Pesaro Film Festival, tutti i premi dell’edizione 50+1

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28 giugno 2015

PESARO – Pesaro Film Festival, ecco i premi dell’edizione 50+1 della Mostra internazionale del nuovo cinema:

Un jeune poète di Daniel Manivel
IL FILM FRANCESE VINCE IL PREMIO LINO MICCICHÉ PER IL MIGLIOR FILM DEL CONCORSO PESARO NUOVO CINEMA

A La madre del cordero di Enrique Farías e Rosario Espinosa
Va la menzione speciale per l’interpretazione del cast

A Terra di Marco De Angelis e Antonio di Trapani
Va la menzione speciale per la sperimentazione linguistica

TUTTI I PREMI DELLA 50+1

Sono stati annunciati oggi i premi dell’edizione 50+1 della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro:

CONCORSO PESARO NUOVO CINEMA 2015
PREMIO LINO MICCICHÈ
Il Concorso Pesaro Nuovo Cinema – Premio Lino Miccichè è costituito quest’anno da sei opere provenienti da tutto il mondo e realizzate da registi giovani, generalmente alla loro prima o seconda regia. Quest’anno il Concorso si è contraddistinto per la presenza di ben quattro film che hanno al centro delle loro storie personaggi femminili, come la protagonista del cileno La madre del cordero di Enrique Farías e Rosario Espinosa che a 49 anni, dopo una vita passata con una madre opprimente, apre gli occhi sulla sua vita grazie a un’amica liberale e cerca di trovare la sua strada per emanciparsi. O come la diciassettenne Layla del lungometraggio d’esordio della statunitense Micah Magee – Petting Zoo – che in Texas frequenta l’ultimo anno di scuola ed è pronta per il college, ma una gravidanza inaspettata le cambia la vita. Mentre una gravidanza interrotta, per un aborto spontaneo, è al centro delle vicende della trentenne Nahâl che nell’iraniano A Minor Leap Down di Hamed Rajabi tiene nascosto a tutti i familiari, marito compreso, il tragico evento. Gli accadimenti che ne conseguono trasformano la vicenda di un singolo nello specchio dell’attuale società iraniana. Figura misteriosa ma altrettanto interessante è quella della protagonista di La mujer de los perros, opera argentina di Laura Citarella e Verónica Llinás, una donna senza nome che vive da sola, per scelta, con un branco di cani alla periferia di Buenos Aires. Quasi del tutto privo di dialoghi, il film segue la protagonista nell’arco di quattro stagioni, durante le quali si avventura sporadicamente tra le persone. Apparentemente più leggero è il cinema del francese Daniel Manivel che in Un jeune poéte tratteggia il personaggio dell’aspirante poeta Rémi. In cerca d’ispirazione sotto il sole della città di Sète, armato solo di penna e taccuino, ma non sa da dove cominciare. Più legato alla speculazione, filosofica e cinematografica, è l’unico italiano in Concorso, Terra di Marco De Angelis e Antonio Di Trapani, che mescola immagini documentarie, materiali d’archivio, foto d’epoca per raccontare rovine del passato e dimensione contemporanea, fasti lontani e attualità tecnologiche, voli spaziali, bellezze perdute e volti antichi.

La giuria, composta per la prima volta da diciassette studenti provenienti dalle università e dalle scuole di cinema italiane, ha assegnato dopo intense discussioni il Premio Lino Micciché per il miglior film del Concorso Pesaro Nuovo Cinema a:

UN JEUNE POÈTE di Daniel Manivel (Francia, 2014, 71’)
Con la seguente motivazione:
“per la sua eleganza espressiva, la ricerca di un’essenzialità delle forme; ma anche per una specifica cifra autoriale, che guarda consapevole al cinema del passato sfociando in un linguaggio narrativo e visivo originale che racchiude in sé la forza della poesia e dell’arte, un confronto stimolante tra ambienti e personaggi ed un’efficace stilizzazione del reale”

La giuria ha inoltre deciso di assegnare una Menzione Speciale all’interpretazione dell’intero cast di:
LA MADRE DEL CORDERO di Enrique Farías & Rosario Espinosa (Cile, 2014, 80’)
per la sua essenzialità ed intensità, per un’ammirevole e costante ricerca della verità e per la sua forza emotiva

E una Menzione Speciale alla sperimentazione linguistica di:
TERRA di Marco De Angelis & Antonio Di Trapani (Italia, 2015, 64’)
“per la sua natura innovativa, la sua complessa mappatura simbolica e per la scrittura visiva che trascina lo spettatore dentro ed oltre le immagini”

Per ulteriori informazioni
http://www.pesarofilmfest.it/un-jeune-poe%CC%80te?lang=it
http://www.pesarofilmfest.it/il-cinema-sara-la-lingua-che-ci-salvera-da-babele?lang=it
http://www.pesarofilmfest.it/la-madre-del-cordero?lang=it

PREMIO DEL PUBBLICO
Alla Mostra di Pesaro, la sezione Cinema in Piazza propone una selezione dei titoli presenti nelle sezioni principali del festival adatti per un pubblico meno specializzato ma altrettanto curioso. Gli spettatori della “piazza” dell’edizione 2015 sono stati chiamati a votare alla fine di ogni proiezione e il vincitore del Premio del Pubblico verrà annunciato domani.

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La fantascienza apocalittica di Ananke

E’ stato presentato ieri, durante l’ultima giornata della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, il film Ananke di Claudio Romano, uno dei registi dell’evento speciale Esordi italiani. Il regista è tra i più giovani presentati – ha solo 33 anni – e ha lavorato al di fuori dalle consuete dinamiche produttive, tanto da tenere in cantiere il progetto per cinque anni, arrivando a indebitarsi per fare il film, fino a quando non ha trovato in Gianluca Arcopinto il produttore che ha permesso la realizzazione di un’opera costata solamente 50mila euro e che non ha goduto di nessun finanziamento. Budget zero, ma tante idee in questa sorta di racconto di fantascienza apocalittica che richiama grandi maestri del passato.

Nella mitologia greca Ananke è la dea che rappresenta la personificazione o potenza del destino. Un destino che nel film sembra ineluttabile perché l’umanità si sta estinguendo a causa di una terribile pandemia, una nuova forma di depressione virale che al suicidio. I due protagonisti della storia scelgono di fuggire e evitare ogni contatto umano per cercare di non contrarre il virus.  Si adattano a uno stile di vita “primitivo”, privo di nevrosi metropolitane e contaminazioni tecnologiche. Unica loro compagnia è la capra di nome Ananke. Soli, ignari e in balìa degli eventi, faranno i conti con l’ineluttabile. La natura veglia su di loro, osservandoli dall’alto.

Girato in bianco e nero in sole due settimane sulle montagne dell’Abruzzo, Ananke mette in scena solo due personaggi, interpretati da Solidea Ruggiero e Marco Casolino, entrambi alla loro prima esperienza recitativa. Il regista ha scelto di farli parlare in francese con accento italiano per accentuare il senso d’alienazione e alterità del mondo da lui creato, oltre che per il “bel suono” della lingua. Uno stile contemplativo che pedina costantemente i personaggi, mantenendosi con discrezione a distanza e riprendendoli sempre di spalle. Il film è dedicato a Carlo Lizzani, uno dei primi mentori del regista che a Pesaro ha anticipato di star già pensando a una sorta di seguito.

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L’attualità di Pasolini e la sua sfuggevolezza

Si è svolta ieri nello spazio della Pescheria l’ultima delle tavole rotonde della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, dal doppio titolo Pasolini nostro contemporaneo e Pasolini pesarese. Ha fatto gli onori di casa il cofondatore della Mostra Bruno Torri: “La Mostra di Pesaro deve a Pier Paolo Pasolini molta gratitudine per averci aiutati nei primi anni: qui portò la sua relazione sul cinema di poesia, un testo molto innovativo e creativo che rifletteva lo stato della ricerca teorica sul cinema e i suoi tentativi di rinnovamento. Pasolini scrisse anche molti articoli su Pesaro e lo definì, come ci piace spesso ricordare, un luogo dello spirito“.

Giacomo Marramao riflette sull’attualità del pensiero di Pasolini: “Attualità è un termine che probabilmente non gli sarebbe piaciuto, la definirei piuttosto un’aderenza al proprio tempo. È sempre dal presente che si inviano i messaggi all’eternità. Facciamo però attenzione a non leggere il messaggio intellettuale di Pasolini come apocalittico: non era un critico del progresso, ma della crescita come quantità, dell’ossessione per il consumo che produce una distorsione del futuro. Secondo Pasolini non era possibile tornare indietro, ma provare a salvaguardare la creatività delle differenze, contro la violenza non esplicita del potere. E per farlo è necessario tornare alle radici del rapporto tra potere e corpo”.

Roberto Chiesi, responsabile del Centro Studi Pasolini, ricorda che “nei primi film di Pasolini, a partire dal Accattone, i sogni sono rappresentati come slegati dalla realtà. Dopo il 1965, cioè dopo l’intervento pesarese, l’elemento onirico inizia a contaminare in maniera più marcata il sua cinema: pensiamo a Edipo Re, con la tragedia di Sofocle rappresentata come un lungo incubo visionario, o all’alternanza delle due storie che compongono Porcile. Nel Fiore delle mille e una notte e Salò, infine, il sogno è stato completamente assorbito dalla narrazione e il cinema contiene in sé tutto gli elementi perturbanti dell’incubo”.

Adriano Aprà racconta i suoi primi contatti con Pasolini: “Nel 1965 intervistai Bernardo Bertolucci, sulla scia dell’entusiasmo per Prima della rivoluzione, e lui ci parlò di una relazione molto strana che Pasolini stava preparando per Pesaro, una relazione peraltro strutturata in maniera anomala per l’epoca, che prevedeva anche il supporto di proiezioni. Il mio primo incontro con Pasolini avvenne proprio alla Mostra. Era un uomo di grande generosità, che sapeva ascoltare. Per Uccellacci e uccellini chiese il mio parere, e quello di altri, perché era molto insicuro sul risultato e io gli dissi che proprio l’incompiutezza e la frammentarietà del film ne costituivano il punto di forza”.

Interviene anche Pierpaolo Capovilla che a Pesaro ha portato il suo reading di La religione del mio tempo: “Ho conosciuto il Pasolini poeta non più di qualche anno fa. Pasolini è ricordato spesso come cineasta, polemista, narratore, ma il poeta lo abbiamo un po’ dimenticato. Ieri sera ho interpretato un testo scritto alla fine degli anni cinquanta che suona straordinariamente feroce, arrabbiatissimo e crudele con la società italiana. Pasolini detestava lo Stato italiano ma provava un amore profondissimo nei confronti delle persone che vivono in questo consorzio umano. E abbiamo dimenticato, io credo, anche il Pasolini resistente, così come abbiamo dimenticato i valori della Resistenza, dal boom economico alla nostra contemporaneità. Nell’ultima intervista che Pasolini rilasciò a Furio Colombo diceva che gli italiani erano diventati macchine che cozzano l’una contro l’altra. Mi domando allora cosa penserebbe Pasolini dell’Italia di oggi. Tutta la sua poesia è percorsa da un desiderio socialista, continuamente frustrato, di un mutamento della realtà”. Che cos’è allora la poesia, e in particolare la poesia di Pasolini? “È la narrazione della verità”, dice ancora Capovilla, “quella verità che non vogliamo vedere e che invece Pasolini raccontò con rabbia e amore immenso. Ed è per questo che la poesia è così invisa al potere”.

Per Piero Spila, autore di una monografia dedicata a Pasolini in via di ripubblicazione, “confrontarsi con Pasolini porta sempre una vertigine. Il cinema di Pasolini non è moderno ma sempre contemporaneo ed eterno, capace di dire l’indicibile, di trasgredire il canone”. E aggiunge: “La relazione tra Pasolini e la critica istituzionale non è stata facile”. Stefano Rulli, sceneggiatore di Pasolini, un delitto italiano di Marco Tullio Giordana: “Confrontarsi con il Pasolini personaggio è stata sostanzialmente una sconfitta, ma una sconfitta salutare”.

Stefania Parigi sul sacro pasoliniano: “Il linguaggio delle cose, in Pasolini, è sempre visto attraverso uno sguardo sacralizzante, feticistico, che dalla realtà estrae elementi da fissare in un’immagine sacra. Alla fine del suo percorso Pasolini è perfettamente consapevole che insieme alle ceneri delle parole ci sono anche le ceneri dell’immagine, sempre inafferrabili”.

Andrea Minuz si domanda cosa voglia dire misurarsi con il ‘mito’ di Pasolini, inscindibile dalla sua morte: “Uno dei motivi per i quali non ho mai studiato Pasolini è che lui mi è sempre sembrato il miglior critico di se stesso. Quando ha girato Accattone, Pasolini non sapeva nulla di tecnica cinematografica, ma aveva una visione del mondo. Oggi è vero il contrario: è facile acquisire la tecnica, ma è raro trovare giovani autori con una visione forte come quella di Pasolini”.

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MA COME HANNO FATTO I MARINAI PER DIFENDERE IL LORO LAVORO?
“La nostra quarantena” di Peter Marcias chiude con successo l’edizione 50+1

Marcias e Curia (ph. Luigi Angelucci)

Marcias e Curia (ph. Luigi Angelucci)

Dopo la premiazione, il film La nostra quarantena ha chiuso l’edizione 50+1 della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, presentato in Piazza del Popolo dal regista Peter Marcias e dall’attore protagonista Moisè Curia.

Il film, sceneggiato da Gianni Loy, racconta la storia di Maria (Francesca Neri), docente dell’università di Roma, che affida a un suo studente, Salvatore (Moisè Curia), una ricerca sulla vicenda cagliaritana di quindici marinai marocchini entrati in sciopero per la difesa del posto di lavoro. Loro rinunciano volontariamente alla loro libertà nella speranza di conservare il lavoro, di recuperare i salari arretrati. La nave è la loro casa temporanea, dove dormono, mangiano, pregano, rispettano il Ramadan. Un’esperienza non solo di studio ma anche di vita che porterà il ragazzo a interrogarsi sul proprio futuro. Sospeso tra precarietà e smarrimento, avvertirà come un senso di confusione che lo spingerà ad immaginare di lasciare l’Italia. Un futuro incerto tanto quanto quello dei marinai. Tutti vittime di una “volontaria” quarantena.

In mattinata è stata organizzata a Palazzo Gradari una conferenza stampa durante la quale Peter Marcias ha raccontato la genesi del suo ultimo lavoro: “E’ nato per caso. Ero a Cagliari per girare uno spot pubblicitario poi leggendo i giornali locali ho scoperto questa storia che coinvolgeva 15 marinai marocchini e mi ha colpito la situazione del porto blindato e dell’associazione Stella Maris che si è subito attivata per collaborare”.

Il gruppo di marinai stava vivendo una situazione assurda e drammatica: “Era da maggio del 2013 che non ricevevano lo stipendio. A questo abbiamo voluto aggiungere la vicenda della situazione italiana dei giovani. Abbiamo iniziato una indagine più approfondita, una ricerca che è diventata sociologica e specchio del quadro italiano dei nostri tempi”. Come già era successo in altre sue opere, il regista intreccia documentario e fiction, in un mix armonioso: “Inizialmente volevo fare solo un documentario, un’opera sincera: mi incuriosiva questo sciopero anomalo, questi uomini bloccati in una nave, in un porto non loro, il tutto in modo molto pacifico e interagendo con le associazioni locali”.

Molto soddisfatto dell’esperienza anche l’attore protagonista Moisè Curia, star della fortunata serie tv Braccialetti rossi: “Mi interessava lavorare in un’opera dove primeggia lo stile documentario insieme alla fiction. E’ stato molto bello. Peter poi mi ha indirizzato bene a interpretare il mio personaggio. Io nel film sono un ragazzo che va a studiare un fenomeno e poi si interroga sullo stesso, perché capisce che c’è qualcos’altro dietro: sogni, desideri, attesa del futuro”.

Marcias parla anche del perché ha scelto la Neri (purtroppo assente per motivi personali) per il personaggio dell’insegnante: “Ho pensato a lei perché incarna la grande attrice e la grande bellezza. Nel film è una insegnante cinquantenne. Sul set ha dispensato consigli importanti a tutti e si è subito appassionata alla storia dei marinai. Il film è studiato in ogni parola e un’attrice esperta come lei era fondamentale per la riuscita del lavoro>.

Curia – che ha annunciato che sarà ancora tra i protagonisti della terza serie di Braccialetti rossi – ha solo elogi per la sua collega, la quale è stata un vero e proprio valore aggiunto al film: “Avevo incontrato la Neri in occasione di un festival, speravo di potere lavorare con lei perché è un mostro sacro del nostro cinema. Io ho 24 anni  e lei mi ha messo a mio agio subito,  per un giovane attore come me lei è un esempio, bastava guardarla per imparare”.

Il film è stato prodotto da Capetown Film in collaborazione con Fondazione Anna Ruggiu, con il patrocinio di Sardegna Solidale e il sostegno di Fondazione Sardegna Film Commission, La nostra quarantena, dopo la prima a Pesaro, avrà l’anteprima sarda al Festival di Tavolara il 19 luglio, per poi uscire nelle sale italiane a settembre distribuito da CinecittàLuce.

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