Massimo Frenquellucci, un architetto speciale. Il ricordo di un amico oltre la cronaca

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18 aprile 2015

Un'immagine dell'architetto Frenquellucci catturata a San Silvestro

Un’immagine dell’architetto Frenquellucci catturata a San Silvestro

Dario Delle Noci

PESARO – L’immagine è giocosa, irriverente. Esattamente come era lui, Massimo Frenquellucci, fuori dagli impegni di lavoro. Stimato architetto, cofondatore della Società Pesarese di Studi Storici, docente, e quant’altro. Meglio, tanto altro. Ma parlare della sua professionalità o della cultura che aveva tesaurizzato in 64 anni significherebbe scriverne un necrologio e lui, conoscendolo come lo conoscevo, lo rifiuterebbe con un dissacrante “beda a gì…!”.

Allora preferisco parlare della cosiddetta side B dell’uomo, del personaggio estroso, geniale, beffardo, ironico. E’ questo soprattutto che mancherà agli amici, ai collaboratori, a quanti ne apprezzavano le doti nella quotidianità. Garbato e gentile con tutti, riservato ma al contempo estroverso e giocherellone, Massimo amava la vita e il sapere. Le sue esperienze di viaggiatore con “avventure nel mondo” l’avevano arricchito e spesso nei suoi racconti dell’India, della Giordania, del Messico coglievi nei suoi occhi la luce dello stupore peculiare dei ragazzi che scoprono il mondo giorno per giorno.

Ecco, Massimo non aveva mai smesso di essere il ragazzo degli anni Sessanta che frequentava “lo spiazzo” davanti all’Excelsior. Che di spiaggia o, peggio, di abbronzatura non voleva neppure sentir parlare. Di mare sì. Fu lui che, ospitandomi in qualità di “mozzo” sulla sua barca a vela, mi spiegò che “incaramellarsi” non significa impiastricciarsi di caramelle ma aggrovigliare l’albero maestro con una manovra fantozziana. A vederlo non avresti mai detto che avesse dei gusti “imprevedibili” spesso controcorrente. Invece, poco più che diciottenne, d’un tratto, spuntò a bordo di una MG spider e, più tardi, in sella a una Triumph 900. Dopodiché ti dicevi che t’eri perso qualche particolare perché avresti ritenuto Massimo un borghese che più borghese non si può.

Sarebbe simpatico raccontare decine di episodi che tratteggiavano “l’affresco Frenquellucci”. Innamorato della sua magnifica casa di Via Giordano Bruno e, da qualche anno, della sua Loredana, sapeva districarsi dagli impegni per dedicarsi con tutto se stesso al figlio Carlo. Mi piace ricordarlo e, se possibile, farlo ricordare così a tutti quanti hanno amato quel “simpatico brontolone” avverso alla tecnologia ma romantico negli arredi di cui si circondava, allergico alla luce diafana dell’alogena ma amico di quella soffusa. Un brevissimo episodio che vale la pena di raccontare perché continui ad aleggiare lo spirito che ha sempre contraddistinto Massimo. Era la vigilia del 1° maggio dell’88. Si trattava di decidere come e soprattutto dove trascorrere la Festa del Lavoro senza avventurarsi fra orde di gitanti accalcati su qualche prato dell’entroterra. Mi chiamò la sera prima: “Ho avuto un’idea brillante. Andremo in un posto dove……non troveremo folla di certo”. Il giorno dopo, a bordo di un Bmw rosso fuoco, trascorremmo la gita fuori porta a… Predappio. A duecento metri dalla tomba del duce! Vero, eravamo quasi gli unici. C’era qualche nostalgico che guardava con sospetto il colore dell’auto. Ma non ce lo disse e fu un 1° Maggio diverso, parola.

Lunedì alle ore 15 le esequie di Massimo Frenquellucci. Nessun rito religioso. Partenza dall’obitorio di Muraglia e breve corteo fino alla camera ardente del cimitero centrale.

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