Sessuologia, la rubrica a cura di De.Sidera: il terzo sesso, l’India e gli Hijra

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3 giugno 2015

Dott.ssa Arianna Finocchi*

Hijra

Hijra

Innumerevoli sono le forme di culture transessuali che in ogni epoca e parte del mondo si sono espresse e manifestate. Tuttavia, la maggior parte di esse è stata spazzata via e stigmatizzata dalle morali religiose o dagli stigmi culturali per venire, al massimo, assorbita nella moderna categoria della cultura gay-lesbo. Nella società indiana, invece, esiste ancora un “terzo sesso”, che si distingue chiaramente dal concetto occidentale di transessuale. Descritti il più delle volte come ermafroditi, in quanto assorbono sia le caratteristiche femminili che maschili, essi non sono considerati né uomini né donne e ricoprono pertanto un ruolo ben preciso nella società di cui fanno parte. Gli indiani li chiamano “Hijra”, che non è un affatto un complimento poiché significa letteralmente “impotente”. Per gli ex colonizzatori inglesi invece erano “eunuchi” e vivevano negli harem dei sultani quando l’India era quella delle «Mille e una Notte», infatti all’epoca dei “Mughal”, i sovrani musulmani che per circa mille anni hanno dominato il subcontinente indiano, questa comunità era rispettata e anche molto potente nei palazzi reali.

Venerati per secoli, poi discriminati durante il dominio coloniale, Gli hijra, quasi si trattasse di semidivinità, per secoli sono stati d’auspicio al culto hindu di Shiva, Kali e Bahucara Mata.  La comunità, le cui prime testimonianze si hanno già nel testo del Kama Sutra (IV secolo a.C.), si determina come realtà collettiva che ha visto cambiare il proprio ruolo socio-culturale nel corso della storia. Non si tratta di un popolo, né di una classe sociale, né di un’etnia, sotto il nome di hijra convergono infatti “eunuchi”, “ermafroditi”, “omosessuali”, “transgender”, “travestiti”, “intersessuali”, ma in realtà nessuna di queste definizioni appare totalmente soddisfacente.

A differenza degli ermafroditi e di altri individui affetti da disfunzioni sessuali, gli Hijra sono in linea di massima individui di sesso maschile che si sottopongono a castrazione. Quest’ultima, detta Nirvana, è un vero e proprio rito iniziatico e altresì un dovere religioso. Con le lame taglienti di un rasoio e senza alcun tipo di anestetico, una levatrice effettua l’operazione, tra le 3 e le 4 del mattino, momento favorevole di passaggio dalle tenebre alla luce del giorno. Il neofita, viene introdotto dall’Hijra più anziano con una  offerta rituale a Bahuchara Mata, la dea protettrice degli Hijra. Le ore che seguono la castrazione sono le più critiche, perché l’emorragia provocata dall’evirazione non viene in alcun modo arginata dato che è credenza che il sangue simboleggi la mascolinità dell’uomo che abbandona il corpo; viene inoltre inserito un piccolo bastoncino nell’uretra per evitare la sutura della ferita e soltanto l’applicazione di olio caldo sulla lesione ne scongiura l’infezione. Il nuovo nato prenderà un nome iniziatico femminile, sarà addestrato alla danza e al canto, e riceverà insegnamenti religiosi dal proprio Guru , essendo a tutti gli effetti un discepolo votato al celibato.

La società considera da sempre gli Hijra simbolo di fertilità, nonostante non posseggano né attributi femminili né maschili, di conseguenza, essi sono ben accolti a elargire le proprie benedizioni in cerimonie, quali matrimoni e nascite di figli maschi. Non è raro notare da parte degli Hijra un atteggiamento alquanto seduttivo e addirittura offensivo nei confronti degli uomini, che viene tollerato con soggezione in occasione di cerimonie ufficiali, ma eluso in luoghi pubblici.

Definire la sessualità degli Hijra a partire dalle nostre categorie occidentali è piuttosto complicato e forse potremmo dire che risulterebbe quasi impossibile; nascono uomini ma, sottoponendosi a castrazione, rinunciano alla mascolinità; si vestono come donne ma non si sottopongono a chirurgia estetica di ricostruzione dei genitali femminili o a terapie ormonali. Non sono “travestiti” nel nostro senso comune, in quanto consapevoli della loro natura di Terzo Sesso. Le loro preferenze sessuali sono diverse da caso a caso e, benché alcuni di essi si prostituiscano per sopravvivere, non è questa la loro principale occupazione. I molti studi condotti su di loro hanno portato a mettere in evidenza la spiccata femminilità e la forte carica seduttiva, capace di soddisfare il desiderio sessuale – e omosessuale – latente nella cultura indiana. Gli Hijra si suddividono in base alle loro caratteristiche comportamentali, spesso differenti tra cui la scelta di attività sessuale (Kandra Hijra o prostitute) o la rinuncia sessuale (Badhai Hijras), l’essere specialisti del rito, personaggi dal grande talento artistico o del travestitismo; tutti comunque, si riconoscono tra loro come Koti ossia uomini che desiderano altri uomini ma che hanno abitudini femminili.

La posizione borderline (al limite tra i generi), la loro appartenenza ad un ordine iniziatico e il loro comportamento sessualmente aggressivo hanno contribuito ad accrescerne il “mito della fertilità”, attribuendo loro il potere di concedere e togliere ricchezza, salute e fertilità. Sono frequentemente chiamati “madri”, pur mancando degli attributi e dunque impossibilitati a concepire e partorire; come divinità del villaggio, rappresentano una necessità sociale, bisogna soddisfarli per evitare la loro collera e non si dovrebbe evitarli.

Nonostante la loro presenza significativa in India, Pakistan e Bangladesh, gli Hijra sono trattati in maniera diversa a seconda della propria identità costituzionale e religiosa. La loro attività sessuale viene considerata illegale e punita con provvedimenti severi che, anziché aspirare a sradicare le cause di un problema, tendono ad intensificarle, punendo ingiustamente gli Hijra. Dal 1897 transgender ed eunuchi sono stati definiti criminali, il colonialismo ha fatto si che la stessa classe dirigente indiana dimenticasse il ruolo sacro della comunità hijra; da allora molti di essi sono stati emarginati e hanno formato proprie comunità, attorno a una figura di guida che potesse fornire sicurezza.

La Corte Suprema, che è il massimo organo giudiziario indiano e vero guardiano della Costituzione, ha accolto un ricorso collettivo presentato del 2012 in cui i transessuali chiedevano il rispetto di alcuni diritti fondamentali e la possibilità di essere considerati come “terzo genere” sui documenti legali come il passaporto o la patente. Ora si riconosce loro l’accesso al sistema sanitario e perfino il diritto ad avere bagni pubblici separati. Poche nazioni al mondo si sono spinte così in avanti, e tra queste ci sono il vicino Bangladesh, Nepal e Pakistan, che ospitano grandi comunità di “hijra”. “Il terzo genere non è una questione sociale o di scienza medica, ma è un diritto umano” ha commentato il giudice KS Radhakrishnan aggiungendo che i transessuali “sono cittadini come gli altri e devono avere le stesse opportunità”. La sentenza segna una svolta epocale per gli “hijra” dopo secoli di discriminazione. Questa vittoria però si rivela solo parziale poiché, come spesso già accaduto, l’India si mostra un Paese con profonde contraddizioni: la stessa Corte Suprema, aveva successivamente reintrodotto il vecchio reato di “sesso contro natura”, paradossalmente quindi, dopo la sentenza, gli Hijra possono si reclamare i loro diritti, ma sono fuori legge per quando riguarda la loro sessualità.  Nelle strade accanto agli hijras sono nate associazioni che li tutelano, offrendo assistenza legale e combattendo ad esempio gli articoli della cattiva stampa che su di loro imbastisce storie inverosimili che poi contribuiscono a renderli sgraditi alla popolazione, su tutte quella ricorrente del furto dei bambini, una calunnia classica che dalle nostre parte tocca ai nomadi. Più ancora ha potuto il cambiamento nei media e nel mondo dello spettacolo, dove gli hijras si sono trovati ad avere successo e a poter reclamare il loro spazio in un’industria culturale sempre più sensibile ai problemi di genere, tanto da arrivare persino a conquistare la trasmissione televisiva del concorso nazionale per transgender, un tempo impensabile.

Si stima che in India ci siano dai 3 ai 5 milioni di transessuali che vivono di elemosine o prostituzione, anche per questo il tasso di Hiv tra gli hijra si attesta intorno al 18 per cento a Mumbai, mentre il tasso dell’intera popolazione della città è solo allo 0,3 per cento, dato piuttosto significativo della pericolosità e del rischio che quotidianamente corrono queste persone, costrette a vivere di espedienti e a vendere senza discriminare il proprio corpo per poter sopravvivere economicamente. Recentemente, gli hijra hanno iniziato a essere visti come portatori di buon auspicio, ma nonostante le recenti conquiste in termini di partecipazione alla politica, soffrono di discriminazioni e spesso di abusi, l’emarginazione degli hijra nei confronti della comunità indiana è profonda. Spesso i medici si rifiutano di curarli, sono anche la preda preferita di delinquenti e degli stessi abusi polizieschi, perché tanto gli hijras non li ha mai difesi nessuno e, a causa della discriminazione, non riescono a trovare lavoro. Il motore del cambiamento sembra essere quindi culturale, non sfugge neppure ai giudici indiani l’assurdità di certe discriminazioni nei confronti degli hijras o il senso di norme come quella che criminalizza il sesso omosessuale, ancora di più se si considera che da anni in India si tengono fior di gay pride senza alcuno scandalo, ma è opinione comune che il cambiamento prenderà ancora molto tempo.

Per quanto si possa crescere, progredire, emanciparsi e rispettare i diritti umani, sembra che la questione sessuale lanci sempre, o comunque spesso, una provocazione che viene poco accolta, sembra che quando si parla di sesso si alzi un muro di ottusità, diffidenza e paura che, il più delle volte, fa recedere il passo, rende vani i progressi fatti. Gli Hijra…creature misteriose, intermediarie del divino, dispensatrici di ricchezza e fertilità: perché dunque non garantire loro (e non solo a loro) un futuro migliore?

 

*Psicologa, Sessuologa, Psicoterapeuta

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