Claudio Bisio, one-man show: mio figlio, chi ci capisce è bravo! Successo di “Father and son” al Rossini

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7 novembre 2015

Claudio Bisio in "Father and son"

Claudio Bisio in “Father and son”

PESARO – Ed eccolo calcare il prestigioso palcoscenico pesarese. Lui, l’uomo dai mille volti, dall’inesauribile verve ironica, beffarda e naturalmente comica. Naturalmente perché Bisio è se stesso e ti parla quasi fosse nel salotto di casa, magari la tua. Ma, prima di tesserne le lodi, parliamo dello spettacolo che – come da copione – ha mietuto consensi e applausi e lo farà di certo fino a domenica. Dunque Father and son, per la regia di Giorgio Gallione, tratto da due opere di Michele Serra, una delle penne più graffianti di “Repubblica”, è una continua riflessione/monologo sul rapporto padre-figlio in un’epoca estremamente difficile. Vero, decine di autori si sono cimentati, da sempre, su questa tematica ma Bisio, conduttore televisivo, attore e scrittore lo fa a suo… modus in rebus, sciorinando concetti ed elucubrazioni che ti prendono perché sono un impietoso spaccato dei giovani e, in senso lato, della società.

Di fatto in un’epoca in cui la comunicazione la fa da padrona (specie in politica) quello dell’incomunicabilità tra genitore e figlio diventa quasi un nonsense. Dunque il conflitto generazionale, in atto da che mondo è mondo, in Father and son passa attraverso innumerevoli steps che raffrontano le passioni di un pressoché sessantenne (Bisio ne ha 58 compiuti) e lo sfrenato consumismo tecnologico del giovane poco più che adolescente ma non ancora in età di elettore. E il padre si preoccupa: “A chi darà il suo voto?”. Poi riflette tra sé e sé che, francamente, non saprà neppure lui a chi darlo. Oggi, si capisce. Che il “fenomeno” di Zelig, poi, sia uomo di sinistra (pur non rigorista) è risaputo ma non ci vorrebbe granché ad evincerlo. E allora il pubblico riversa scrosci di applausi alle più che frecciatine sulla legge elettorale piuttosto che sul dramma esodati. “I giornali parlano di 300.000 ma. riferisce il ministro. sono soltanto tre… che di cognome si chiamano Centomila”. Una battuta carica di criticità che la dice lunga sull’ex attivista di Avanguardia Operaia che ha mosso i primi passi della sua carriera artistica in un centro sociale.

Novanta minuti pieni in ribalta ma non te ne accorgi perché Bisio tocca, scherzosamente (ma, a tratti, con malcelata amarezza) le corde del sentimento e dell’incomprensione di un padre che avrebbe l’unico desiderio di andare in cima al colle Nasca in compagnia di un figlio indolente, arraffazzone, apatico, superficiale e quant’altro. Ma c’è qualcosa di buono anche in un ragazzo che poltrisce sul divano di fronte al televisore a un volume inaudito con lo smartphone in una mano e würstel crudi nell’altra? C’è qualcosa di buono anche in un figlio che dissemina abiti e calzini per casa con incredibile nonchalance? C’è e il protagonista prima o poi arriverà a comprenderlo. Magari gli risulta difficile capire la scuola e le madri fin troppo protettive che spacciano per dislessico un figlio che non è in sintonia con lo studio. Così come si sente spaesato sulla filosofia del tatuaggi che invecchiano con chi li porta e, con l’età, “si ammollano” o sulle file chilometriche per acquistare una felpa in un negozio dove i commessi sono più o meno androgini.

Bisio è un fiume in piena e battute si accavallano a battutacce in un continuo crescendo tanto che fatichi e ricordarle. Ma il pubblico le incamera immediatamente e premia l’attore con risate continue. Esilarante e affatto scontato il pezzo sul sistema elettorale da Porcellum a Sputum e addirittura a Vomitum, accezioni ridicole di una situazione che di paradossale ha molto se non tutto. Un’ora e mezza scivola via così in leggerezza anche grazie all’impagabile accompagnamento musicale (Laura Masotto al violino e Marco Bianchi alla chitarra). Ma poi un figlio non ancora diciottenne, supertecnologico e telespettatore di una programmazione squallida, non ha proprio nulla di buono?

Alla fine lo spiraglio di luce si staglia per il padre che sembra aver perduto le speranze. Il ragazzo acconsente a salire con lui sul monte Nasca (o Naska ricco di k che fanno tendenza nei nickname come sottolinea Bisio). Dunque il giovane sale dotato di un improbabile abbigliamento e assurde scarpe da città ma…sale… sale e supera il padre che neppure se ne accorge ma alla fine è felice di vederlo in vetta. Ok, finalmente può permettersi il lusso di invecchiare. Sereno, hai detto niente!

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