Da Pesaro a Kiev: la rivolta ucraina vista con gli occhi di una musicista del Conservatorio. “Caos difficile da comprendere”

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14 marzo 2014

Vanessa Galluccio

PESARO – Una giovane musicista del conservatorio di Musica G. Rossini di Pesaro racconta l’esperienza dei giorni di tumulto e caos vissuti a Kiev, sua città natale nella quale era da poco rientrata. Senza entrare nel merito del giusto e dello sbagliato e delle motivazioni politico-civili che hanno scatenato la rivolta, la ragazza – che chiameremo Irina con un nome di fantasia – racconta come ha vissuto, compreso e percepito i giorni più cruenti susseguiti lo scorso febbraio nella capitale Ucraina.

Quando hai capito che stava succedendo qualcosa di grave?
“Il momento in cui ho cominciato a realizzare che qualcosa non andava è stato quando ci è giunta voce che la metropolitana era bloccata per via di “minacce terroristiche”. Cominciavano da lì tutte le notizie confuse al telegiornale e tutto bruciava. Girava voce che la metro era in funzione ma che veniva utilizzata solo dal commando militare che doveva giungere alla piazza dell’indipendenza per (questo il termine che si sentiva utilizzare spesso in quei giorni) sopprimere la rivolta”.

Ti ricordi il giorno esatto dell’avvenimento?
“Sì, era il 18 febbraio, e da quel giorno non potevamo più spostarci con i mezzi pubblici, anche la possibilità di prendere il taxi era diventata un pericolo. Il giorno dopo infatti ci è giunta la notizia di una sparatoria che aveva visto un giornalista morire proprio nell’intento di prendere il suo taxi”.

Come passavi quei giorni?
“Per la maggior parte del tempo rimanevamo chiusi nelle nostre abitazioni, per quanto mi riguarda io abito nella periferia della grande Kiev a parecchia distanza dal centro per cui non ho vissuto con i miei occhi i momenti più forti. Voci confuse motivazioni approssimate e paura, questo ricordo. Nei giorni a venire mia madre fece qualche chiamata ad amici e persone care, per accertarsi del loro stato, una delle nostre amiche che abita al centro proprio nella piazza dell’Indipendenza ci parlava al telefono ed in tempo reale raccontava di ciò a cui stava assistendo dalla finestra di casa. Un cecchino poco distante da lei e ben visibile stava sparando alla folla in piazza, le persone puntate erano munite di bombe molotov, nessuno aveva con se armi da fuoco ed in quei momenti non erano chiari neppure i parametri di azione da parte delle forze dell’ordine”.

Che opinione ti sei fatta di tutta questa faccenda?
“Le notizie sulle motivazioni di tutto questo grande caos rimangono per me confuse, ammesso che quelle divulgate, sia all’interno del mio Paese che all’esterno, siano concretamente chiare e veritiere. Ad ogni modo non mi interessa entrare nel merito di motivazioni che per me rimangono sempre e comunque assurde, non c’è giustificazione alla violenza anche se a volte la disperazione ha i suoi comandamenti. Quella che vi racconto è la semplice esperienza di una ragazza che si è trovata da un giorno all’altro in un caos e in una violenza difficili da realizzare a tutt’oggi”.

KievQuel è la cosa che ti è rimasta più impressa?
“Ricordo bene il concerto andato in onda sul grande schermo montato nella piazza Dell’Indipendenza il 26 febbraio in commemorazione delle vittime di tutto questo grande caos. Quella mattina io e mia madre eravamo là, intorno un panorama disastroso, palazzi bruciati, parenti e amici delle vittime che si recavano in piazza con i fiori in segno di lutto. Da un lato urla di dolore e lacrime, dall’altro ricordo invece un piccolo gruppo di persone che lanciavano ancora urli di protesta muniti di mazze da baseball. L’immagine che più mi è rimasta impressa però è quella di due uomini che mangiavano lì in piazza con piatti di plastica apparecchiati su un pezzo di tronco di un albero abbattuto nei precedenti giorni degli scontri (foto a fianco). Credo ci sia un immenso simbolismo in quella scena. A far da cornice a questo quadro infine il concerto della giornata di lutto, trasmesso lì in piazza ma eseguito nell’interno della “Filarmonica” (conservatorio e teatro musicale di Kiev a pochi metri dalla piazza stessa) rimasta inaccessibile e chiusa al pubblico dal 18 al 26 febbraio”.

Kiev

Ora che sei rientrata in Italia, cosa pensi di fare? Hai voglia di rientrare nella tua città natale?
“Per ora rimarrò a Pesaro, per proseguire i miei studi, sono rientrata qui non con poche difficoltà, visto che l’ufficio immigrazioni di Kiev si trova proprio al centro e per ovvi motivi non potendovi accedere nei giorni cruenti, ho notevolmente ritardato la mia partenza per l’Italia. Nonostante tutto amo il mio Paese, così come sto bene a Pesaro dove ho scelto di frequentare il conservatorio Rossini e dove vivo ormai da tre anni! Ad ogni modo resto attaccata alle mie radici e se le possibilità lavorative e la situazione politica andrà a migliorare potrò essere solo ben lieta di rientrarci, anche in vista di un progetto di vita futura”.

 

LE FOTO

3 Commenti to “Da Pesaro a Kiev: la rivolta ucraina vista con gli occhi di una musicista del Conservatorio. “Caos difficile da comprendere””

  1. mammaargi scrive:

    Le rivoluzioni purtroppo costano sempre lacrime e sangue e questo a prescindere dalle motivazioni giuste o sbagliate. Il sacrificio di vite umane è sempre ingiusto come la prepotenza e la violenza. La storia si insegna che le vere motivazioni di quel che è accaduto probabilmente saranno chiare solo a distanza di anni quando il cerchio si sarà chiuso.

  2. rikardo scrive:

    nice

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