8 marzo dedicato alle donne che hanno il coraggio di cambiare. Violenza domestica, l’analisi dell’avvocato Nocito

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6 marzo 2015

PESARO – Oggigiorno il luogo più rischioso per noi donne non è rappresentato da una delle tante strade buie ed isolate della nostra città ma, purtroppo, dal nostro focolare domestico. E’ proprio quando torniamo a casa, chiudendo il mondo esterno alle nostre spalle, che la situazione rischia, per alcune di noi, di diventare molto pericolosa. La violenza contro le donne all’interno della famiglia, comunemente chiamata violenza domestica, è una realtà quotidiana che pervade la vita di molte di noi in ogni parte del mondo: il suo impatto sulla nostra vita, salute, lavoro e sul benessere della nostra famiglia è devastante e rappresenta una grave violazione dei diritti umani.

L'avvocato Eleonora Nocito

L’avvocato Eleonora Nocito

Tale violenza non si riferisce solo ai casi “classici” di maltrattamento del marito nei confronti della moglie ma ad ogni tipo di relazione intima; è cambiata la società, le forme di relazioni ma, purtroppo, la violenza perpetrata dagli uomini nei confronti delle donne è rimasta uguale e riguarda ogni tipologia di coppia. Bisogna ricordare che la relazione affettiva tra uomo e donna in queste situazioni non ha niente a che fare con l’amore ma è solamente dominio, controllo e prevaricazione: nei confronti della donna si vuole esercitare un vero e proprio potere. Certi uomini, infatti, si sentono superiori, migliori delle loro compagne che vengono considerate come degli oggetti o poco più.

Se un marito, compagno o fidanzato uccide la “propria” donna non si tratta quasi mai di un raptus improvviso sorto dal nulla. Di solito esiste un percorso, articolato in varie fasi, in cui la violenza aumenta progressivamente, da saltuaria diventa episodica, poi regolare, fino ad arrivare, nelle situazioni più estreme, al cosidetto “femminicidio”.

In un primo momento si respira in casa un clima di tensione: l’uomo si fa innervosire da qualsiasi cosa dica o faccia la propria moglie o compagna. La violenza è sfumata e si manifesta attraverso piccoli segni, come un cambiamento nel tono della voce, gli sguardi minacciosi e l’intensificarsi dei silenzi carichi di ostilità. Poi iniziano a manifestarsi le prime aggressioni reali: l’uomo insulta, minaccia, grida, lancia oggetti a terra o contro la donna, azioni a cui possono seguire schiaffi, spinte o tentativi di colpirla con degli oggetti. Non sempre si arriva alla violenza fisica, ma l’intimidazione cronica e le violenze verbali o psicologiche possono essere altrettanto devastanti perché annullano la capacità di reazione della donna.

Quando si accorge che sta passando il segno, l’uomo tende cercare delle giustificazioni al suo comportamento colpevolizzando la sua compagna perché lo ha provocato, cercando di rovesciare la prospettiva per far nascere in lei dei sensi di colpa. Le chiede perdono, giura che non succederà mai più e può anche arrivare a prometterle di rivolgersi ad uno psicologo: tutto ciò viene fatto esclusivamente per cercare di far tranquillizzare temporaneamente la sua compagna. Se quest’ultima minaccia di andarsene poiché esasperata dai suoi atteggiamenti, lui ricorre alla minaccia del suicidio per cercare, ancora, di far leva sul suo senso di colpa. Tali comportamenti non hanno a che fare con un autentico tentativo di riconquistare la propria compagna ma rappresentano solamente una seduzione narcisistica per affascinarla ed ottenere di nuovo il potere su di lei. L’uomo si comporta nuovamente in modo gentile e attento, le fa dei regali, l’aiuta nei compiti domestici, la invita al ristorante: questi comportamenti, purtroppo, fanno dimenticare alla donna le angherie appena subite poiché ella vuole ancora credere che lui sia tornato ad essere il compagno dolce e premuroso del quale si era innamorata. Non appena, però, l’uomo è di nuovo sicuro di aver ristabilito il suo ascendente sulla sua compagna, ricomincia la spirale di violenza che può arrivare, come sappiamo, anche ad esiti drammatici.

Detto ciò, ancora oggi la violenza domestica è un problema nascosto e le donne non ne parlano se nessuno fa loro delle domande. Quelle che non denunciano il compagno violento non permettono al loro dolore di uscire e lo vivono mescolato a qualche malsano senso di colpa che le fa sentire, almeno in parte, responsabili di quanto sta accadendo come se il fatto di essere picchiate e/o maltrattate dipendesse in qualche misura dal loro comportamento.

Tale situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che la violenza domestica non è sempre percepita dagli uomini come un crimine. In un’ottica preventiva, quindi, lo sforzo maggiore dovrebbe essere orientato all’educazione e alla sensibilizzazione al problema: numerosi istituti scolastici hanno iniziato dei percorsi formativi per insegnare agli studenti a rispettarsi fra di loro e rifiutare la violenza ma la maggior parte di questi interventi avviene nelle scuole medie o superiori quando ormai, purtroppo, gli stereotipi di genere sono già ben radicati nei giovani.

Bisogna dire che i percorsi di uscita da relazioni violente sono molto complessi e quelli che, secondo me, offrono più garanzie sono proprio quelli che aiutano le donne vittime di violenza a fortificarsi, a rivedere il coinvolgimento emotivo nella relazione, a migliorare l’opinione che hanno di se stesse e della propria capacità di risolvere e affrontare i problemi. Credo che certe forme di aiuto e di assistenza siano fondamentali all’inizio, nell’emergenza, ma se poi non sono seguite da un percorso di consapevolezza, di cambiamento e di crescita personale rischiano di mantenere le vittime di violenza in condizioni di vulnerabilità e di dipendenza e, quindi, sempre prigioniere degli ex compagni o di quelli futuri.

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Alle donne da donna, nel giorno dell’8 marzo, vorrei dire che noi tutte dimostriamo sempre una forza ed un coraggio incredibili, qualunque sia il problema che dobbiamo affrontare, e la stragrande maggioranza di noi è sempre in grado di tornare a galla dopo una sconfitta. Ogni volta che vedo una donna riprendersi dopo un avvenimento terribile mi convinco sempre più profondamente che siamo dotate di un coraggio eccezionale. Coraggio significa avere la forza e la volontà di superare la nostra resistenza per fare ciò che riteniamo giusto, anche se si tratta di qualcosa di difficile e/o spaventoso. E’ vero, ci vuole molto coraggio per affrontare le nostre paure ma è essenziale che riusciamo a farlo, perché solo riuscendo a liberarci dai freni della paura, accettando ed usando al meglio la saggezza, la forza e la bellezza che sono dentro ciascuna di noi, solo allora potremo trovare davvero la felicità che cerchiamo e che ci meritiamo.

Nel giorno della festa della donna mi sento di ringraziavi tutte per la grande forza e voglia di vivere che dimostrate rialzandovi ogni volta, anche se siete state umiliate e percosse da una mano conosciuta, perché aiutando voi stesse aiuterete anche migliaia di altre donne ad uscire dalla condizione di soprusi in cui vivono, loro malgrado.

Ed anche a coloro che usano violenza nei confronti delle loro donne voglio oggi lanciare un messaggio di fiducia e di speranza: così come decidete di usare la violenza, potete decidere di cambiare, di farvi aiutare, di trovare modi diversi per affermarvi e sentirvi ascoltati e amati. Non è con la minaccia e la paura che volete incutere che vi farete amare e rispettare davvero ma per la vostra differenza, per le vostre unicità. Potete scegliere di essere uomini diversi! Ne beneficereste voi, prima di tutto, ma anche i vostri figli, vittime innocenti e silenziose di violenze che li segneranno per sempre; la loro felicità presente e futura dipende anche da voi.

Buona festa della donna a tutte!

*L’avvocato Eleonora Nocito è Criminologa Forense e nella sua attività è particolarmente sensibile alla tutela dei più deboli: minori e donne vittime di violenza. Svolge la professione sia a Pesaro che a Roma dove ha un’altra sede dello studio legale. E’ arrivata ad occuparsi di cyberbullismo frequentando il Master in Scienze Criminologico-Forensi dell’Università “La Sapienza” di Roma e svolgendo, per conto dello stesso, una ricerca sperimentale su tale fenomeno coinvolgendo vari istituti scolastici della Provincia di Pesaro-Urbino. 

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