Rossini Ameno, un altro sonetto tradotto dal dialetto pesarese

di 

17 dicembre 2015

Rossini Ameno

Rossini Ameno

ROSSINI AMENO

Sonetti in dialetto pesarese, di Alessandro Procacci
Pubblicazione da parte di Stefano Giampaoli

Prosegue la traduzione dei sonetti in dialetto pesarese che Alessandro Procacci ha raccolto nel libretto intitolato “Rossini Ameno”. Ecco il diciottesimo sonetto:

XVIII

Anca Rossini l’era critighed
(Anche Rossini era criticato)
dai collega del temp, chissà parchè,
(dai colleghi del tempo, chissà perché)
invidia… gelosia … ma lascem stè,
(invidia … gelosia … ma lasciamo perdere,)
tel mond ’ sta roba l’ann’ha mej manched.
(nel mondo questa roba non è mai macata.)

I dciva che cla musiga malè
(Dicevano che quella musica lì)
la feva tropp rumor ch’l’era un merched …
(faceva troppo rumore che era un mercato …)
ma Gvachén i l’aveva nomined
(a Gioachino l’avevano nominato
« Sor Crescendo » o « Chiassoni »… propi acsè.
(“Signor Crescendo” o “Chiassoni” … proprio così,)

Rossini i s’la chiapeva allegrament
(Rossini se la prendeva allegramente)
e dal rida i baleva anca ‘l gilè.
(e dal ridere gli ballava anche il gilè.)
– Amich mia, el diciva, en capì gnent
(- Amici miei, diceva, non capite gnente)

se ‘l pubblich el m’ascolta attentament
(se il pubblico mi ascolta attentamente)
l’è parchè il ten svej chel chiass malè;
(è perché lo tiene sveglio quel chiasso lì;)
vojatre al fè durmì profondament.
(voi lo fate dormire profondamente.)

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