Sanità, per Simona Ricci (Cgil) siamo al tutti contro tutti

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14 marzo 2016

Simona Ricci

Simona Ricci

Simona Ricci*

PESARO – Quando c’è la salute c’è tutto, recita la saggezza popolare. Le politiche sanitarie in questo senso, possono essere definite le politiche per eccellenza, quelle che dovrebbero occuparsi del bene primario per definizione. Ma è davvero così? La confusione sotto il cielo della politica locale regna sovrana. A Roma, invece, pare abbiano le idee chiarissime, anche se nessuno, a livello locale, almeno così sembra,  abbia voglia di dirlo ai cittadini, affinché possano giudicare. Da destra perché troppo occupati ad attaccare la sinistra, da sinistra e dal centro, perché troppo occupati a far quadrare il cerchio. Operazione, è evidente, appare assai complicata.

Il Governo Renzi ha sottratto al Fondo Sanitario Nazionale,  con le Leggi di Stabilità, 6,7 miliardi e  si sfiorano i 20 di miliardi se si sommano i tagli previsti nel Def dal 2016 al 2019.

A questi vanno aggiunti i quasi 6 miliardi di tagli a tutte le Regioni per il 2016, per non parlare dei minori finanziamenti al SSN dovuti al taglio Irap e non coperti da altri trasferimenti. Come dire che  il peggio deve ancora arrivare. Non solo: le Regioni hanno dovuto consegnare al Governo ,entro il 29 Febbraio, i piani di fabbisogno del personale, in barba alla Costituzione vigente che dà  loro piena autonomia, per far fronte alle assunzioni necessarie a coprire i turni del personale sanitario. Tali assunzioni sono vincolate dalla legge di Stabilità, che non stanzia un euro, ai tagli ai posti letto e alle misure di riordino. Di qui la fretta natalizia del Presidente Ceriscioli, con tanto di blitz a Capodanno per la chiusura dei Punti di primo Intervento negli ospedali e la chiusura delle lungodegenze.

Andrebbe raccontata così alle persone, per amore di verità. Gli unici che stanno protestando in giro per l’Italia sono i medici, (lo sciopero del 16 e 17 marzo è solo rinviato)   e tutto il personale sanitario, i sindacati dei lavoratori e dei pensionati, anche nelle Marche, i quali, non a caso, assieme alla rivendicazione del rinnovo contrattuale fermo da ben 7 anni, mettono questo al centro delle loro rivendicazioni e non la difesa dell’esistente, perché l’esistente, in alcuni casi, è davvero da terzo mondo.

Come se non bastasse la Corte dei Conti, nella sua relazione annuale sulla spending review in sanità, ci dice come oramai siamo arrivati ad un punto di rottura, sotto la media OCSE per spesa sanitaria sul PIL e con un aumento esponenziale della spesa privata. Non ci sono mai stati così pochi nati e così tanti morti dal dopoguerra nel nostro paese.  Se non c’è più la salute e la gente rinuncia a curarsi.

Ma invece di fare una discussione aperta, partecipata e trasparente, e, al limite, dicendo sinceramente contro chi bisognerebbe prendersela,  la Regione continua a deliberare tagli: la DGR 139 del 22 febbraio, non solo riconferma, definendo esclusivamente un periodo di transizione più lungo, rispetto a quanto già deliberato la vigilia di Natale, ma addirittura, annuncia una possibile rideterminazione, in peggio, della rete dell’emergenza territoriale e della continuità assistenziale entro fine anno. Come dire: vi abbiamo dato un’ambulanza medicalizzata in più e qualche ambulanza con infermieri, volontari, in più ma è possibile che entro fine anno ve la toglieremo. Intanto nessuna traccia di una tabella che ridetermini i posti letto, del 2013, aggiornati dopo i tagli.

Nel 2013 erano, molto teoricamente, nel nostro territorio 1003, di cui 813 per acuti e 190 di lungodegenza/riabilitazione, pari al 2,73 ogni 1000 abitanti, un punto in meno di Ascoli e Macerata, 0,09 più di Fermo. Ad oggi ne sono stati tagliati altri 55 di Lungodegenza, sostituiti con le cure intermedie, più altri 17 di Day Surgery. In questo conteggio, puramente teorico infatti, sono conteggiati alcuni posti letto di medicina e geriatria che dal 2013 avrebbero dovuto essere trasferiti all’Ospedale di Urbino. Peccato però che non ci fosse lo spazio fisico, e ancora oggi è così. Infatti non esistono. Ebbene, quanti sono ad oggi? Qual ‘è il confronto con le altre province marchigiane?

Numeri per dimostrare che nessuno, tra i sindacati confederali, ha mai sostenuto di voler mantenere l’esistente, o di non voler innovare la sanità anche riducendo la frammentazione ospedaliera.

Ma quello che è avvenuto e sta avvenendo è ben altro: meno servizi, meno salute, più liste d’attesa, più rinunce a curarsi o più spesa per i cittadini. La soluzione per il presidente della Regionei? Il modello lombardo: più privato. Peccato che la Regione Marche, secondo il Rapporto Agenas 2015, redatto in collaborazione con “Libera”, sia ultima in Italia per trasparenza nei rapporti con il privato accreditato e convenzionato e ultima per trasparenza nella libera professione.  Peccato che l’unica sperimentazione gestionale pubblico-privato delle Marche, la Montefeltro Salute srl sia finita così come è finita.

Peccato che in tanti casi i cittadini siano costretti a comprarsi i materiali sanitari per farsi fare le medicazioni perché oramai anche le scorte  degli ospedali sono finite: se non hai i soldi per pagarti un’assistente privata in ospedale ti arrangi, se non hai soldi per pagarti una fisioterapista che ti venga a domicilio per una riabilitazione post-ictus, attendi almeno due settimane prima di vederne una dal servizio sanitario pubblico.   Zero strutture alternative al ricovero ospedaliero, zero case della salute, nonostante si   legga che Mondolfo è una Casa della salute  e invece non è così: ma non lo è. E’ solo una Rsa con poliambulatorio. Stessa cosa per Urbania o Vallefoglia. Scomparsi i 400 posti letto aggiuntivi per la residenzialità protetta promessi due anni fa.

Nessuna risposta per il dramma dei malati di Alzheimer che non hanno la fortuna di essere ospitati nei pochissimi centri diurni del nostro territorio. E potremmo continuare. Dov’è finita la capacità di programmare il Servizio sanitario regionale? E’ la Giunta che decide di volta in volta? Perchè l’Asur ha un Atto aziendale (che per legge disciplina l’organizzazione dei servizi sanitari) che risale all’aprile del 2005? Dove sono le responsabilità  se non c’è nessun atto su cui si è chiamati  a rispondere e, quindi, ad essere giudicati per la capacità di dirigere il Servizio sanitario regionale?

Intanto si delibera sul sito del futuribile nuovo Ospedale Marche Nord. E si riparte dalla deliberazione degli 11 sindaci su 60 che scelsero Fosso Sejore e il partenariato pubblico-privato per la sua realizzazione. Questo leggiamo ma ancora una volta si parte con un errore di fondo quindi, un errore che prima di tutto è strategico, senza che ci sia alcuna chiarezza sul percorso, sulle risorse , su nulla. Tutti contro tutti. E l’annunciata clinica privata? A Fano? A Muraglia? Chissà dove prenderanno i posti letto da accreditare al privato, lo scopriremo a delibera fatta. Pare di sentire già i commenti:  “Ecco la solita Cgil che ce l’ha con il privato in sanità”.

Noi stiamo con la sanità pubblica, per tutti, con la sanità che applica i contratti nazionali di lavoro, che li rinnova quando è ora, che non lavora per il profitto ma per la salute, che pratica e persegue l’appropriatezza delle prestazioni e non i volumi di attività e di fatturato, con la sanità che ti garantisce un percorso interamente pubblico e gratuito prima e dopo un intervento chirurgico e non ti costringa a passare, privatamente e a pagamento, in uno studio medico. Cose che fanno la differenza.

Le Conferenze dei sindaci di Area Vasta che, in base alla legge 13/2003, dovrebbero essere chiamate preventivamente a dire la propria sugli atti di programmazione sanitaria, appaiono quanto meno luoghi deputati ad altri scontri. Le Conferenze dei Sindaci di Area Vasta, assediate dai comitati, potrebbero riprendersi il diritto di dire la propria e il diritto   di ascoltare chi rappresenta i lavoratori della sanità pubblica, a partire dai sindacati confederali. Lo prevede la legge 13 del 2003. Ascoltare è il primo passo per comprendere e per decidere”.

*Segretario provinciale Cgil Pesaro e Urbino

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