Le mille vite di Mei: dal sogno Inter al “giocatore finito” di Pesaro. Ora, nella sua Fano, sta risorgendo dalle ceneri

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6 ottobre 2015

Sandro Candelora*

FANO – Quante vite ci cono in una vita sola? Infinite. Come i momenti che la popolano, ciascuno diverso dall’altro e dunque unico, irripetibile. E quanti i passaggi nella carriera di un calciatore? Anch’essi innumerevoli, ognuno figlio dell’attimo e specchio della particolare congiuntura, più o meno favorevole, che si sta attraversando durante lo svolgersi dell’attività agonistica. Di certo, Andrea Mei quegli alterni frangenti li ha sperimentati tutti. Ma proprio tutti e come pochi altri. E ne porta addosso tracce visibili, marchiate a fuoco nell’anima del giocatore e più ancora dell’uomo.

Andrea Mei

Andrea Mei ai tempi dell’esperienza nel campionato olandese

La sua è una storia che inizia con i colori della favola e si sviluppa poi all’insegna del dramma psicologico, alternando pagine dense di repentine esaltazioni e altrettanto rapide discese agli inferi, in un fantasmagorico susseguirsi di gratificazioni, sofferenza vera e paziente tentativo di ricostruirsi. Pensate che poco più che adolescente approda dalla natia Urbino nientemeno che all’Inter, nel periodo in cui regna incontrastato lui, lo ‘special one’, il grande istrione del football moderno che risponde al nome di José Mourinho. Il massimo per un ragazzo che ha il pallone nel sangue e porta il sogno di sfondare impresso nel cuore. Entra perfino nel giro della prima squadra, peraltro senza esordirvi, nel mentre che fa collezione di convocazioni nelle varie nazionali di categoria. Quindi, similmente a molte acerbe promesse di proprietà dei grandi club, viene dirottato a farsi le ossa qua e là per la Penisola, rimbalzando da Verona (sponda Chievo) a Crotone, da Lumezzane a Piacenza. Finisce pure in Olanda, dove milita nella prestigiosa Eredivisie indossando la maglia del VVV Venlo. In tutti i casi, si tratta di una toccata e fuga, all’insegna di esperienze ‘mordi e fuggi’ che lo lasciano privo di una vera esperienza di campo (le presenze che accumula in totale sono limitatissime) e per converso gli fanno patire gli abissi di un mondo dorato solo in apparenza. Conoscenze sbagliate, false amicizie, errori di gioventù, delusioni frustranti e disillusioni cocenti lo prendono a pugni in faccia. Lui barcolla, arretra, finisce quasi per arrendersi. Tant’è che l’anno scorso lo ritroviamo al di là del Fosso per una nuova epifania, se è vero che in tre mesi racimola una sola, misera apparizione con la Vis Pesaro. Poi, in primavera inizia ad allenarsi con i granata. Ci mette umiltà e dedizione. Vuole risollevarsi per prendere in mano il proprio futuro e dar un senso nuovo alla sua ancor verde età di ventiseienne integro e volitivo. Spunta un contratto e si accontenta di fare la riserva ai totem carichi di gloria. L’infortunio di Torta gli spiana la strada fra i titolari. Lui non batte ciglio. Scrolla di dosso la polvere di tante, troppe cadute e si getta nella lotta. E’ entrato nel primo tempo di Isernia, è rimasto titolare con Recanatese e a Scoppito. Tre partite, zero gol subiti dall’Alma. Mei riassapora così la palla da inseguire, il contatto ruvido con l’avversario, l’acre atmosfera dell’arena sono i segnali irrinunciabili di un diagramma non più piatto ma vitale. Mei è risorto dalle proprie ceneri e vuole ora gustarsi ogni istante di una nuova vita. A lungo inseguita. Forse finalmente trovata. Per sempre.

*Opinionista Fano Calcio per Pu24

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