L’orgoglio di Zingaretti non conquista appieno il pubblico

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9 gennaio 2016

PESARO – Certamente a Luca Zingaretti fa gioco la popolarità guadagnata sul piccolo schermo impareggiabile protagonista della fortunata serie del commissario Montalbano. Ma nessuno gli ha regalato nulla, artisticamente parlando. Quello che è e quello che il pubblico applaude viene da una gavetta datata da oltre trent’anni e iniziata all’Accademia d’Arte Drammatica per la quale rinunciò alla carriera calcistica che lo vedeva tra le promesse del Rimini. Premiato cinque anni fa con il nastro d’argento è un attore istrionico capace di assumere i ruoli più diversi, da “Mio fratello è figlio unico” o “Maldamore” a “Immaturi” per capirsi. A Pesaro, dove è stato girato “Tempo instabile con probabili schiarite”, un film di Marco Pontecorvo, Zingaretti è ormai di casa tanto da definirla “un’oasi felice”.

Ma veniamo al lavoro portato in scena al Teatro Rossini. The Pride (tradotto, da Monica Capuani, diretto e interpretato da Zingaretti) del drammaturgo Alexi Kaye Campbell che ha debuttato al Royal Court Theatre di Londra aggiudicandosi il Critic’s Circle Award e l’Olivier Award.

Zingaretti - The Pride

Zingaretti – The Pride

LA SINOSSI: mezzo secolo di distanza per due storie analoghe con stessi personaggi e identici nomi ma le epoche giocano un ruolo essenziale. Philip è sposato con Sylvia, che sta lavorando alle illustrazioni dell’ultimo libro per bambini di Oliver. Quando i due uomini si incontrano scatta un’attrazione impossibile da affrontare (siamo nel 1958). Dieci lustri più tardi Philip, un photo-reporter, lascia Oliver, giornalista del Dayly con cui ha una relazione, scoprendolo infedele. Oliver si avvicina a Sylvia, presentatagli proprio da Philip, per contrastare la solitudine e…cerca nell’amicizia la comprensione del suo stesso comportamento. Due gay totalmente diversi, Philip morigerato con complessi di colpa e Oliver frivolo nella sua omosessualità infedele.

E’ sostanzialmente la nostra storia, quella che viviamo ogni giorno, gay o etero che siamo, nello sforzarsi di comprendere. Il “gnosce te ispum” socratico vale a dire chi siamo davvero e soprattutto come arrivare se non alla felicità almeno alla serenità di poterci specchiare senza vergogna. Ed è sostanzialmente questo il tema o, se vogliamo, il messaggio di The Pride. Ma Zingaretti forse – a nostro avviso e non soltanto nostro – non dà il meglio di se stesso per la professionalità che lo contraddistingue. L’innegabile naturalezza di sempre ci è parsa un po’ appannata e la sua interpretazione, quantomeno in quest’opera, ci è sembrata sottotono tanto da rendere superlativa l’assolutamente buona performance di Maurizio Lombardi (Oliver). Sarà stato forse per un’esagerata aspettativa dell’attore, talento capace di immedesimarsi in personaggi ogni volta diversi, sarà stato forse per la scabrosità dell’argomento o per cruda, voluta e ostentata volgarità, ma il pubblico non è parso convinto fino in fondo. Apprezzabile Alex Cendron (caratterista per l’uomo e il dottore)e più che discreta la prova di Valeria Milillo (Sylvia). Vero é che il testo del drammaturgo statunitense è di un certo spessore ma è anche vero che i dialoghi brillanti hanno alleggerito lo spettacolo. Stupenda la scenografia del secondo atto per la quale va un plauso meritatissimo ad Andrè Benaim.

Zingaretti - The Pride

Zingaretti – The Pride

In ogni caso, quando il sipario è calato e il cast si è presentato in ribalta, non sono mancati scrosci di applausi. Vien fatto di pensare maliziosamente che molti di questi fossero tributati all’eroe del piccolo schermo, a Montalbano. Oppure alla carriera di un attore completo. O all’ormai acquisita pesaresità di Zingaretti. Hai visto mai?

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