I filosofi Curi e Catà a Pesaro: “La scuola dovrebbe insegnare ai giovani a pensare con la propria testa”. Successone per tutti gli appuntamenti di Popsophia

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12 luglio 2015

Lucrezia Ercoli tra i filosofi Catà e Curi durante l'incontro sulla scuola

Lucrezia Ercoli tra i filosofi Catà e Curi durante l’incontro sulla scuola

PESARO – “Mi è odioso tutto quanto mi erudisce soltanto ma non mi arricchisce”. E’ da questa frase di Nietzsche che sul palco di POPSOPHIA è partito il confronto tra il giovane filosofo Cesare Catà, insegnante alle scuole superiori (che ha conquistato un’incredibile notorietà sui social per i “Compiti delle vacanze” dati ai suoi studenti) e il filosofo Umberto Curi, docente universitario, che ha appena pubblicato il libro “La porta stretta. Come diventare maggiorenni”. Riflettori di nuovo puntati sul mondo della scuola e della formazione, dopo il “naufragio educativo” della lectio inauguralis di Massimo Recalcati. “La scuola – ha detto Umberto Curi – è un’istituzione che non sembra costruita per istruire, né per trasmettere quello che può essere utile per la vita. C’è una contraddizione lacerante tra una domanda che può trovare nelle istituzioni formative la sua risposta, e l’incapacità di soddisfare questa esigenza. In mezzo ci sono i giovani e quegli insegnanti che intraprendono con slancio la loro attività e poi si trovano paralizzati dall’impossibilità di procedere”.

Questo perché la scuola, gli ha fatto eco Cesare Catà, “da un lato è ancorata ad una visione nozionistica, dall’altro ad una concezione che la vede soprattutto come occasione di socializzazione. Di fronte ad una carenza di significati e di grandi visioni ideologiche c’è un vuoto che procura due tipi di reazioni: ansia o ardimento. Bisognerebbe che la scuola avesse il coraggio di interrogare quel vuoto, di ridefinire il senso, che nella sua accezione più alta è la direzione verso uno scopo, il fine ultimo verso cui apprendiamo”.

L’ATTIMO FUGGENTE E LA MAGGIORE ETA’

Cosa è chiamata dunque a fare la scuola? “Il senso profondo dell’educazione – ha detto ancora Cesare Catà – è trasmettere un’emozionalità condivisa, quella scintilla di rivelazione capace di dare un significato alle cose, ben evidente nel film L’Attimo Fuggente. La scuola dovrebbe insegnare ai giovani a pensare con la propria testa”.

Ed è su questa autonomia di pensiero che, secondo i due filosofi, c’è ancora da lavorare. A partire da un interrogativo: quand’è che si diventa maggiorenni?

“E’ una condizione – ha sottolineato Umberto Curi – che non dipende dall’età anagrafica e non può dirsi raggiunta una volta per tutte. Nel mio ultimo libro ho ‘interrogato’ tanti filosofi e letterati, da Platone a Kant, passando per Shakespeare, per individuare quali sono i puntelli a cui aggrapparsi per la ricerca di una maturità. Per Kant è il momento in cui si comincia a pensare con la propria testa, che non ci si ferma di fronte ai due strumenti che si usano di solito per impedire di pensare: i precetti e le formule”. E poi, ancora impietoso: “L’obiettivo principale della scuola italiana non è quello di formare i giovani a pensare con la propria testa, nella migliore delle ipotesi è quello di arredare la testa con un certo numero di nozioni già fatte e sigillate. Di fronte alla proposta kantiana la scuola è spiazzata, viene considerato un sacrilegio che giovani di 15, 16 anni possano avere un’autonomia di pensiero”.

“LEGGETE PER SENTIRVI SIMILI A RONDINI IN VOLO”

Cosa fare dunque? “Un antidoto alla situazione così naufragante della scuola e dell’Università – ha rimarcato Cesare Catà – è quello di coltivare la fantasia, che ha a che fare col senso di bellezza e che non è un modo per evadere dalla realtà ma anzi, per conoscere le cose, per uscire dalla banalità del mondo e scoprire, dentro la realtà, qualcosa che prima non si vedeva. Ecco, la scuola dovrebbe istruire alla fantasia”. E lui lo sa bene, visto che tra compiti per le vacanze ha dato ai suoi allievi: “Alzarsi la mattina presto per vedere l’alba”, “Ballare senza vergogna, in pista, sotto casa o in camera da letto”, “Leggere il più possibile, non perché dovete, ma per sentirvi simili a rondini in volo”, “Guardate film dai dialoghi struggenti, possibilmente in lingua inglese, per migliorare la vostra competenza linguistica e la vostra capacità di sognare”.

Il sabato di Popsophia va a segno: raddoppiate le presenze dell’inaugurazione. Pubblico entusiasta per il sardonico naufragio di Gaber

Non un sabato qualunque quello della quinta edizione di Popsophia a Pesaro. Il pubblico, giunto da tutta Italia per assistere alle rassegne del festival del contemporaneo, dal pomeriggio a notte inoltrata ha letteralmente invaso Rocca Costanza, facendo registrare il record di presenze in quello che si preannuncia essere il più grande successo della manifestazione pesarese.

Niente ferma gli appassionati di pop filosofia: guidati dal leitmotiv di quest’anno, “Allegria di Naufragi”, migliaia di persone hanno seguito passo passo le rocambolesche avventure dell’indagine pop filosofica.

Nel Cortile il fuoriprogramma con Cesare Catà e Umberto Curi ha infiammato nuovamente il dibattito sulla buona scuola. Platea entusiasta anche per lo spettacolo serale con Marcello Veneziani e il Punto G di Gaber, mentre nei sotterranei si faceva la fila per le rassegne Philofiction (con Alessandro Alfieri e Tommaso Ariemma su Breaking Bad) e Naufragio con Spettatore (con uno straordinario Rocco Ronchi in dialogo con Antonio Lucci).

“Musica, video, cinema e filosofia. La sintesi della filosofia che indaga il pop e del pop che racconta la filosofia ha colpito nel segno come non mai – ha commentato Lucrezia Ercoli, direttrice artistica della manifestazione – riceviamo commenti entusiasti che ci lusingano e lavoreremo per portare la sfida della pop filosofia a livelli sempre più alti”.

A tarda notte, alle 23.30 il sipario si è poi aperto nei sotterranei sulla performance di Francis Metivièr che ha coinvolto il numerosissimo pubblico presente (molti hanno rinunciato a entrare, data l’affluenza), in una vera e propria esperienza di philoclubbing. Un kamasutra filosofico, durante il quale il pubblico in prima persona è stato chiamato a ribattere alle domande del filosofo francese, che ha regalato ai presenti momenti di ilarità, erotismo e pathos. Il sesso è un naufragio? Il sesso è terrestre o celeste? Si può concepire come una rivincita? Queste alcune delle domande emerse durante la serata, che hanno incontrato le risposte di un pubblico certamente timido di fronte alla novità ma pronto a mettersi in gioco e a cogliere la sfida del pop filosofo francese.

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