Orfeo e Euridice di Gluck domenica nel cortile della Madonna delle Grazie

di 

27 luglio 2016

Paolo Montanari

PESARO – Dopo la prova “generale’’ dei mesi scorsi in una serata piovosa, l’International Opera Studio, propone ORFEO E EURIDICE DI GLUCK , opera musicale su libretto di Ranieri de’ Calzabigi.

IMG-20160612-WA0054-2-2-2

In primo piano il mezzosoprano Kyoka Iguchi e, sullo sfondo, la pianista Mari Batilashvili e la lettrice Marta Fossa

Questa scuola musicale, diretta dal soprano greco Inga Balabanova, dopo le insidie dell’Idomeneo di Mozart, porta in scena nel cortile del convento dei frati dell’Ordine dei Servi di Maria di Pesaro, una riduzione in messinscena teatrale dell’opera di Gluck e i tre atti vengono ridotti in un’ora di spettacolo, senza però sacrificare  la storia e la musica. Merito senz’altro delle tre protagoniste: Orfeo, il mezzo soprano Kyoka Iguchi; Euridice, il soprano Elena Prybyliuk e Amore, questa la novità rispetto alla prova primaverile, il soprano Mariami Tkemaladze, una giovane allieva georgiana della scuola di Inga Balabanova, cantante lirico, che fra l’altro ha presentato alcuni anni fa una registrazione discografica dell’Ivanohe di Rossini.

La data in questione è domenica 31 luglio alle 21,15 nella splendida location conventuale dei Servi di Maria.

Orfeo e Euridice fu scritta da Gluck nel 1762 e venne rappresentata la prima volta a Vienna al Burgtheater il 5 ottobre 1762 e in Italia nel 1769 al teatro regio di Parma.

Ma partiamo dal mito di Orfeo, che è stato sin dalle origini legato all’elemento musicale. In epoca moderna la storia del cantore solitario, capace di comunicare attraverso il suono della sua lira con gli animali della terra e le creature dell’oltretomba, è stato oggetto di innumerevoli versioni musicali. Sulla sua storia d’amore con la ninfa Euridice si basa il libretto della prima opera: Euridice di Ottavio di Rinuccini (1600); ma il soggetto ha avuto grande fortuna durante tutta la fase iniziale della storia dell’opera, sia per il legame tra il nuovo genere teatrale  e il dramma pastorale, sia perché la presenza di un musico come protagonista era in grado di soddisfare il principio di verosimiglianza. Ma prima di fare un excursus sulla fortuna dell’Orfeo ed Euridice nel teatro del Settecento, non si può tralasciare il significato baroccodi quest’opera in Claudio Monteverdi. La prima rappresentanzione di questo capolavoro monteverdiano risale al 1607 e fu scritto su libretto di Striggio ed è forse la prima opera lirica nell’arcio della Storia del Melodramma. Il mito di Orfeo tramandato dalla Grecia classica, fu ripreso da Monteverdi in una prospettiva poetica aristotelica.

Ma qual è la differenza con Orfeo ed Euridice di Gluck? Nei cinque atti dell’opera monteverdiana, i personaggi interpretano lo svolgersi degli eventi, in una struttura corale eschilea, dove si racconta le vicende e il commento. E la prima grande differenza fra l’Orfeo di Monteverdi e Orfeo e Euridice di Gluck, sta nel fatto che in Glucknon è Orfeo a compiere il peccato ma Euridice. Orfeo si volta perché Euridice lo accusa di indifferenza se non di crudeltà, e Orfeo cede per non far soffrire l’amata. Nell’Orfeo di Monteverdi non vi sono arie con da capo, e tantomeno recitativi secchi. Il canto solistico è un declamato, a volte con espressioni anche ricche di virtuosismo, alternato a brevi interventi dell’orchestra (ritornelli e sinfonie). Il coro,assume frequentemente ritmi di danza. La musica non ha una vera e propria tonalità: è fondamentalmente modale, accompagnata dal basso continuo. La polifonia è prevalentemente basata sul contrappunto e raramente si ascoltano dissonanze. L’esempio scenografico più vicino a questa composizione è stata quella voluta da Wilson, che con la sua regia, si è adattato splendidamente alla struttura drammaturgica di tipo greco classico. Gluck in una lettera pubblicata il 1 febbraio 1773 sul Mercure de France, rede omaggio al suo librettista Ranieri de’ Calzabigi, all’indomani del successo decretato dal pubblico per la prima di Orfeo e Euridice, perché il librettista italiano, con grande esperienza teatrale diversa dal modello del Metastasio, a cui imputava di non aver portato in scena passioni esemplari.

IMG-20160612-WA0017-4

Il mezzosoprano Kyoka Iguchi e, in piedi, la lettrice Marta Fossa

Il successo europeo dell’opera di Gluck è dovuta alla sua complessità della partitura musicale e la differenza rispetto ai soggetti mitologici in particolare a quello di Orfeo, a cui attinse Monteverdi, consiste nell’avere umanizzato i personaggi che vivono e sentono in quanto uomini e donne e non esseri astratti. A questo proposito le interpretazioni di Orfeo ed Euridice nella riduzione di Inga Babalanova, evidenziano proprio queste caratteristiche del canto umano. In particolare la mezzo soprano giapponese, Kyoka Iguchi  nel ruolo di Orfeo già nella prova generale ha evidenziato uno stile di canto che aderisce al testo e una passionalità che coniuga la gestualità del corpo alla musica. Euridice, la soprano Elena Prybyliuk, anche se non raggiunge il pathos musicale e vocale di Orfeo, crea un’immagine indimenticabile nell’incontro con l’amato. Orfeo sta guidando Euridice invitandola a seguirlo (Vieni, segui i miei passi, unico amato oggetto). Nel recitativo ,dell’atto terzo, Euridice, personaggio non più mitologico, risponde ad Orfeo chiedendogli come sia stato possibile il suo ritorno in vita.  Segue il duetto molto bello Vieni! Appaga il tuo consorte, dove Euridice afferma di preferire la morte alla freddezza dello sposo amato. Euridice, è sconvolta e comprende che Orfeo le sta nascondendo un segreto. Subito dopo Euridice intona la convenzionale aria di furia (Che fiero momento) e alle sue nuove preghiere,Orfeo non resiste e si volta a guardare la sposa che ritorna ad essere un’ombra. A questo punto Orfeo canta la celebre aria “Che farò senza Euridice”. Ma Inga Balabanova, con un tocco di bacchetta magica fa ricongiungere per sempre nel sonno della morte i due amanti.

Molto interessante la lettura e sentita interpretazione di Marta Fossa, nel recitativo di Euridice. La Fossa entra nel personaggio in maniera passionale ma anche evidenziando la fragilità della donna amata, che sente l’avvicinarsi della morte e di un possibile abbandono. Merito di Marta Fossa, di avere forti doti di sensibilità artistica e di sapersi sdoppiare anche in una coralità di personaggi, in maniera moderna che però non dimentica la tradizione greca classica. Distaccata e abulica, soprattutto per l’incapacità di entrare nel personaggio e nel coro, quella di Max Baronciani, a cui , con tutto il rispetto della persona, auguriamo di rivolgersi ad altre ambizioni culturali.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>