“Dedichiamo il nostro lavoro alla moglie e ai figli di Andrea Ferri”. Applausi amari e domande ancora senza risposte

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9 giugno 2013

PESARO – “Dedichiamo il nostro lavoro alla moglie e ai figli di Andrea Ferri”. Nelle parole del comandante provinciale dei carabinieri di Pesaro, Giuseppe Donnarumma, ci sono tutte le sfumature nere dell’applauso che i pesaresi, presenti davanti la caserma, in buona parte amici e colleghi di Andrea Ferri, hanno tributato al lavoro dei carabinieri che, nel giro di cinque giorni, hanno portato all’arresto dei due presunti colpevoli (per saperne di più sull’arresto clicca qui: http://www.pu24.it/2013/06/09/ecco-come-i-carabinieri-hanno-incastrato-donald-il-killer-amico/).

Un applauso preceduto da un tentativo di linciaggio a uno dei due, Donald, il dipendente trattato come un figlio da Ferri, fermato solo dai carabinieri.

 

“Gli applausi – ha spiegato Donnarumma – sono l’immagine dell’Italia sana e la dimostrazione di gratitudine per un’azione investigativa che ci ha impegnato, senza soste per 5 giorni”. Quella stessa Italia che, sui social network, ha auspicato poi tutto il male possibile per i due fermati e, di pari passo, il timore di rivederli in libertà solo tra qualche anno.

Proprio su Fb, Donald, uno dei due, sfrontato e sorridente come può essere un ragazzo di 25 anni, spesso fotografato insieme al presunto complice mettendo in bella vista i muscoli, si presentava con la “S” di superman. Domande: che messaggio si può insinuare nella testa di una comunità, già piegata dal caso di Lucia Annibali, dopo un fatto del genere? Che nuovo equilibrio, già messo a dura prova dall’attuale situazione economica, può trovare una comunità che in passato si è sempre distinta per l’aiuto dato al più debole, al malato, allo straniero in difficoltà? E’ chiaro che un fatto come questo riesce a strappare tutti i sentimenti più negativi anche nelle persone più morigerate. Ma cosa si può pensare di chi, al giorno d’oggi, nonostante un lavoro sicuro, nonostante un datore di lavoro che ti ha accolto e trattato come un figlio, ne vuole ancora di più? E per questo è disposto a scaricare, come in un film, la pistola nel cranio di quella persona fregandosene di tutto e tutti, della sua famiglia, dei suoi cari, dei suoi amici e di quello a cui andrà incontro? Come può venirti in mente di farla franca e di convivere per tutta la vita con i tuoi demoni come se nulla fosse, di non dover rendere conto, prima o poi, a nessuno?

ALTRE DOMANDE 

Per cosa, poi? Ventimila euro? Solo per quelli o c’erano altri soldi e conti in ballo? E dove sono finiti, ora, quei soldi?

E che ruolo ha avuto esattamente il 23enne di origine marocchina Karym Bary, cresciuto a Morciano, calciatore dilettante nel Fiorentino di San Marino ma cresciuto nella Primavera del Rimini, poi passato al Cesenatico e  Riccione? Per i carabinieri di Pesaro c’era anche lui quella notte del 3 giugno.

E per cosa, poi? Con ventimila euro da dividere non va poi tanto lontano. Perché arrivare a fare questo per quattro vestiti firmati e quattro serate da finto ricco con quei soldi? Per cosa, poi? Una donna, anche se (dicono) bellissima, frequentata da qualche mese, anche lei di origine straniera, che ti fa perdere la testa, che ti porta a lasciare la tua precedente ragazza e ti fa spingere al massimo per schiacciare tutto e tutti? Nessuna risposta basta per motivare un omicidio, 4 proiettili esplosi in testa, quel chiaro intento di uccidere Andrea Ferri ad ogni costo. Mai.

Ma a queste domande bisognerà dare una risposta.

Nessun risvolto legato al crimine organizzato, alla camorra o mafia: solo l’opera di un singolo lucido (l’agguato studiato sapendo dove Ferri si recava dopo la partita a calcetto con gli amici) quanto, alla fine, maldestro (i 7 colpi in piena notte, la fuga con il monovolume di Ferri finita dopo pochi metri, il furto effettuato la stessa notte alla Tamoil di Montecchio…). Pesaro non sarà più un’isola felice ma, per ora, non è stata ancora intaccata dal cancro organizzato e oliato della malavita. Ma i sospiri di sollievo finiscono qui. Perché dietro il singolo episodio, questo singolo episodio e altri tristemente noti alle cronache locali, dietro la mentalità del “tutto e subito a qualsiasi costo” di “se lo ha lui, perché non posso averlo io”  del culto “dell’io sono migliore e più furbo degli altri, te la faccio pagare e io la faccio sempre franca” si delinea un tessuto sociale pieno di buchi, smagliature e fili che, questi casi, non fanno altro che amplificare. E se non iniziamo a ricucire questo strappo, prima o poi, verrà giù tutto. Con che esiti, non si sa.

Ma come?

Donald, agli occhi di chi andava a rifornirsi di benzina a Montecchio, sembrava in tutto e per tutto un ragazzo italiano dei giorni nostri. Molti lo pensavano del sud Italia, non macedone. Esuberante, pieno di sé, palestratissimo, simile a un tronista di periferia che ostenta tutto, dai muscoli all’abbigliamento, postando poi le foto-manifesto su Fb. E proprio quella sua postura, alla fine, lo ha fregato facendolo riconoscere dalle riprese delle telecamere di sorveglianza. Come quelle foto del prima, con la “merenda” a base di carne o il dopo che, secondo la ricostruzione dei carabinieri, avrebbe portato i due in pasticceria a mangiare dolci.

La leggerezza più assoluta dopo l’atrocità di un delitto. Cosa manca, allora? Si era integrato nella società locale. Ne aveva preso le abitudini e il modo di fare. Aveva un lavoro sicuro, al contrario di molti altri coetanei, e un datore di lavoro amico. Qual è, allora, il problema? Forse, la mancanza di certezza di una pena e della sua applicazione, le regole labili della società italiana, il messaggio che quotidianamente arriva e ti invita a provarci che tanto un modo per sfangarla si trova sempre? Può essere. Perché difficilmente rischieresti di bruciare tutto quello che hai ottenuto, per qualche migliaia di euro che comunque non ti faranno campare bene a lungo, se dall’altra parte della bilancia ci fosse la certezza assoluta di una vita da passare in carcere.

Recupero le parole di Liliam Thuram, ex calciatore, campione del Mondo dentro e fuori dal campo, oggi ambasciatore Unicef: “Dobbiamo insegnare l’uguaglianza ai bambini. Non è il colore della pelle che ti fa essere quello che sei. E’ la tua educazione, la tua condizione sociale, la tua personalità. Siamo tutti uguali ma farlo capire è difficile”.

Un commento to ““Dedichiamo il nostro lavoro alla moglie e ai figli di Andrea Ferri”. Applausi amari e domande ancora senza risposte”

  1. Lorenzo scrive:

    Devono marcire in carcere.
    Questa gente non va trattata con i guanti bianchi ma va trattata a dovere in caserma.
    Non basta il carcere…devono soffrire questi codardi.

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