FrancoBertini.doc: il pittore della parola e il basket dei tempi che furono

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12 dicembre 2015

A chi giova? Questa è stata la domanda con cui la linguaccia del tifoso ha lasciato, l’11 marzo di quest’anno, le questioni del basket pesarese. Con la stessa domanda mi ripropongo oggi per parlare di un cestista pesarese.doc, inteso come “verace”. Desidero immortalare, su un file di word, un documento che il “Ragno di Pesaro” ha lasciato alla storia del basket pesarese. Per il Resto del Carlino si è fatto filmare ed intervistare sulla mostra fotografica che ha organizzato nel vecchio palasport di Via dei Partigiani. Nella foto che proponiamo a margine, tratta artigianalmente dal filmato, eccolo bello “spaparazzato”, serafico, rilassato, disteso sulla sedia in mezzo alla sala della mostra da lui ideata.

Franco Bertini

Franco Bertini

Franco Bertini, come tutti sanno, è un pittore della parola (ecco perché questo è un documento di word). Abbina le parole come un pittore fa con i colori e ne cerca le sfumature. In questa intervista filmata, che potrete vedere in internet nella pagina dedicata del Carlino, gli escono dalla bocca fluide, gioiose, allegre, godute, a volte nostalgiche. Vi proponiamo uno spezzone, sbobinato per PU.24, tratto dall’intervista intitolata “Quando noi pesaresi spegnemmo le luci del Palas per un motivo ben intuibile”. Ecco le parole di Franco: “Facevo la terza media quando ho iniziato a giocare; facevo il settore giovanile e sono diventato campione italiano juniores. Poi, nel ’56, in concomitanza con la nascita di questo palas come campo coperto, ho debuttato in serie A. La cosa simpatica di allora è che questo palazzo non era ancora finito e aveva il tetto a metà. Si giocava nella parte coperta, però, se tu, mentre stavi giocando, guardavi dalla parte di Viale dei Partigiani, vedevi nevicare, piovere, quello che era, perché avevi mezzo tetto. Qui ho giocato per i primi 3 o 4 anni, poi ho girato un po’ per l’Italia. Milano, Varese … e poi son tornato. Dagli anni ’65 ho giocato qui dentro a questo palazzo che è poi diventato una specie di cattedrale del basket, con l’avvento di Scavolini e con la vittoria degli scudetti. Un aneddoto molto bello, forse il migliore, capitato qui dentro negli anni ’56, quando il palazzo era in costruzione e quindi era tutto molto precario, compreso l’impianto di illuminazione… (ride di gusto, ndr)… Allora c’erano dei cantieri con dei tavolacci dove i muratori applicavano un interruttore generale… Nel corso di una partita con la Moto Morini di Bologna… eravamo in vantaggio di un punto a pochissimi secondi dalla fine e, mentre gli avversari andavano a fare un canestro facilissimo, qualcuno spense la luce e il palazzo piombò nel buio. Avremmo perso la partita. Quando tornò la luce, un nostro giocatore, Giovanni Paolini (Paparà, ndr) si fece trovare sulla rimessa laterale con la palla; l’arbitro disse “Si gioca, si gioca”, e noi vincemmo la partita. Ovviamente, con l’incazzatura famelica dei bolognesi… Ecco, per dire cose che capitavano allora quando le strutture erano precarie. Poi è diventato il palazzo in cui la pallacanestro pesarese ha colto gli allori più importanti della sua storia. I due magnifici scudetti e uno perso per la fantomatica monetina che colpì in testa Meneghin… Consacrati dalla Scavolini, per sempre”.

A chi giova tutto questo? Al senso di appartenenza ad una comunità, quella pesarese. Noi siamo Pesaro!

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