Quando il canto salvò la vita nel lager di Mario Melani. La storia del grande maestro pesarese

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28 agosto 2015

PESARO – Si terranno in Cattedrale questo sabato, alle 10.30, i funerali del maestro Mario Melani. Baritono, poi docente del Conservatorio e dell’Accademia Del Monaco-Tebaldi, si è spento all’età di 98 anni. Per ricordare la sua impareggiabile figura vi proponiamo un estratto dell’intervista che il nostro Lamberto Bettini realizzò al maestro Melani su Lo Specchio della Città alcuni anni fa.

di Lamberto Bettini

Il maestro Mario Melani intervistato da un giornale georgiano

Il maestro Mario Melani intervistato da un giornale georgiano

Per arrivare all’Accademia di Canto “Città di Pesaro” Tebaldi-Del Monaco è necessario salire tre piani di scale. Sessantadue gradini. E non c’è ancora l’ascensore. Arrivo in cima con un po’ di fiatone; il Maestro Melani, classe 1917, mi accoglie con un sorriso e un abbraccio vigoroso.

Maestro, lei ogni mattina sale fin quassù?
“Perbacco, anche due volte al giorno. Entro gennaio avremo l’ascensore, ma, le dico la verità, se le mie gambe lo permetteranno, non lo userò!”
Mario Melani, pesarese, 91 anni straordinariamente ben portati, è stato ed è un grande ambasciatore del canto; prima come baritono, poi come docente, ne ha favorito la diffusione in tutto il mondo.
“Esordii come cantante a 23 anni, a Taranto, nell’ambito delle celebrazioni del bicentenario di Giovanni Paisiello, dirette da Amilcare Zanella; quel giorno, con me, debuttò anche il grande Mario Del Monaco. Mario ed io eravamo come fratelli, studiavamo ed abitavamo assieme. Ricordo con nostalgia quando, a piedi, di buon mattino, andavamo a prendere Arturo Melocchi, nostro insegnante, nella sua casa di via Passeri, per poi proseguire, tutti insieme, verso il Conservatorio; ogni giorno lungo la strada ci offriva un cappuccino. Egli fu per noi un grande maestro di canto e di vita”.

Le critiche sulle sue performance artistiche erano più che lusinghiere, c’era quindi la prospettiva di una carriera di cantante. Poi arrivò la guerra…

“Poco dopo aver conseguito il diploma al Conservatorio, dovetti andare anch’io sotto le armi. Mi mandarono in Jugoslavia e, dopo l’8 settembre, a Dubrovnik, divenni prigioniero dei tedeschi; insieme a tanti altri venni sbattuto su un treno con destinazione il lager di Tangermunde, in Germania. Non vi restai per molto: non volevo assolutamente essere chiamato per numero, fu per questo che riempii di botte una guardia, rischiando la fucilazione. Mi spedirono a Colonia, in una miniera di carbone, 600 metri sottoterra. E lì cantavo per darmi forza, energia, per continuare a sentirmi vivo. Un giovane soldato tedesco, studente del Conservatorio, mi sentì e convinse il suo superiore a darmi l’incarico di formare una piccola compagnia musicale, con la quale portavamo qualche momento di svago negli altri lager. Venivamo ricompensati con delle pagnotte che dividevamo con i nostri compagni di prigionia. Una sera, di ritorno da uno di questi piccoli concerti, ci trovammo di fronte un’immagine infernale: un bombardamento aveva distrutto il nostro lager. Il canto mi aveva salvato la vita! Scappai per i campi sotto l’infuriare dei bombardamenti americani e raggiunsi la libertà grazie anche ad una famiglia tedesca (ma le famiglie non hanno nazionalità) che mi tenne nascosto per molti giorni. Da tempo ero solo un numero, in quella casa mi trattarono con affetto, consentendomi, poco a poco, di ritornare alla vita”.
Il dopoguerra fu, per tutti, un periodo di improvvisazione; riprendere da dove si era interrotto non era possibile. Melani fu invitato in Argentina, dove per un anno cantò alla radio “L.U. 9”  di Mar del Plata. Fu là che cominciò l’attività di didatta presso il prestigioso Teatro “Colon”: tutti i più grandi nomi dell’arte canora argentina furono suoi allievi. Ritornato in Italia, nel 1970, invitato da Marcello Abbado, con al seguito 12 allievi argentini, Melani continuò ad insegnare presso il Conservatorio “Rossini” di Pesaro e in vari teatri e università nel mondo, fra cui il Teatro “alla Scala” di Milano. Ha inoltre costituito tre accademie di canto, trasferendovi la sua competenza e la sua fama: a Osimo, a Cagli e a Pesaro, nella sua città natale.

Nei suoi sogni giovanili lei ambiva a diventare un grande cantante. Rimpianti?
“Subito dopo la guerra potevo averne; poi il contatto con gli allievi, l’assimilazione dei loro sogni, vederli diventare cantanti… sono gioie immense, che non hanno prezzo. Ancora oggi quando vedo un allievo riuscire a fondere l’anima con il corpo dando, così, bellezza al canto e alla sua interpretazione, provo una forte emozione. Rimpianti oggi non ne ho!”.
Scendendo le scale dell’Accademia, ripenso a Mario Melani, alla sua energia, ai suoi occhi, vivaci e curiosi come quelli di un bambino. E ho l’esatta percezione di cosa sia la giovinezza.

Un commento to “Quando il canto salvò la vita nel lager di Mario Melani. La storia del grande maestro pesarese”

  1. Dimitri Aguero scrive:

    Io ho conosciuto il maestro Melani in Argentina.
    Egli è stato più volte a casa con Mitzi.

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