Guillaume Tell, cinque ore e mezzo di emozioni uniche. Un trionfo per tutti

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12 agosto 2013

PESARO – Poco meno di dieci minuti (sarebbero stati di più, ma dopo 5 ore e mezzo c’era voglia di alzarsi in piedi e camminare…) di applausi, battimani e… battipiedi ritmati da un pubblico che ha vissuto intensamente la prima all’Adriatic Arena.

 

Diciotto anni dopo, il Rossini Opera Festival ha vissuto un evento. Con una differenza, sperando che la sensazione non sia figlia dell’emotività del momento: nel 1995 il Guillaume Tell aveva colpito, ieri sera ha emozionato. E neppure l’avversione dei tradizionalisti ha scalfito l’entusiasmo per la regia di Graham Vick, che ha saputo coniugare – una volta di più – la sensibilità per la musica ai grandi ideali di libertà e giustizia sociale.

 

Il pugno chiuso, speranza non burocrazia o totalitarismo

 

Un momento dello spettacolo

Il pugno chiuso che ha accolto gli spettatori

 

Entrando in platea, qualcuno potrebbe avere scambiato il pugno chiuso sul fondo bianco e rosso con una parata nella Piazza Rossa di Mosca per le celebrazioni di ottobre. Insomma, con la retorica comunista. Niente di più sbagliato. Nelle parate moscovite c’era il trionfo della burocrazia, del totalitarismo delle idee. Nel pugno chiuso di Vick, la speranza di un popolo oppresso, dei popoli oppressi, ancora oggi.

 

 

 

 

Ouverture commovente

 

Una speranza ribadita dall’esecuzione dell’ouverture: commovente. Un suono delicato e allo stesso tempo potente, il dolore e la voglia di libertà. Michele Mariotti l’ha diretta con amore, passione infinita, portandola a un livello ascoltato raramente.

 

Il coro degli svizzeri “Quel jour serein le ciel présage!” ha anticipato il canto del pescatore, Celso Albelo, che ha rischiato di cadere dalla barca.

 

L’opera è partita con grande impeto. Vick ha saputo offrire la sintesi della differenza tra oppresso e oppressore. Gli svizzeri con il capo chino, il viso a terra, che puliscono umilmente. Gli austriaci, eleganti, che osservano come fossero a teatro.

 

Ogni nota della musica celestiale è in sintonia con l’immagine, con i movimenti, tutto è perfetto, fino a quando – quasi atteso – arriva il suono di un telefono cellulare. Che non interrompe un’emozione, ma conferma che la maleducazione è a prova d’annuncio multilingue prima del via. Il pubblico è invitato a spegnere gli apparecchi, ma c’è sempre qualcuno che pensa che il messaggio sia indirizzato ad altri.

 

Le prime danze non convincono

 

Un momento della serata

Un momento della serata

Arriva il primo momento delle danze, che non ci convincono. La coreografia ci sembra forzata, i movimenti di dubbio gusto. Però il pubblico applaude con calore.

 

Arriva il primo intervallo. Graham Vick e Ron Howell si intrattengono con l’ex direttore artistico del Rof, Luigi Ferrari, e signora.

 

Fuori c’è la fila alla cassa per acquistare i cestini di degustazioni. Non amando i salumi, non ci siamo avvicinati e non sappiamo se il pubblico ha apprezzato. Durante il secondo intervallo c’era una discreta fila, ma quando le maschere hanno invitato a rientrare in sala sul bancone erano presenti numerosi cestini.

 

Non chiedeteci chi c’era, perché siamo estranei al gioco dei vip, che poi vip non sono. Così non vi tedieremo con i nomi delle improbabili presenze illustri, altrimenti dovremo raccontare dell’assessore alle varie ed eventuali di Roncofritto o del presidente della Provincia di Vattelapesca, ma anche di quello della Regione famosa per le tasse salate inflitte ai propri cittadini.

 

Un cast fantastico

 

Vogliamo raccontarvi, invece, che le voci sono fantastiche, che il cast è stellare, con Florez (Arnold Melcthal) che fin dalla prima nota sembra intenzionato a oscurare il firmamento. Il suo duetto con Marina Rebeka (Mathilde) è sublime, il terzetto con Simon Orfila (Walter Fürst) e Nicola Alaimo (Guillaume Tell) fa saltare l’applausometro. Mani e piedi danno ritmo all’affetto degli spettatori.

 

Finale commovente

 

Il finale dell’atto è commovente, Vick ama l’Italia, l’arte, la cultura del nostro paese. Nell’impianto scenico fisso c’è una scritta inequivocabile, in latino: Ex terra omnia, dalla terra di tutti. A questa se ne aggiunge un’altra, Helvetiorum fidei ac virtuti, scritta a mano, lettera per lettera, con la vernice rossa. Alla fedeltà e al coraggio degli svizzeri. E’ una scritta che compare su un monumento di Lucerna e ha intrigato anche Mark Twain (A tramp abroad, un vagabondo all’estero).

 

Vick – lo ha confessato – ama Novecento, il film di Bertolucci. Lo conferma nelle scelte registiche. Appare una bandiera rossa, i contadini svizzeri hanno un fazzoletto rosso al collo. Se qualche banchiere svizzero è in sala, sicuramente inorridisce. Di recente, il colore rosso – che poi è anche della bandiera della Confederazione – fa riferimento solo alle sofferenza in banca, ai conti correnti senza denaro. Non alla vergogna di essere stato uno dei primi paradisi fiscali. Insomma, neutrali, sì, ma non con il denaro.

 

Per Vick, invece, un popolo unito non può essere vinto. Una speranza delusa dalla storia. Gli unici che continuano a crederci, visto che siamo in tema musicale, sono gli Inti-Illimani. Però è importante crederci e Vick ci crede.

 

Il terzo atto segna il riscatto delle danze, anzi del popolo elvetico. Ballando sotto il tacco degli oppressori, che brindano, ballano e umiliano gli oppressi, ma fanno scattare la ribellione, che è raffigurata dalla freccia di Guillaume Tell che centra la mela sulla testa del figlio Jemmy (Amanda Forsythe).

 

Un orologio svizzero? Sì, ma la Rolex? A Salisburgo

 

I movimenti sono sincronizzati alla perfezione. Rischiamo la banalità, ma ci sembrano un orologio… svizzero.

 

A proposito: è vero, come si dice fuori Pesaro, che in un recente passato la Rolex abbia manifestato l’intenzione di sponsorizzare il Rossini Opera Festival? Insomma, il Rof come il Torneo di Wimbledon? Ma non se ne è fatto niente. Intanto, dal 2012, Rolex è sponsor principale del Festival di Salisburgo.

 

Un breve intervallo – rimanendo in sala – precede l’ultimo atto, il quarto, di un interminabile quanto indimenticabile serata.

 

Florez divino

 

Florez canta divinamente, il pubblico lo avvolge di passione per due volte. Vick gli regala – ad Arnold Melcthal, non a Florez – un pensiero degno di Ermanno Olmi. Simone Alberghini, che è Melcthal padre, è ripreso da giovane con un bambino, Arnold, mentre coltiva la terra, scavando con le mani. Un’immagine degna di Ermanno Olmi, del suo L’albero degli zoccoli.

 

Seguiranno anche immagini crude, come il cavallo morto con la testa mozzata; è la durezza della vita.

 

La musica che accompagna il finale è di una bellezza sconvolgente e fa da ponte, anzi da scala, che è la scena che conclude l’opera, con il tifo da stadio che per quasi dieci minuti accompagna tutti i protagonisti, uno a uno, con note particolari per il direttore d’orchestra, Florez, Rebeka e Forsythe, piaciuta al pubblico nel ruolo di Jemmy. Ma con loro è giusto ricordare Luca Tittoto (Gesler), Alessandro Luciano (Rodolphe), Wojtek Gierlach (Leuthold/Un Chasseur)) e Veronica Simeoni (Hedwige).

 

Tifo stile Anfield Road

 

Un momento dello spettacolo

Tutti insieme sul palco per ricevere gli applausi

 

Un’atmosfera che Vick ama, lui di Liverpool, tifoso del Liverpool, ovvero dei Reds, dei rossi che giocano ad Anfield Road e hanno il sostegno della curva più bella del mondo, o forse la più emozionante. “You will never walk alone”, non sarete mai soli, cantano i reds, che sono un popolo unito come piace a Graham Vick. Che poi qualcuno ci abbia messo un buuh quando il regista è salito sul palcoscenico, ci sta, è fisiologico, pur se incomprensibile, alla luce di quanto visto.

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Un commento to “Guillaume Tell, cinque ore e mezzo di emozioni uniche. Un trionfo per tutti”

  1. claudio salvi scrive:

    Bravo Luciano! ieri sera ho scritto la mia recensione (che uscirà solo domani), e ho trovato molti punti di contatto con la tua cronaca-recensione della serata. Indubbiamente un Tell che rimarrà nella storia..!

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