesso l’atteggiamento della squadra non è stato completamente diretto a cercare il bene comune, ma portato all’individualismo. Tutti hanno una parte di responsabilità, da chi ha costruito la squadra a chi va in campo. Chi è sul parquet deve rinunciare a una quota di protagonismo per sacrificarsi in difesa, per giocare per gli altri e con gli altri. Quando le cose non vanno bene e procedono ad alti e bassi l’allenatore ha un’alta quota di responsabilità, nella quota che gli corrisponde nella costruzione della squadra e in quella che riguarda il tentativo di abbassare il livello di individualismo, per alzare quello del collettivo”.

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