Pesaro, il Consiglio comunale dice sì alle linee programmatiche per la tutela della salute mentale

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8 marzo 2016

PESARO – Passano all’unanimità le linee programmatiche per la tutela della salute mentale. «Lo consideriamo un settore d’azione prioritario», dice Milena Signorotti (Pd), prima firmataria della delibera d’iniziativa consiliare. «Nel territorio i servizi sono all’avanguardia: lo dico da operatrice. Bisogna consolidarli e ampliarli, per rispondere ai nuovi bisogni con azioni concrete. Chiediamo più medici, progetti riabilitativi, tirocini, appartamenti dedicati, aiuti alle famiglie. L’obiettivo? Non è la stabilizzazione del disturbo ma il rilancio della presa in carica. Attraverso una filosofia incentrata sull’individuo». Tra i punti della delibera, si specifica: «L’efficienza organizzativa raggiunta impedisce di razionalizzare ancora. Ogni ulteriore riduzione di personale comporterà un calo delle prestazioni». Ancora: «Riprogettare il servizio di sollievo per renderlo più funzionale, ricercando una maggiore quantità di risorse. Integrare i tre servizi psichiatrici della provincia per rendere omogenee le procedure organizzative, la gestione degli accessi e la dimissione dalle strutture». Inciso: «Attualmente le risorse mediche sono appena sufficienti per la gestione corrente. Servono fondi per potenziare servizi territoriali e assistenza domiciliare. Aumentare le risorse anche per borse lavoro e tirocini formativi». Infine: «La delibera regionale del novembre 2014 riduce gli standard assistenziali. Ma la decurtazione delle ore e la maggiore partecipazione finanziaria dei familiari mettere a rischio la qualità del sistema socio-sanitario pesarese. Necessario il confronto con la Regione». La finalità è «conformare la delibera alle reali necessità dei servizi».

Contributi. Vito Inserra (Libera.mente), rappresentante del tavolo regionale delle associazioni sulla salute mentale: «Il Csm di Pesaro conta 93 operatori, con 4mila utenti e 13 mila visite nel 2015. L’integrazione con Fano e Urbino in area vasta non deve significare depotenziare il centro di Pesaro. E chiediamo il Csm sperimentale, h24, in tre anni: è una scommessa, ma il gioco vale la candela. Pesaro può essere anche città della salute mentale». Leo Mencarelli, direttore Dipartimento Salute Mentale di Pesaro: «Gli standard? Mantenuti ad alti livelli negli anni, ma ora l’integrazione con le altre aree appare più complessa. Non sono stati tagliati i servizi: vorremo continuare a non farlo. Le criticità restano il potenziamento sull’integrazione a rete, l’ampliamento dei percorsi lavorativi, il rafforzamento dei servizi di sollievo». Leonardo Badioli, direttore Dsm Asur Area Vasta 1: «Aumentando la quantità e la qualità delle richieste necessariamente si deve avere più personale. Il socio-sanitario? E’ tutto: non esiste sanitario che non abbia qualcosa di sociale. E viceversa». Per l’assessore Sara Mengucci, «la delibera è un nuovo punto di partenza per raccordare sempre più i servizi socio-sanitari. Guardiamo alla dignità di ogni individuo, con le azioni per il lavoro e l’autonomia abitativa. Il modello di welfare? Deve mirare alla rigenerazione della persona». Remo Giacchi (Fi): «Grande apprezzamento per gli operatori del settore. La delibera non sia solo una dichiarazione d’intenti: fra 12 mesi si riesamini per capire a chi punto si è arrivati». Edda Bassi (M5S): «Grazie alle associazioni: il loro lavoro per difendere quello che abbiamo è capillare. Incrementare il servizio? Sarebbe più che auspicabile. Alla politica, anche in questo caso, non spettano più parole ma fatti». Giovanni Dallasta (Siamo Pesaro): «Indispensabile potenziare il settore: nel futuro ci saranno sempre più emergenze sociali. Si accolgano le richieste degli operatori». Osserva il sindaco Matteo Ricci: «Vogliamo mantenere il nostro patrimonio sui servizi per la tutela della salute mentale. C’è bisogno di personale. Il messaggio alla Regione e all’Asur? No ai tagli nel settore: una questione da affiancare alle problematiche sull’ospedale».

Cartelloni pubblicitari: stop alla donna-oggetto. Approvate le modifiche al «regolamento per l’imposta sulla pubblicità relativa alle pubbliche affissioni» (astenuto Dallasta; contrario Giacchi; a favore il resto dei consiglieri). Premessa dell’assessore Giuliana Ceccarelli: «Da mesi ci stiamo confrontando sulle pubblicità che scavalcano l’etica, partendo dal protocollo d’intesa Anci-Iap (Istituto autodisciplina pubblicitaria, ndr). Ora integriamo il regolamento comunale sul rispetto della dignità della donna per rimuovere la pubblicità offensiva». Rafforzato il sistema auto-disciplinare per la pubblicità e per le affissioni pubbliche di competenza comunale, «considerata, tra l’altro, l’espressione chiara della legislazione europea per parità di genere, discriminazione e lotta alla violenza contro le donne. Individuiamo un ufficio adibito alle segnalazioni dei cittadini, che saranno trasmesse allo Iap», rileva l’assessore. Nota Chiara Panicali (Pd): «In base alle modifiche, tra l’altro, il gestore dell’impianto pubblicitario, contestualmente al rilascio dell’autorizzazione, dovrà sottoscrivere una clausola che impone a lui e agli inserzionisti di accettare il codice di autodisciplina. Con riferimento particolare ai principi di dignità delle persone». Ceccarelli: «Si vieta il ricorso ad affermazioni e rappresentazioni di violenza fisica, morale ed espressioni ritenute ripugnanti, indecenti o volgari», secondo la sensibilità dei consumatori. Infine: «La pubblicità non offenda le convinzioni morali, civili o religiose dei cittadini. E rispetti la dignità delle persone, in tutte le sue forme ed espressioni, evitando le discriminazioni. Si rompa l’ equivoco dell’ammiccamento e dell’ambiguità». Remo Giacchi (Fi): «Le discriminazioni di sesso vanno censurate, ogni uso strumentale del corpo della donna è da disapprovare. Ma il dispositivo della delibera non si può appoggiare: sembra un manifesto della teoria gender. Il termine ‘stereotipo di genere’ compare dieci volte». Inoltre: «Lo Iap non è istituzione pubblica: come si può accettare che il Comune obblighi un concessionario a sottoscrivere la norma e il regolamento di un’associazione privata?». Sul punto, ribatte Gianni Galdenzi: «Se il Comune è proprietario dei beni, o dà in concessione i suoi beni, allora può ‘imporre’ al concessionario determinati comportamenti. Nelle altre situazioni, resta l’invito ad aderire all’associazione. La premessa della delibera richiama il precedente ordine del giorno sul tema, votato da tutto il consiglio comunale nei mesi scorsi». Edda Bassi (M5S): «Si può e si deve parlare di stereotipo di genere, per abbatterlo, perché esiste. E’ una questione culturale. Almeno due pubblicità, negli ultimi tempi, sono state pagine da non ripetere. Se lavoriamo culturalmente per arrivare all’obiettivo tutti faranno fatica a remare nella direzione contraria».

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