8 marzo, la riflessione: “Donne tra realtà e apparenza, una rivoluzione incompleta”

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7 marzo 2016

Simona Ricci

Simona Ricci

*Simona Ricci

PESARO – Più istruite ma sempre più senza lavoro, più determinate e consapevoli ma sempre di più vittime di violenze, più longeve ma sempre meno madri e mogli. Ancora più lontane dalle proprie “sorelle” europee, per condizioni di vita e di lavoro e per opportunità, sorelle che spesso, se giovani, raggiungono, giovani, moderne emigranti con il pc al posto della valigia di cartone, in viaggio anche per conoscere altre migranti, da ogni parte del mondo, per fuggire da un paese, l’Italia che a volte sembra dimenticare da dove è venuto.

Essere madri in Italia è sempre più un’impresa tanto che l’Istat ha rilevato che nel 2015 abbiamo raggiunto il minimo storico di nuovi nati dall’Unità d’Italia e il più alto tasso di mortalità dal dopoguerra ad oggi. Essere lavoratrici madri in una delle nostre imprese è un’impresa nell’impresa. Il part time involontario in Italia è in percentuali più che doppie rispetto alla media europea e quello volontario, di conseguenza, è meno della metà di quello europeo. Per contro il 24,8% delle donne occupate in Italia è sovraistruito, contro il 21,7% degli uomini, le Marche detengono il record tra le regioni del Centro Nord (dati Bes Istat 2015). Insomma, ci vogliono istruite ma non sanno che farsene di noi, troppa competizione li spaventerebbe, si sa.

Guai, però, a chi “tocca la famiglia”, la madre, la sorella, la fidanzata. All’unica ‘rivoluzione pacifica’ e incruenta del ‘900, quella femminile, non ha a tutt’oggi corrisposto un’analoga rivoluzione culturale maschile, una maggiore capacità degli uomini di saper gestire, con la medesima reciprocità ed autorevolezza, la crescita di autodeterminazione e consapevolezza che ha riguardato e riguarda le donne. Anche qui le analisi e le ricerche ci vengono in soccorso raccontandoci di un contesto di relazioni ancestrali, anche tra le giovani coppie, nelle quale maturano comportamenti e gesti violenti di cui le cronache ci danno conto così frequentemente. E se è vero che le parole sono i mattoni che costruiscono l’intelletto e le relazioni, qualcuno dovrebbe spiegarci perché dire “maestro” e “maestra” è considerato normale mentre di fronte all’utilizzo di “ministra”, che è la coniugazione corretta al femminile di “ministro” scattano sorrisini o epiteti. Ma alle donne, si sa, si può togliere la parola, infatti il 53% delle donne che appaiono in Tv non ne profferiscono neppure una. Per questo e per milioni di altre ragioni, ogni giorno dell’anno è un giorno buono per parlare di noi, con noi, tra noi, tra uomini e donne, dei motivi per cui siamo quello che siamo e di come realizzare insieme quello che vorremmo essere”.

*Segretaria Generale CGIL Pesaro

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