Costa saluta Forlì: “Mi chiama Pesaro, mi chiama il cuore”

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29 maggio 2013

Ario Costa

Ario Costa in una meravigliosa foto di Enrico Manna

PESARO – Da Forlì a Pesaro, circa 90 chilometri (180 andata e ritorno) che ha coperto per un’intera stagione, spesso in treno. Mi è capitato di incontrarlo, alla stazione di Pesaro, di buon mattino, diretto in Romagna. Ora ritorna a casa, perché – pure nato a Cogorno, in provincia di Chiavari, e svezzato a Brescia da quel gentiluomo che era Riccardo Sales – qui è la sua casa. Non l’abitazione. La casa. Perché qui è il suo cuore. Grande come le manone che gli avevano incollato addosso il soprannome: Wimbledon. Come se avesse le racchette.

Una bella persona, in un mondo di troppi bluff, ho scritto più volte di lui. Lo ribadisco oggi, dopo avere letto le parole con cui ha salutato Forlì, la FulgorLibertas.

E’ una sorta di presentazione in anticipo, rispetto a quella in programma mercoledì pomeriggio, a Pesaro.

“Ho una chiamata da Pesaro – ha detto Ario ai colleghi romagnoli, come riporta con ampio spazio forlìbasket.it – e dinnanzi a una chiamata di una piazza che è stata la mia vita e il mio primo posto di lavoro… è il cuore che mi chiama… Già in passato dissi che la scelta di Pesaro sarebbe stata l’unica al mondo che avrei anteposto a qualsiasi altra opzione, più o meno seria, in mio possesso”.

Domanda: il binomio con  Sandro Dell’Agnello proseguirà a Pesaro?
“Difficile dirlo. Prima di tutto devo ancora chiudere con la Vuelle (gli perdoniamo questa piccola bugia, visto che la Vuelle ha annunciato la conferenza stampa; ndr). Una volta fatto, dovrò capire cosa servirà a Pesaro. Credo che le servirà un allenatore. Con Sandro ho un feeling particolare… Può piacere o meno, ma finora mi ha dato sempre ciò che gli chiedevo. Lo valuterò insieme ad altri e la mia stima resterà intatta anche se dovessi scegliere un’altra figura”.

Ario Costa è la storia della Vuelle, ne incarna la spirito, la voglia di lottare. Gli altri dirigenti, da Tonucci a Rombaldoni, annunciano una stagione difficile. Ario è l’uomo giusto, mai si è tirato indietro. Come quando, dopo la rottura dei legamenti di una caviglia, sul parquet di Badalona (8 dicembre 1987), a chi preventivava – compreso un medico catalano, luminare dell’ortopedia – che la sua stagione era finita, rispose lavorando ancor più duramente, in un centro specializzato per la riabilitazione, a Brescia. E rientrò in squadra il 28 febbraio 1988, contro l’Allibert Livorno di Giancarlo Sacco, travolto (111-99) dai famosi 45 punti di Aleksandar Petrović. Era la domenica in cui Bianchini si trovava negli Stati Uniti, a prendere Darwin Cook. Tornò a giocare una settimana dopo, il 6 marzo, a Varese, a meno di tre mesi dal gravissimo infortunio. Ecco chi è Ario Costa. Bentornato a casa!

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