Gli Uomini Illustri tornano a Palazzo Ducale: una reunion senza precedenti

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12 marzo 2015

URBINO – Un piccolo passo per delle opere d’arte (qualche ora di aereo), ma un grande passo per l’umanità. E’ proprio il caso di dirlo, perché, dopo 4 secoli, anche se per solo per poco più di 3 mesi, “Gli Uomini Illustri” tornano a Palazzo Ducale, per una reunion senza precedenti.

Loro stavano li, nello Studiolo, tra prestigiosi intarsi della bottega fiorentina e oggetti rari: li aveva fortemente voluti Duca Federico, erano li ad ispirarlo, i 28 grandi del passato e contemporanei, Gli Uomini Illustri. Filosofi, poeti, scienziati, uomini di ingegno e dottori della Chiesa posizionati nella parte superiore di quel piccolo tempio dove Federico si recava per coltivare lo spirito. Dal 12 marzo tutti potranno ammirarli in una mostra unica nel suo genere e tra le più importanti di sempre, tanto da essere promossa dal Mibact e da essere inserita nel calendario della Regione Marche per valorizzare il territorio in occasione di Expo 2015, nonché tra i progetti di punta del Distretto Culturale Evoluto delle Marche.

Platone, Aristotele, Tolomeo, Boezio, San Gregorio, San Girolamo, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, Cicerone, Seneca, Omero, Virgilio, Mosè, Salomone, San Tommaso d’Aquino, Duns Scoto, Euclide, Vittorino da Feltre, Solone, Bartolo da Sassoferrato, in basso Pio II, Giovanni Bessarione, Alberto Magno, Sisto IV, Ippocrate, Pietro d’Abano, Dante Alighieri e Francesco Petrarca; ma chi ha carpito la loro essenza con l’olio per trasferirla su tela?

Dalle nuove analisi sono emersi due gruppi di disegno, il tutto farebbe pensare che si sia trattato di un lavoro a due mani almeno. Certo il tocco di Giusto di Gand, pittore fiammingo, mentre ancora da definire la firma del secondo artista principale. La tesi più attendibile indicherebbe lo spagnolo Pedro Berruguete, che per un periodo visse in un appartamento accessorio di Palazzo Ducale. Tra le conferme arrivate dalle nuove strumentazioni di studio è l’assetto dello Studiolo del Duca, che sarebbe autentico a quello della sua installazione.

Una vicenda travagliata che ha riportato al ricongiungimento temporaneo. I primi 14, quelli che dal 1863 si trovano al Louvre di Parigi e da dove, fino ad oggi, non erano più usciti: nel 1633 furono trafugati dal Cardinale Antonio Barberini per poi passare nella collezione del Cardinale Fesh, zio di Napoleone, e poi in quella del marchese Campana che a seguito della sua bancarotta furono venduti a Napoleone III, il resto è storia nota. I 14 rimasti ad Urbino, con l’estinzione della casata Della Rovere furono ceduti assieme al Ducato allo Stato pontificio, dove le immagini furono parcellizzate tagliando il supporto ligneo, variando così l’assetto. Nel 1934 lo Stato italiano li ricomprò a seguito dell’accordo Fidecommesso Barberini, riportandoli a Palzzo Ducale.

Un’esposizione che dopo anni di ricerca e organizzazione ha finalmente visto la luce, grazie, in particolare, al prestito del Louvre, tutta Soprintendenza per i Beni Artistici ed Etnoantropologici delle Marche. La mostra è stata curata da Carlo Bertelli, Alessandro Marchi e la soprintendente Maria Rosaria Valazzi.

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