“Sette brevi lezioni di fisica”: la recensione del libro di Carlo Rovelli

Luciano Bertuccioli

Ci sono libri che attraversano il firmamento letterario come meteore lasciando tracce infinitesimali negli scaffali delle librerie e nelle memorie, e sono la maggioranza. Poi ci sono opere che meritano il successo, vengono lette e ristampate, presidiano le classifiche e danno gioia ai fortunati lettori. Insomma diventano veri e propri classici come “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli.

Se, da un punto di vista teorico, si presume non siano molti gli interessati a sorbirsi lezioni di Fisica, essendo argomento difficile e trattando sistemi troppo grandi o troppo piccoli per la nostra immediata percezione, il formato del libro – una novantina di pagine – e quel “brevi lezioni” del titolo rassicura alquanto. Poi se la curiosità e la volontà di saperne di più prevale e ci convince, la lettura ripaga ampiamente. La bravura di Carlo Rovelli, scienziato di fama internazionale, e membro della Accademia Internazionale di filosofia della scienza, sta nel riuscire con un linguaggio semplice e preciso, affascinante come un racconto, a spiegarci la scienza della natura e le leggi che governano l’universo. Non ci sono equazioni da decifrare, ma semplici concetti di complicate realtà da conoscere, con la certezza di aver solo sfiorato l’immenso, riuscendo a cogliere però l’essenziale, quello che ci rende consapevoli e coscienti. Come le migliori opere a cui si abbevera il nostro desiderio di sapere non c’è solo l’affacciarsi al mondo del mistero con efficaci illuminazioni, ma tra le nostre mani abbiamo un generatore di domande e di riflessioni, quell’aprire porte non conosciute che più di ogni altra cosa gratifica e dà soddisfazione. Un percorso simile deve aver vissuto Albert Einstein, il più grande scienziato del Novecento. “Raggiunta la famiglia in Italia Albert leggeva Kant e seguiva lezioni all’università di Pavia: per divertimento, senza essere iscritto o fare esami. E’ così che si diventa scienziati sul serio”.

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