Panichi e la “benedizione” del numero 1 dei preparatori italiani Cuzzolin: “Non si smette di giocare perché s’invecchia, ma s’invecchia perché si smette di giocare”

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27 marzo 2014

PESARO – Ricevere la benedizione del n.1 in Italia fra i preparatori è una grande gratificazione. Ieri Francesco Cuzzolin – preparatore della Nazionale italiana di basket maschile, supervisore delle nazionali giovanili e reponsabile dei programmi di formazione e aggiornamento dei preparatori per conto della Fip – è passato da Pesaro per visitare la nuova struttura della quale Matteo Panichi, suo collaboratore principale in azzurro, è responsabile tecnico.

Cuzzolin e Panichi

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“Matteo mi ha sempre tenuto aggiornato ma ora che ho visto le idee divenute realtà sono davvero colpito: questo centro ha un’impostazione internazionale ed è un gioiello per la cultura motoria, non solo per il fitness” ha detto Cuzzolin. Che ha grande stima di Panichi: “L’ho voluto come collaboratore principale accanto a me in Nazionale perché quando il livello si alza hai bisogno di uno che ti aiuti davvero, che non ti dica sempre sì e ti sappia anche criticare”.

Cinquant’anni, da venti nel basket professionistico, oggi Cuzzolin insegna anche all’Università di Verona ed è presidente dell’Epca (Associazione Europea della Preparazione Fisica). E’ stato il preparatore della Virtus Bologna di Ginobili e della Benetton Treviso di Bargnani. Poi anche lui è sbarcato nella Nba, primo preparatore europeo a farlo, seguendo Gherardini ai Toronto Raptors: “Un’esperienza di vita incredibile – racconta – che mi ha dato la conferma di una cosa: la loro organizzazione è perfetta ma non sempre c’è qualità perché sono travolti dalla quantità di partite da giocare: perciò l’incidenza del preparatore è superiore in Europa, anche se poi i loro giocatori lavorano tantissimo singolarmente durante l’estate e la figura del personal trainer è diffusissima”.

Nella pallacanestro moderna anche il preparatore può essere valida spalla per il coach: “Una volta il preparatore era un professore, diceva la sua e se ne andava. Oggi il preparatore aiuta a mettere insieme culture diverse e giocatori con obiettivi differenti: fare squadra non è necessariamente essere amici, ma condividere degli obiettivi”. E spiega così il famigerato calo fisico: “L’ideale è avere una buona condizione per dieci mesi, senza tracolli. La pallacanestro richiede però alta intensità, tante energie nervose da bruciare: perciò il tracollo non è mai solo fisico – sottolinea -. L’abilità è trovare equilibrio fra i carichi di lavoro, tenendo conto dei minutaggi, degli stress sopportati, delle emozioni vissute: altrimenti cadranno prima quelli che giocano di più, i soldati in prima linea”. Pioniere dell’allenamento funzionale, Cuzzolin riassume così la sua filosofia: “Un tempo per allenatore i giocatori di basket si mutuavano gli esercizi dall’atletica, ma oggi non è più così. E siccome sono curioso e cerco sempre strade nuove per interessare i giovani con cui ho a che fare in ogni stagione, ho messo a punto un sistema di lavoro che sia funzionale per la pallacanestro. Nel fitness si cerca la novità, mentre per migliorare la performance serve metodologia”. E ci saluta con il suo motto: “Non si smette di giocare perché s’invecchia, ma s’invecchia perché si smette di giocare”.

 

 

 

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