“La politica pesarese ha bisogno di un nuovo gruppo di cattolici”

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24 luglio 2013

Da comunicareilsociale.com

Da comunicareilsociale.com

PESARO – La città di Pesaro ha bisogno di un nuovo progetto urbano demarcato nettamente da contorni di carattere sociale, adatto a fronteggiare la grave crisi che sta intasando i corridoi degli enti preposti alla grave e gravissima emarginazione. Non basta scaricare le responsabilità sul Governo: se nel settembre 1944 i nostri nonni avessere aspettato le direttive romane non avrebbero cominciato a ricostruire la città nella quale ora viviamo. Non possiamo fare spallucce di fronte ai 20 senza fissa dimora – molti dei quali pesaresi come noi – che dormono all’aperto, o alle decine di persone che nell’hinterland pesarese dormono in auto dopo aver ricevuto lo sfratto esecutivo. Non possiamo rimandare alla Caritas diocesana o parrocchiale il vicino di casa che non riesce a pagare le bollette, o che rimane senza credito telefonico. Dobbiamo mettere mano al nostro portafoglio e nel frattempo costruire un progetto di città sostenibile, non solo nelle graduatorie ambientali. Dai cattolici serve un atto di coraggio, riunendosi all’insegna dei valori comuni e progettando insieme la città nella quale vogliamo vivere, che può poggiare sulle linee guida della piattaforma programmatica che ho denominato “Con la crisi si convive elaborando un patto sociale e solidale”, una forma embrionale e integrabile utile ad una discussione iniziale. Occorre creare un laboratorio urbano che rispecchi i tratti del cattolicesimo sociale e solidale che Papa Francesco sta tratteggiando di giorno in giorno. Basta con la politica delle “quote bianche”, dove i cattolici si dividono su più fronti accontentandosi di piccole porzioni di potere, spesso di esclusivo interesse personale. Occorre un progetto partecipato e aperto, nel quale si possa parlare liberamente (ad esempio di sanità e di riorganizzione socio-sanitaria del territorio provinciale, passando anche per una revisione al modello di welfare ormai immobile da oltre 20 anni), riflettendo sui contorni che dovrà prendere la Pesaro del futuro, quella che approderà al 2020, profondamente cambiata da quella che abbiamo vissuto fino ad un paio di anni fa. Serve abbandonare i capibastone che molti di noi – all’interno della politica e del civismo – hanno seguito fino a poco tempo fa, riorganizzandoci in un gruppo vivace e aperto.

 

Documento “Con la crisi si convive elaborando un patto sociale e solidale”

Questi flash rappresentano un tentativo di mettere sul tavolo alcune idee utili a dare risposte e a tracciare un’agenda di lavoro in chiave politica e istituzionale: è necessario che la politica torni a svolgere quel ruolo di pensatoio e laboratorio utile a indirizzare il lavoro pratico delle istituzioni, evitando di rimanere un passo indietro rispetto agli amministratori. Rimanendo passiva la politica non è più “sale” per la società e diventa mero strumento elettorale, privo di funzioni più nobili e interessanti. Ridando un ruolo di guida alla politica sarà possibile superare quel sentimento di antipolitica e odio verso i partiti che serpeggia tra la cittadinanza, per certi versi giustamente stizzita da un protagonismo solamente mediatico della politica partitica e dei suoi rappresentanti. Con la crisi possiamo conviverci solo con un nuovo patto sociale utile a costruire un nuovo modello di sviluppo, e questo patto non può prescindere dal valore guida della solidarietà. Questo concetto rappresenta l’architrave sul quale ricostruire il cattolicesimo sociale a livello glocale, ovvero partendo dalle buone prassi del territorio per arrivare ai livelli più alti, dove la politica deve necessariamente cambiare i suoi paradigmi, ormai assolutamente autoreferenziali, tornando a parlare alla gente in maniera concreta e scevra dalle ridondanze mediatiche e dall’assillo dei sondaggi. Come “fare” del cattolicesimo sociale un modello politico attuabile o almeno proponibile a livello glocale? Essenzialmente cambiando la mentalità di approccio ai temi più diversi, e ponendo prima di qualsiasi questione la domanda: “Quale potrebbe essere la soluzione che valorizzi la solidarietà verso l’altro?”. Possono sembrano parole vuote, ma se le si prova a sostanziare sui temi attuali si scopre che sono proponibili, con un po’ di sano coraggio.
ALCUNE DOMANDE POLITICHE. Può una comunità politica limitarsi a sperare in un futuro più roseo? Evidentemente no, perché va rilevato l’aspetto pedagogico che la crisi economica ci sta offrendo: la riscoperta della solidarietà come sinonimo di fratellanza, collaborazione, sobrietà, stili di vita più sostenibili, attenzione ai bisogni dell’altro. Questi sono valori che la crisi ci sta offrendo su un piatto d’argento, conditi dalle parole di un uomo chiamato Jorge Bergoglio che dalla Quaresima 2013 è stato incaricato a traghettare la Chiesa cattolica verso una nuova primavera. Come ricondurre questi temi in una narrazione politica con capacità programmatiche? Ripartendo dalla rete di servizi che da decenni hanno contraddistinto la vivacità del territorio nel settore del welfare, ricostruendo quella trama di relazioni – dialogiche, lavorative e istituzionali – che se ricondotte in un progetto sinergico possono trasformare Pesaro in un contenitore di “buone prassi” a livello nazionale. Il tema della narrazione politica non è un leit-motiv, ma l’unico modo per imparare a spiegare la solidarietà come qualcosa di assolutamente pratico e a portata di mano – per ciascuno di noi – cambiando i paradigmi che recintano la solidarietà alle associazioni prettamente preposte. La solidarietà è un impegno comunitario che convoca ciascuno di noi, anteponendo l’aspettativa dell’altro al fenomeno Nimby, “not in my back yard”, non nel mio giardino, non a casa mia, non a me.

PANORAMA LOCALE. Il perdurare della crisi economica e il trasformarsi dei suoi effetti da previsioni a fatti concreti pone a un’organizzazione politica e alla cittadinanza il tema di come impostare il futuro sulla base di un patto sociale che rivalorizzi l’emisfero della solidarietà, annebbiato dai fasti del boom economico e della cultura consumistica degli anni Ottanta e Novanta. Pesaro – come altre città di medie dimensioni del centro Italia – sta pagando più di altri territori il prezzo della crisi, perchè abituata ad un tenore di vita da isola felice, che ora si trova a fare i conti con la mancanza di prospettive occupazionali anche di carattere precario, espandersi del fenomeno Neet, giovani sfiduciati che non studiano né lavorano, povertà dilagante anche tra i ceti medi. Senza scomodarsi a visitare i luoghi di accoglienza Caritas, basta fare un giro per i corridoi dei Comuni, di alcune società partecipate e di cooperative consolidate per rendersi conto di quanto sia variegata la disperazione tra i concittadini, molti dei quali smarriti di fronte ai primi seri problemi legati alla ristrettezza di risorse (affitti, bollette, rette scolastiche, spese impreviste). Da questo panorama emerge una prima risposta alla domanda di solidarietà posta nel paragrafo precedente: orientiamo tutte le scelte verso la creazione di opportunità lavorative – che garantiscono anche una forma di prevenzione dalla devianza sociale tipica dei tempi di crisi – capaci di impiegare quel patrimonio umano che a tutt’oggi passa le giornate inviando curriculum e facendo la spola tra i vari uffici, invano.

ALCUNE RISPOSTE POLITICHE. Quale potrebbe essere la prima pietra di questo nuovo “edificio sociale”? Aprire un tavolo di confronto scadenzato da un cronoprogramma nel quale esaminare tutti i settori e le conseguenti azioni – di semplice attuazione – utili a ridurre l’impatto della crisi ridando sollievo ai concittadini alle prese con varie difficoltà. E’ quindi possibile immaginare una disamina sulla situazione nel settore della grave emarginazione sociale, facendo un’ecografia dell’esistente e analizzandone limiti, possibili miglioramenti e iniziative per rafforzare la rete nel nostro bacino geografico di riferimento, che ovviamente non comprende solo Pesaro ma anche i Comuni che fanno parte del bacino geografico limitrofo, spesso denominati bassa Val del Foglia, geolocalizzazione spesso riduttiva. A seguire si potrebbe passare alla fotografia del mercato del lavoro, scovando le opportunità di rilancio che piccole iniziative possono incarnare, specie se agevolate da un dialogo più costante e concreto con le istituzioni locali. Un elemento deve essere chiaro avendo di fronte gli anni più duri della crisi: non viviamo più tempi in cui è possibile perdersi nelle difficoltà normative – e tantomeno nelle prese di posizione ideologiche – ma bisogna lavorare ognuno secondo le proprie capacità per snellire ogni iniziativa volta ad uscire dalla stagnazione – anche morale – nella quale ci troviamo. A tal fine è opportuno aprire un tavolo parallelo – condotto da persone esperte e con un approccio il più possibile “laico” – sul ruolo che l’edilizia può avere nel percorso di convivenza con la crisi, in quanto è un settore che muove tanto lavoro di diverso tipo, ed è spesso la ricetta per dare respiro alle classi più colpite. Concludendo con il volontariato, è importante creare una rete tra associazioni simili creando contenitori di settore, includendo nei ragionamenti “di rete” istituzioni, banche, associazioni di categoria e portatori d’interesse disponibili a dare un contributo: dobbiamo infatti uscire da una visione del volontariato meramente gratuita e volontaristica, perché il no profit può trasformarsi – cosa che sta già parzialmente avvenendo – in volano per l’economia del terzo settore, diventando strumento di gestione di strutture a supporto delle istituzioni – sia laiche che religiose – rafforzando la sinergia tra pubblico e privato e l’insieme dei servizi. In questo contesto, va considerato come un dogma l’obiettivo di eliminare i doppioni, per massimizzare le risorse disponibili, sia in termini economici che di personale.

PIANO DI ATTUAZIONE. Si potrebbe declinare la “solidarietà” prima in una forma di brainstorming, per tastare il polso alla cittadinanza e a quanti si ritrovano in un’idea, non per forza confessionale, di cattolicesimo democratico, capendo quali sono le basi di partenza. Passando poi ai temi della sicurezza e della pedagogia urbana, della sanità, dell’urbanistica, della viabilità, dell’ambiente, della cultura, del turismo e riconducendo poi il risultato di questi confronti in un’agenda sociale, tornando a dare alle politiche sociali il ruolo che meritano, un ambito non settoriale ma che abbraccia tutta la sfera dell’amministrazione locale e di area vasta. In questo modo il welfare diventerebbe l’architrave sul quale costruire un progetto di città sostenibile, un progetto che potrebbe paragonarsi alla “città di Dio” pensata da Giorgio La Pira, un modello non religiloso ma laico di città a portata di uomo e di comunità, dove non si ragiona per campanili ma per sinergie, anche in ambito metropolitano, rivedendo i rapporti con Fano e Urbino, evitando di considerandoli periferie dell’area vasta ma elementi di collaborazione sempre più insostituibili. Il progetto è vasto ma recuperando il dialogo e il confronto sano può essere realizzato – o almeno proposto e strutturato – in maniera semplice e non dispendiosa, proprio perché le idee vivono in ognuno di noi e non hanno bisogno dell’urbanista di turno per trovare armonia.

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