Il “pesarese” Filippo Biagianti secondo classificato al Bonsai Film Festival con le maschere di Eyes Wide Shut. ECCO IL VIDEO INTEGRALE

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9 maggio 2014

Filippo Biagianti, apprezzato videomaker toscano da anni trapiantato tra Urbino e Pesaro, è arrivato secondo al Bonsai Film Festival con il suo documentario sulle maschere di Eyes Wide Shut. Una ricostruzione impeccabile, minuziosa, che non a caso non era sfuggita ai radar di Enrico Ghezzi e mandata in onda su Rai Tre a Fuori Orario, cose mai viste…  lo scorso marzo.

Oggi vi riproponiamo l’articolo di presentazione:

 

IL DOCUMENTARIO LE MASCHERE DI EYES WIDE SHUT

Quanto segue è il resoconto degli avvenimenti accaduti per la realizzazione del nostro documentario. Questa sintesi, inoltre, è il frutto di conversazioni telefoniche, fitti scambi di email, e registrazioni video e audio con i protagonisti di un’incredibile avventura che spero incuriosisca gli studiosi e gli appassionati di Stanley Kubrick.

Questo progetto di ricerca è nato quasi per caso e da una semplice domanda: come mai nessuno ha mai rintracciato gli artigiani che crearono le maschere principali del film Eyes Wide Shut? Mi trovavo a Venezia nell’agosto 2012 ed ero intenzionato a ritrovare un negozio che, anni prima, aveva scoperto in maniera casuale. Questa bottega aveva esposto in vetrina un cartello che conteneva questa frase: “Stanley Kubrick ha usato i nostri modelli per “Eyes Wide Shut” con Tom Cruise e Nicole Kidman”. Cercando su internet, trovai un indirizzo di un negozio situato nei pressi di Rialto e più precisamente in Campo de la Guerra. Si trattava de “Il canovaccio”. Non era il negozio che vidi tanti anni fa ma, alla luce di quanto è poi successo, è stato un bene che non fosse così.

Eyes Wide Shut

Eyes Wide Shut

Per quanto sia iniziato tutto nel 2012, non è difficile per il lettore constatare che pubblichiamo questo prodotto editoriale solo ora, nel 2014. Molti di voi, giustamente, si domanderanno perché c’è voluto così tanto tempo per realizzare un documentario dedicato alle maschere di Eyes Wide Shut. I motivi sono molti. In generale, però, è possibile affermare che il ritardo è imputabile a problemi che si sono rivelati, con l’andar del tempo, complessi da risolvere perché coinvolgevano molte persone e generavano un serie di informazioni e ricordi molto slegati tra loro. Alcune informazioni sono emerse solo dopo molto tempo ed è stato, in altre parole, difficile ricomporre un puzzle unico e sufficientemente coerente da permettere la creazione di un documentario. La responsabilità principale di queste difficoltà è da attribuire, senza dubbio, alla memoria degli intervistati messa a dura prova da eventi accaduti 15 anni prima. Ecco perché era per me fondamentale ottenere dei documenti, con date e circostanze precise, che provassero in maniera inconfutabile che questo splendido negozio (vedi foto sotto) avesse realmente avuto dei rapporti con la produzione del film. Con il nome di Kubrick, infatti, c’è sempre il dubbio che si tenda ad esagerare e a sovrastimare ogni dettaglio. Per esempio è noto che moltissime botteghe di Venezia abbiano, subito dopo l’uscita del film, millantato una collaborazione con il Maestro in persona (!) per la realizzazione delle maschere

presenti nel film, all’unico scopo di farsi pubblicità. “Il canovaccio”, a differenza di altre botteghe che effettivamente avevano collaborato con la Warner, sembrava però non molto interessato a far conoscere questa importante collaborazione. Il primo elemento che mi diede fiducia, infatti, fu constatare che questi artigiani non avessero esposto in maniera plateale alcun cartello autocelebrativo. Solo un piccolissimo e innocuo trafiletto di un giornale locale era attaccato con lo scotch sulla porta di ingresso del negozio. Nulla di più. Chiesi  subito al responsabile del negozio, Marco Bassi, se avessero realizzato proprio loro le principali maschere del film, che erano esposte in bella mostra in una delle pareti della bottega. Mi rispose, con un laconico e carico di orgoglio, “si!”. Dopo un attimo di esitazione, chiesi se ci fosse la disponibilità a realizzare un’intervista su questo lavoro chiedendo, sin da subito, conferma di qualche documento (fatture, fax o foto) che attestasse la loro collaborazione con la produzione di Kubrick. Marco mi disse che c’era del materiale per poter dimostrare questo coinvolgimento e che molte più informazioni sarebbero arrivate da Franco e Francesca Cecamore, suoi amici e soci de “Il canovaccio”. E così avvenne. Rientrato a Milano presi contatto, via mail, con Francesca che molto gentilmente riprese i rapporti con una persona che si rivelò fondamentale nel contatto tra la produzione Kubrick e i Cecamore. Josie Sherabayani, una loro collaboratrice negli anni ’80, aveva deciso di rientrare a Londra e di aprire un negozio di maschere. Questa attività commerciale che si trovava nel quartiere londinese di Camden Town era chiamato “Joka Masks” e rimase attivo dal 1991 al 2000. Secondo la testimonianza di Josie, in questo negozio, nel 1997, fece capolino, per puro caso, Marit Allen la costumista di Eyes Wide Shut che acquistò la maschera indossata da Tom

Cruise nel film. Prima Marco Bassi a Venezia e poi Josie per mail, inviatami in data 23/10/2012, mi raccontarono un piccolo divertente aneddoto relativo al rapporto che Tom Cruise ebbe con al sua maschera. Nel gennaio 1998, Stanley Kubrick telefonò nel negozio della sig.ra Sherabayani a Camden. Ecco il resoconto della telefonata: “After a couple of months I got a call from Stanley Kubrick, which was quite a surprise. He asked me if there was anyway that I could make the nose space inside the mask bigger, as Tom Cruise was complaining about how uncomfortable the mask was. The Mask was from Kartaruga and was a normal male “volto” beautifully decorated. I explained that there was no way I could make the nose space bigger as the mask was not very thick. I suggested that I could take a mould of Tom Cruise’s face and recreate a similar mask. Stanley liked this idea though he did keep moaning about his fussy actors. It was an honour for me to speak to Mr Kubrick. A couple of weeks later he decided that his main actor did not need to have the mould made, which I have to say was a relief to me as I was quite nervous about covering Tom Cruise in plaster!”. Nel racconto di Josie è presente un piccolo ma importante dettaglio. Il marchio che ha creato le maschere del film, infatti, era ed è Kartaruga e non “Il canovaccio” anche se quest’ultimo è stato il luogo di incontro tra i Cecamore e la produzione del film, come vedremo più avanti.

Prima di proseguire nel racconto degli elementi riguardanti le maschere del film, ci sono alcune precisazioni che mi preme esplicitare. Le riprese di questo documentario sono state effettuate in due distinte occasioni. In un primo momento, infatti, mi recai da solo a Venezia il 7 novembre 2012 per registrare l’intervista a Franco e Francesca Cecamore e a Marco Bassi. Tuttavia, mi resi subito conto che le informazioni e i documenti che ero riuscito a recuperare dovevano essere gestiti con un supporto tecnico video di tipo professionale. Per questo motivo chiesi e ottenni dai Cecamore di poter effettuare una seconda intervista gestita, questa volta, con degli strumenti professionali. Il 13 aprile 2013, dunque, mi recai al “Canovaccio” per registrare nuovamente l’intervista con una piccola troupe che trasformò il progetto-intervista in un vero e proprio documentario. La scelta di effettuare una seconda trasferta venne dettata da un’informazione che Franco Cecamore mi confidò nella prima intervista di novembre. La modella che venne utilizzata per la maschera indossata da Tom Cruise era una ragazza viennese di nome Gabi, alias Gabriele Jallits (vedi foto a fianco). La coincidenza più stupefacente risiedeva proprio nel fatto che il racconto Doppio sogno (Traumnovelle, 1926) , da cui Kubrick aveva tratto la sceneggiatura, si svolgeva a Vienna e il suo autore, Arthur Schnitzler, era, anch’egli, viennese. Proprio per questa ragione, chiesi a Franco Cecamore di recuperare le fotografie dell’epoca della modella e tutti quei materiali come, ad esempio, gli schizzi preliminari da cui partì per creare le maschere (vedi foto in alto: maschera di Tom Cruise). Nel documentario è stata inserita una scena in cui Francesca Cecamore presenta alcuni documenti fondamentali per provare il coinvolgimento de “Il canovaccio” nella produzione di Eyes Wide Shut. Queste fatture, hanno reso possibile ricostruire l’esatta dinamica delle visite che Jan Harlan, produttore di tutti i film di Kubrick da Arancia Meccanica (1972) in poi, fece alla bottega dei Cecamore. Durante questa visita, Harlan venne accompagnato da una persona di cui i Cecamore non ricordavano il nome. È stato grazie a Filippo Ulivieri, gestore del sito ArchivioKubrick.it e autore del libro dedicata a Emilio D’Alessandro assistente personale di Kubrick (Emilio D’Alessandro con Filippo Ulivieri, Stanley Kubrick e me. Trent’anni accanto a lui. Rivelazioni e cronache inedite dell’assistente personale di un genio, Il Saggiatore, Milano, 2012), che siamo riusciti a risalire all’identità della signora che, erroneamente, era stata identificata da Franco in Marit Allen: si trattava, infatti, di Edda Del Greco che, insieme alla sorella Barbara, si è occupata, sin dal 1996, di recuperare gran parte dei costumi del film, soprattutto quelli riguardanti la festa massonico-orgiastica. Il 26 giugno 1997, come da fattura riportata qui a fianco, Jan Harlan, accompagnato dalla Del Greco, fecero visita alla bottega de “Il canovaccio” per acquistare sei maschere. Successivamente, il 4 luglio 1997, vennero acquistate altre cinque maschere. Ma l’acquisto più consistente venne fatto il 18 settembre 1997, ovvero due giorni prima dell’inizio delle riprese del film: Jan Harlan, infatti, acquistò ben quindici maschere tra cui quella indossata da Tom Cruise, quella indossata dalla donna misteriosa e quella indossata dal Leon Vitali. A tal proposito Francesca Cecamore mi ha confidato che quest’ultima venne richiesta in color oro espressamente da Jan Harlan. La maschera indossata dalla donna misteriosa che salva Bill Harford dalle grinfie dei massoni è un’altra opera di Franco Cecamore che ha voluto omaggiare le maschere rituali degli Incas. Tutte e tre le maschere principali del film sono state create negli anni 1985-1986 e quindi non vennero create apposta per il film.

IL VIDEO COMPLETO DEL DOCUMENTARIO firmato da Filippo Biagianti andato in onda sabato su Fuori Orario (cose mai viste) su Rai Tre:

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