Lustrini e bagliori scintillano con l’intramontabile Cabaret

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24 ottobre 2015

PESARO – Fu proprio Cabaret a consacrare con l’Oscar Liza Minnelli la bellezza di quarantatré anni fa ma fare un parallelo del Music-hall andato in scena ieri sera al Rossini di Pesaro con il celeberrimo film sarebbe ingeneroso. Perché quello della compagnia della Rancia e del suo mattatore (figlio d’arte e si vede, ndr) Giampiero Ingrassia si staglia dalla pellicola e dalla sua prima versione teatrale dove la protagonista appariva carica di trucco mentre la brava Giulia Ottonello – peraltro vincitrice di Amici – calca la ribalta con una naturalezza e una semplicità (entrambe evidentemente volute) e i capelli rossi anziché nero corvino.

Insomma un altro stile in altra epoca. La nostra s’intende. Ma la storia, per i pochi che la ignorano, è la stessa. Una brevissima sinossi che potremmo anche evitarci, dando per scontato la si conosca, e uscircene con “il lettore se ne farà una ragione”, espressione che va tanto di moda da un po’. Ma non lo faremo, per non emulare l’irriverenza del protagonista principe dello spettacolo, per i pochi che la ignorassero o i pochissimi che l’avessero dimenticata. Berlino, anni Trenta, lo scrittore americano Cliff (Mauro Simone) è a caccia di nuove idee per un romanziere come lui abbastanza scalcinato. Forse per trovare ispirazione entra al Kit Kat Klub dove incontra Sally. Tra i due scoppia la passione mentre fuori esplode il nazismo con l’ascesa di Hitler al potere. Dall’inizio, ma soprattutto qui, s’insinua il Maestro di Cerimonie del Locale, (Giampiero Ingrassia in grande spolvero, volto bianco e smoking prima verde cangiante poi nero) che cercherà di distogliere il pubblico tedesco dai drammatici eventi che incombono. Ma altre vicende e altri personaggi si alterneranno sullo sfondo di un Paese ormai travolto dalla veemente aggressività del III Reich.

Cabaret al Rossini

Cabaret al Rossini

Il Cast è inappuntabile oltreché rodato. Altea Russo, Michele Renzullo, Valentina Gullace. Del resto il Gruppo ha, alle spalle, il Frankenstein Junior che in due stagioni ha mietuto grande consenso di pubblico e critica.

La buona espressività di Ingrassia ricorda, per certi aspetti, quella di un mostro sacro del grande schermo Jim Carrey che conta però su macchina mediatico promozionale, quella statunitense, eccezionalmente efficace. La Compagnia della Rancia dimostra di non averne bisogno perché sprigiona entusiasmo e professionalità insieme anche se, in alcuni momenti, il ritmo cala di tono come gli applausi timidi del pubblico. Applausi che, al termine, diventeranno una vera e propria ovazione. Ma la prova superlativa, a nostro avviso, è quella della Ottonello soprattutto nell’interpretazione amara del brano Life is a Cabaret (colonna sonora dell’intero spettacolo) sullo sfondo di una svastica che troneggia sulla scena. Più che convincente la performance di Altea Russo (fraulein Schneider) coivolta nell’amore maturo e irrealizzabile con il fruttivendolo dall’aria rassicurante Herr Schulttz (Michele Renzullo). Apprezzabili le coreografie di Gillian Bruce, le musiche di John Kander e le liriche di Fred Ebb curate dal supervisore Marco Iacomelli che alza l’asticella dell’entusiasmo con l’intramontabile brano Money. Ovviamente una sapiente regia, quella di Saverio Marconi, fa la differenza e la platea del Rossini non ha mancato di sottolinearlo soprattutto, come dicevamo, alla fine della seconda parte. Pesaro vive peculiarmente la musica perché – come ha scritto qualcuno – la musica è vita. Sempre e comunque.

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