La grande Vuelle rivive al Cruiser. Valerio Bianchini ha raccontato il primo scudetto Scavolini

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15 marzo 2016

PESARO – L’Hotel Cruiser di Pesaro ha ospitato ieri duecento persone venute a rivivere, attraverso i racconti del coach dell’epoca Valerio Bianchini, l’atmosfera del primo scudetto vinto dalla Victoria Libertas. Il tutto nel quadro dei festeggiamenti per il 70° anniversario della VL. Intervistato dall’allora caporedattore basket della Gazzetta dello Sport Enrico Campana, Bianchini ha riportato i presenti agli anni d’oro della squadra biancorossa. Tra essi, alcuni dei protagonisti dell’epoca: accanto all’attuale presidente della VL Ario Costa, c’erano Domenico Zampolini, Walter Magnifico, Renzo Vecchiato, Santi Puglisi. Bianchini, accolto da ovazioni e cori, ha confermato le sue doti di affabulatore. “I ricordi sono cari se si possono ancora ricordare. E qui a Pesaro c’è ancora tanta passione, c’è un palasport tra i più belli d’Italia forse frutto anche del primo scudetto; era tanto tempo che non venivo qui, ed ho ritrovato un bellissimo tifo, educato e caloroso, un’ottima organizzazione societaria e ho visto una squadra giocare benissimo. Poi, per me, è stato meraviglioso rivedere Austin, figlio di Darren Daye, che per me è il miglior giocatore quanto a fondamentali visto in Italia negli ultimi 10 anni. Dobbiamo tutti ringraziare Costa e Luciano Amadori per la loro fede e il loro impegno”.

Coach Valerio Bianchini accolto all'Adriatic Arena dal Presidente del Consorzio Luciano Amadori durante la vittoria della Consultinvest su Sassari

Coach Valerio Bianchini accolto all’Adriatic Arena dal Presidente del Consorzio Luciano Amadori durante la vittoria della Consultinvest su Sassari

“Sono venuto a Pesaro perché avevo conosciuto Magnifico, Costa e Gracis in nazionale e avevo pensato che potessero rappresentare il nucleo di una grande squadra. Erano giunti alla loro maturazione. Poi si trattava di aggiungere altri giocatori che aiutassero loro a sbocciare. Prendemmo Ballard, che era più che altro un ottimo terminale offensivo, e Aza Petrovic, gran realizzatore ma un po’ egoista. Il cambio dei due USA fu decisivo. In una riunione al termine della regular season dissi alla squadra che noi facevamo i play-off per vincere il campionato, non per partecipare. Volevamo vincere anche perché i campioni d’Italia avrebbero giocato l’Open di Madrid con Real, Jugoslavia e Boston Celtics. Ai tempi, la NBA era lontana anni luce”.

“A Pesaro c’era già una società strutturata, che era stata già capace di arrivare a due finali scudetto. Il patron Valter Scavolini assimilava la squadra alla sua famiglia, tagliare un giocatore era una cosa che lo schoccava moltissimo. Io pensavo che avevamo bisogno di maggior fisicità, difesa e leadership. Cook lo seguivo ogni anno, lo avevano appena tagliato i Nets. La domenica della partita con Livorno mi do malato e parto per gli USA, a Lacrosse, per vedere giocare dal vivo Darwin Cook. In partita, viene completamente oscurato da Ray Sugar Richardson. Intanto, da Pesaro mi avvertono che Petrovic aveva segnato 42 punti con Livorno. Vado a cena con Cook, avevo quasi cambiato idea. Poi lui, mentre io cerco di trovare le parole per dirglielo, mi afferra un braccio e mi fa “Coach, I’m your man”. Conta la luce negli occhi dei giocatori: avevo deciso, anche se all’inizio avevo tutti contro di me. Daye lo seguivo da quando era a UCLA. Avevo conosciuto Red Auerbach anni prima grazie al responsabile Buitoni USA. Daye era caduto in disgrazia ai Celtics a causa di un’intervista che non era piaciuta a Larry Bird. Arriviamo a Caserta in gara 1 dei quarti dei playoff con il nuovo assetto (Daye e Cook al posto di Ballard e Petrovic) e da bordo campo un signore elegantissimo mi fa: ‘Bianchini, hai cagnato più neri tu di Moana Pozzi’. Quello era il clima a quei tempi”.

La Scavolini del primo scudetto

La Scavolini del primo scudetto

Come si vincono gli scudetti? Ci vogliono tre cose: tecnica, politica e comunicazione. La qualità tecnica Pesaro l’aveva sempre avuta. La politica, chiaramente, era contro: Pesaro era vista come un’intrusa. Quindi, serviva la comunicazione: io già con Roma avevo ingaggiato una lotta di quel tipo con Dan Peterson e Milano, ma avevo Roma dietro le mie spalle. Con Pesaro era più difficile, ma a dare il là fu Repubblica che diede un famoso titolo ad una mia intervista: “Casalini é il robocop di Peterson”. In realtà la battuta fu di Emanuela Audisio, l’intervistatrice. Si scatenò una polemica furibonda, ma io non smentii nulla ed anzi la cavalcai da quel momento in poi. La nostra diventò una battaglia contro il potere costituito, il nuovo contro il vecchio”. Chiusura con un ricordo meno noto di Walter Magnifico: “Avanti 2-0, perdemmo buttandola via gara tre di finale a Milano. Bianchini si arrabbiò moltissimo, ma noi non capivamo perché: ma perché ti scaldi così tanto, gli dicevamo, guarda che a Pesaro vinciamo!”. 

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