La messa di Natale nel carcere di Fossombrone: l’omelia del vescovo Trasarti

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27 dicembre 2015

FOSSOMBRONE – Ecco l’omelia del vescovo Armando Trasarti, tenuta la mattina di Natale nel carcere di Fossombrone, dove come ogni anno ha celebrato una messa per i detenuti e il personale della struttura:

Natale 2015

Il vescovo Armando Trasarti

Il vescovo Armando Trasarti

La nascita di Gesù è unica rispetto a tutte le altre nascite perché in Gesù noi riconosciamo il volto, il cuore, l’amore di Dio che hanno preso forma umana. Gesù è uomo come tutti dal punto di vista fisico, psicologico, sociale; pensa, ama, agisce, spera, soffre come ogni uomo. E però la trama dei suoi comportamenti è così pulita e così bella che lascia trasparire la sapienza di Dio, l’amore stesso di Dio; la vita di Gesù, obbediente, corrisponde del tutto alla volontà di Dio; il destino di Gesù compie il disegno di Dio su di lui, la sua missione; insomma, il mistero del Natale è l’unione della grandezza di Dio con la piccolezza dell’uomo; è la presenza della santità di Dio nella fragilità della carne umana; è la manifestazione anticipata di tutte le promesse di Dio in una esistenza umana particolare.

Egli è venuto a mostrarci, a rendere visibile l’amore che Dio ha per noi. Per te, per me. Un amore attivo, reale. Un amore che ha preso sul serio la realtà dei suoi. Un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Un amore che si avvicina e restituisce dignità. Una dignità che possiamo perdere in molti modi e forme. Ma Gesù è un ostinato in questo: ha dato la vita per questo, per restituirci l’identità perduta. Per rivestirci con tutta la sua forza di dignità.

“Quando Gesù entra nella vita, uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo, ma è in grado di piangere e lì trovare la forza di ricominciare. E se in qualche momento ci sentiamo tristi, stiamo male, abbattuti, vi invito a guardare il volto di Gesù crocifisso. Nel suo sguardo tutti possiamo trovare posto.  Tutti possiamo  affidare a Lui le nostre ferite, i nostri dolori, anche i nostri errori, i nostri peccati, tante cose in cui noi possiamo avere sbagliato. Nelle piaghe di Gesù, trovano posto le nostre piaghe. Perché tutti siamo piagati, in un modo o nell’altro. E portare le nostre piaghe alle piaghe di Gesù, perché? Per essere curate, lavate, trasformate, risuscitate. Egli è morto per voi, per me, per darci la mano e sollevarci…. Gesù vuole risollevarci sempre” (Papa Francesco. 10 luglio 2015. Centro di rieducazione Santa Cruz – Palmasola   BOLIVIA).

E questa certezza ci spinge a lavorare per la nostra dignità. La reclusione non è sinonimo di esclusione, perché la reclusione è parte di un processo di reinserimento nella società.

Ci sono cose che possiamo già fare ora. La convivenza dipende in parte da noi. La sofferenza e la privazione possono rendere il nostro cuore egoista e dar luogo a conflitti, ma abbiamo anche la capacità di trasformarle in occasione di autentica fraternità. Aiutatevi tra di voi. Non abbiate paura di aiutarvi  tra di voi. Lottate per andare avanti uniti, mai divisi.

Le festività sono la gioia di tutti, ma dentro il vostro cuore, arrabbiato per la carcerazione, in questi giorni può calare una depressione totale, e si diventa tristi e si rischia di chiudersi in se stessi rifiutandosi di comunicare. Una reazione spontanea causata dalla lontananza dalla famiglia, dagli amici e soprattutto peché perdiamo ogni felicità e gioia interiore. Ci sembra di non aver nulla da festeggiare e fingiamo di vivere, ma in realtà stiamo soltanto sopravvivendo. Non possiamo fare finta di niente e non pensare che ci sono  persone che ci sono care e che oggi non festeggiano, e tutto per colpa nostra…. I giorni più brutti? Quelli di festa!

“Allora, la mia fede mi aiuta a superare con un po’ di serenità questi giorni di festa che io non festeggio. La preghiera è molto per me, cola le mie giornate e mi aiuta ad avere fiducia nel prossimo, l’unica cosa che può veramente farmi sentire un po’ contento e che mi fa venire la voglia di augurare almeno agli altri un buon Natale, anche se il mio, in carcere, felice non lo può essere di certo” (lettera di un carcerato a me vescovo).

Infine, una parola di incoraggiamento a tutti coloro che lavorano in questo luogo: ai dirigenti, agli agenti di Polizia penitenziaria, a tutto il personale. Voi fate un servizio pubblico fondamentale. “Avete un compito importante in questo processo di reinserimento. Il compito di rialzare e non di abbassare, di dare dignità e non di umiliare; di incoraggiare e non di affliggere. Un processo che chiede di abbandonare una logica di buoni e cattivi per passare a una logica centrata sull’aiutare la persona. E questa logica di aiuto alla persona migliorerà le condizioni per tutti. Poiché un processo vissuto così ci nobilita, ci incoraggia e ci rialza tutti” (Papa Francesco)

Faccio gli auguri per queste sante feste natalizie, laicamente “sante”, perché ci invitano ogni anno a celebrare l’uomo, la gioia di stare insieme, i rapporti familiari, qualunque essi siano, per chi crede, “forza rivoluzionaria del Vangelo” che mette al centro una famiglia di poveri, riconosciuta e accolta solo da poveri, costretti da subito alla fuga a causa della violenza dei prepotenti; degli stranieri venuti da lontano per farci scoprire valori attesi ma non riconosciuti, un bambino costretto a nascere in una stalla e destinato ad una morte atroce, che però segnerà per sempre il futuro dell’uomo consegnandolo alla SPERANZA, alla FESTA, alla VITA.

“Se ci diamo una mano i miracoli si faranno e il giorno di Natale durerà tutto l’anno!” (Gianni Rodari)

Natale 2015, Messa in carcere                                                      

Armando vescovo

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