L’inno alla vita di Anto Torres, una pesarese fino al midollo: “Sono nata 2 volte, mi sento miracolata”

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16 dicembre 2015

PESARO – Pesarese fino al midollo. Un gioco di parole solo all’apparenza, che rende se non parzialmente l’idea di quello che significa la città di Rossini per Antonella Bua, meglio conosciuta come Anto Torres, dalla squadra di calcio femminile della città sarda dove è nata e cresciuta, Sassari.

Trentasette anni portati splendidamente – “C’è chi addirittura me ne dà 24” – è diventata donna fin da bambina. Colpa – o merito come dice lei – di un mostro chiamato talassemia, sconfitto all’età di 6 anni dopo un trapianto di midollo osseo effettuato a Trebbiantico, quando a Pesaro operava un certo Guido Lucarelli che rendeva il nostro centro di Ematologia un’eccellenza a livello planetario. Una donna che mantiene la sensibilità e l’animo candido di una bambina, come solo chi ha vissuto certe esperienze uscendone vincente può avere.

Antonella Bua, alias Anto Torres, oggi

Antonella Bua, alias Anto Torres, oggi

“Io sono nata due volte – racconta al tavolino di un bar di piazza del Popolo, dopo il ritorno a Pesaro per le vacanze natalizie – La prima volta mi ha donato l’esistenza mia madre, la seconda il professor Guido Lucarelli. Un uomo di scienza e di un’umanità incredibile, pioniere dei trapianti di midollo osseo nel mondo. Una persona dal cuore grande grande che amo tantissimo, al pari di mio padre e di mia madre che purtroppo non c’è più. Non mi basterà una vita intera per poterlo ringraziare”.

Come è arrivata a Pesaro?
“Avevo un anno e qualche mese quando i miei genitori si sono accorti che qualcosa non andava. Indagando, hanno scoperto che ero affetta da talassemia, una malattia genetica che colpisce soprattutto nei Paesi del Mediterraneo. Da lì sono iniziate le trasfusioni, l’unico mezzo per non morire, visto che non esistono farmaci sostitutivi da acquistare in farmacia né il sangue si può riprodurre in laboratorio”.

Antonella Bua dopo il trapianto

Antonella Bua dopo il trapianto

E poi…
“All’età di 6 anni avevo già fatto 84 trasfusioni di sangue. I miei genitori, tramite un medico trasfusionista di Olbia, avevano sentito parlare del professor Lucarelli, che per primo effettuava trapianti di midollo. Lo incontrarono in Sardegna e poi, dopo aver scoperto che uno dei miei due fratelli era compatibile con me al 100%, mi hanno portata a Pesaro per il trapianto”.

Che ricordi hai di quel periodo?
“Era il 1984 e in un reparto ho scoperto il mondo intero. L’intero globo in una stanza. C’erano iraniani, palestinesi, iracheni, israeliani, tutti insieme senza distinzioni di cultura né di religione. Non c’era la guerra, ognuno comunicava col cuore. Quello è stato il mio mondo fino a 18 anni, visto che dopo il trapianto, di tanto in tanto, tornavo a Pesaro per fare dei controlli”.

Anto Torres col professor Guido Lucarelli

Anto Torres col professor Guido Lucarelli

Che esperienza…
“Io la vita non l’ho imparata sui banchi di scuola ma a Pesaro, grazie a una persona dalla profonda sensibilità come il professor Lucarelli che mi ha dato il dono della guarigione. Un uomo umile, che la domenica veniva a mangiare con noi alla Vecchia Cantina di Trebbiantico e che poi ho rincontrato qualche tempo fa… è stato molto emozionante. A volte, ancora oggi, mi guardo allo specchio e mi dico: “Non è vero, io non ho fatto nessun trapianto”. E invece è tutto vero, e per questo mi sento fortunata”.

Fortunata?
“Fortunatissima. Io sono sopravvissuta, sono una miracolata. Ma da ragazzina mi sentivo quasi in colpa per chi – al contrario mio – era volato in cielo. Anche quando il midollo è attecchito, e c’è voluta qualche settimana perché questo accadesse, ricordo che nella camera sterile mi scese un velo di tristezza per chi, a differenza mia, non ce l’aveva fatta”.

Devi essere crescita in fretta?
“Beh, per forza di cose. Quando mia madre mi doveva preparare al trapianto, dicendomi che dopo l’intervento le eventualità erano due – continuare a fare le sacche di sangue o non doverle fare più – io le ho detto che in realtà erano tre. Avevo 6 anni, ma sapevo che potevo anche morire e gliel’ho detto”.

Credi in Dio?
“Certo che sì. Non sono praticante al 100%, nel senso che non vado sempre in chiesa, però ripeto: mi sento miracolata”.

Da ogni tua parola traspare profonda sensibilità…
“Diciamo che cerco di guardare gli altri non in maniera superficiale. Provo ad andare oltre, anche perché ho ricevuto il dono della guarigione”.

Che cos’è per te la vita?
“Qualcosa di straordinario, irripetibile e unico, che a me è stata concessa due volte: quando sono nata nel 1978, e poi quando sono rinata nel 1984. Ecco che le do un valore elevatissimo. Ho grande rispetto per la vita, e al contempo sento nel vivere un enorme senso di responsabilità”.

Cosa pensi di chi la butta, per esempio assumendo droghe o abusando di alcol?
“La vita non va buttata, anche se certe dinamiche non si possono capire fino in fondo dall’esterno. Non giudico nessuno, dico solo che bisogna dare il giusto valore alle cose, mettendo se stessi a disposizione degli altri”.

Braccialetti eloquenti sul polso di Antonella Bua, alias Anto Torres

Braccialetti eloquenti sul polso di Antonella Bua, alias Anto Torres

Un po’ come hai fatto tu…
“Beh, sì. Una volta guarita, mi sono chiesta cosa potessi fare di concreto. Il sangue non lo posso donare, non posso tipizzarmi per vedere se sono compatibile con qualcuno nel resto del mondo, quindi vado nelle scuole a parlare della mia esperienza agli studenti, tengo conferenze, partecipo agli eventi dove mi chiamano le varie Avis e le Admo, le associazioni di volontari del sangue e di donatori di midollo osseo. Non vado per convincere tutti ma, se dopo avermi sentito parlare, anche solo una persona torna a casa col dubbio se iniziare a donare o meno, la missione è compiuta. D’altronde io esisto, ci sono, sono il risultato umano di quelle trasfusioni fatte da bambina”.

Quanto è importante donare?
“Importantissimo. Un piccolo gesto che può salvare una vita umana. Il mio invito è quello di donarsi agli altri… almeno pensateci”.

Ami lo sport, vero?
“Sì, soprattutto il calcio femminile – sono una grande tifosa della Torres, la squadra sassarese che ora non c’è più dove ha giocato anche la pesarese dell’Arzilla Raffaella Manieri che ho pure conosciuto – e il basket. Sono stata contenta della vittoria del campionato della Dinamo Sassari, la squadra della mia città, ma nel mio cuore c’è la Victoria Libertas. Lo sanno tutti”.

Anto Torres coi giocatori della Vuelle 2014-2015

Anto Torres coi giocatori della Vuelle 2014-2015

Come è nato questo amore?
“A Trebbiantico, quando era ricoverata, vennero alcuni cestisti dell’allora Scavolini. Da lì è nata una passione enorme, che mi ha portato un paio di anni fa a ritornare a Pesaro dopo tanto tempo, grazie anche a Franco Del Moro”.

Franco Del Moro?
“Sì, l’ex presidente della Vuelle, che ho incontrato durante una partita in Sardegna a cui avevo assistito con la maglia biancorossa addosso. Gli ho raccontato la mia storia, su Facebook poi mi sono arrivati una marea di messaggi e così, dopo un po’, sono tornata a Pesaro. Non lo facevo da quando avevo 18 anni”.

Che effetto ti ha fatto?
“Bellissimo. Rivedere piazza del Popolo e il mare, legati a dei ricordi della mia infanzia che sono indelebili, mi ha fatto un certo effetto. Adesso torno con una certa regolarità anche perché ho tanti amici. L’altra sera, quando sono arrivata per passare le festività, mi sono quasi commossa vedendo la piazza addobbata per il Natale”.

Anto Torres con una maglia eloquente

Anto Torres con una maglia eloquente nel 30° del trapianto

Come ti vedi fra 20 anni?
“Non mi vedo invecchiata. Però mi vedo serena e mi vedo a Pesaro, non più con la valigia in mano. Pesaro è un posto per sempre. Una tappa fondamentale della mia vita che rimarrà tale”.

Si salva la Vuelle?
“Io ci credo, anche perché bisogna crederci sempre. Le cadute, d’altronde, nella vita come nello sport, servono per potersi rialzare e andare avanti più forti di prima”.

Hai mai fatto sport?
“No, ma la talassemia e il trapianto non c’entrano. C’entra una lussazione bilaterale congenita alle anche con cui sono nata. A 2 anni sono stata operata al Rizzoli di Bologna”.

Pure…
“Eh, dicono tutti così. Ma ripeto: mi sento fortunatissima. Se dovessi rinascere vorrei vivere la stessa vita che ho vissuto. Una vita che mi ha fatto conoscere mio padre, mia madre che adesso purtroppo non c’è più e il professor Lucarelli”.

Ogni commento è superfluo. Che ognuno si fermi a pensare all’inno alla vita di una persona unica.

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