Tre pesaresi a L’Aquila, viaggio nella città fantasma. LE FOTO

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4 aprile 2014

A cinque anni dal terremoto che ha devastato L’Aquila (nella notte tra il 5 e 6 aprile 2009) vi riproponiamo un nostro servizio, testo e foto, pubblicato lo scorso gennaio, in occasione di una trasferta della redazione di pu24.it nel centro abruzzese. 

 

La musica da discoteca, all’ora di pranzo, esce distorta da una radio, taglia il silenzio, rimbalza da un capo all’altro della grande piazza centrale-cantiere, stride nel vuoto. Non trova ostacoli. E nessuno che la spenga. O che si lamenti. Zero. Non fa freddo come al solito ma la pioggia, quasi nebulizzata, appanna tutto e scivola sull’incredibile varietà di manifesti, biglietti, annunci, locandine e foglietti che si trova attaccata su vetrine, impalcature e transenne di ogni tipo. Puoi credere di essere preparato, leggere tutto quello che vuoi, guardare e riguardare le foto, aver visto servizi su servizi in tv, ma L’Aquila, vista da vicino, da dentro, in scala uno a uno, è una cazzotto allo stomaco. E’ un day after permanente. Come essere catapultati nel film di Willy Smith, Io sono leggenda, ma senza leggenda. Oppure una sì: la leggenda della ricostruzione.

Il terremoto ha fermato la vita del capoluogo abruzzese al 2009: sono passati quasi 5 anni ma, camminando per le strade del centro, quelle pochissime riaperte e ripulite, sebbene sempre ingabbiate, martoriate da fermi e puntelli, ricoperte di transenne, ci si trova di fronte a una ferita che pare di appena qualche mese fa. Come se in tutto il centro di Pesaro restasse transitabile solo via Branca, con un bar aperto in piazza del Popolo e uno in piazzale Lazzarini: il resto chiuso, non oltrepassabile,  impacchettato, recintato, ingabbiato o lasciato al mercé del tempo.

Un paese fantasma. Negozi chiusi, palazzi chiusi, chiese chiuse, strade chiuse: lungo la via principale del centro storico solo due bar aperti, e vuoti, e una tavola calda self-service senza anima nata, probabilmente, per chi lavora in quei cantieri che, rivestiti a festa, annunciano: “L’Aquila rinasce”. Il problema è la gestazione: lunghissima, capace di azzerare una città, svuotarla delle persone, cancellarne i portici una volta motore pulsante di molte attività. Anche qui, come alle porte della città, ci sono dei container: qui raccolgono improbabili vendite di fiori (per chi?) e una postazione wi-fi gratuita. Controsensi moderni: c’è il collegamento a internet ma non c’è nessuno che lo utilizzi.

Il cinema, chiuso, parla con la locandina ingiallita di un film: film del 2009. E’ ancora lì. Così come la casa dello studente: tale e quale a quando fu bombardata dal terremoto, diventando tomba comune di tanti ragazzi e ragazzi, e oggi santuario clandestino, dove le auto non rallentano quasi più passandoci a un metro. L’Aquila è il simbolo di un fallimento italiano che non conosce pudore. E che continua a non conoscere pudore. Ogni volta, prima di una seduta in Parlamento, bisognerebbe far rivedere le immagini delle stanze della casa dello studente: sventrate, senza più finestre né pareti, con ancora i mobili all’interno. Un armadio, un letto, i comodini. Un altro cazzotto, in questo contesto, gli unici due palazzi nuovi di zecca: una banca e il Comune. Belli e robusti: ma per chi?

PS: eravamo andati per seguire Amiternina-Vis nella vicina Scoppito, abbiamo voluto vedere con i nostri occhi L’Aquila. Queste sono le foto che abbiamo scattato.

Le foto (clicca per ingrandire):

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