L’Aquila e il Picchio. Storia calcistica con una morale

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10 febbraio 2014

Sandro Candelora

 

FANO – Nel calcio si registrano eventi emblematici, accadimenti che invitano a meditare, parlandoci da vicino anche quando si svolgono a distanza. E’ notizia di questi giorni che Francesco Bellini ha acquisito la maggioranza assoluta delle quote azionarie del glorioso Ascoli, miseramente fallito in virtù delle vicissitudini societarie che ne hanno contraddistinto gli ultimi anni. Il nuovo patron è un italo-canadese originario del Piceno che ha fatto fortuna nel campo dell’industria farmaceutica, coprendosi di fama, denaro e potere politico. Ad un tratto ha avvertito un impulso interiore, quasi un richiamo della coscienza: dopo oltre un secolo di storia la squadra della sua città natale era in procinto di scomparire, sommersa dai debiti, inseguita dai creditori.

Additata al pubblico ludibrio dopo che, sotto la guida del compianto Costantino Rozzi, era divenuta il vero vanto del football marchigiano. Non poteva tirarsi indietro e non lo ha fatto, dando prova di ammirevole senso civico, invidiabile attaccamento alle radici. L’Alma non versa in cattive acque amministrative ma è dal canto suo prossima all’autentico fallimento sportivo, se è vero che dopo la mortificante retrocessione nei dilettanti dell’anno scorso (evitabilissima ma cercata e raggiunta con pervicace autolesionismo) si trova ora a dover vedere i sorci verdi per agguantare una salvezza per nulla facile, visto il penoso andazzo tecnico di questa stagione. I Bellini nostrani non mancano e non c’è motivo di andarli a cercare oltreoceano, visto che sbandierano boriosamente e ad ogni piè sospinto la propria ricchezza accumulata in riva al Metauro. Dite che sentiranno anch’essi un pungolo d’orgoglio, accorrendo al capezzale del malato per restituirlo alla migliore salute, ad una dignità ogni giorno più offesa e ad un più consono futuro? Macché stimolo! I potentati locali (i nomi li conoscete tutti) non udirebbero nemmeno un colpo di cannone. Sono troppo affaccendati ad occuparsi del loro orticello privato per poter capire cosa significa appartenere ad una collettività. E per il suo buon nome spendersi. Per una volta senza chiedere nulla.

 

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