Rof, un telefono interrompe un’emozione, ma non il grande successo del Turco in Italia. Ora tocca al ritorno di “Ciro in Babilonia”

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10 agosto 2016

Turco in ItaliaPESARO – Estasiati dalla bellezza de La donna del lago, che ha inaugurato il XXXVII Rof con un allestimento che entrerà nella storia del Festival pesarese, siamo entrati emozionati nel Tempio. Il Teatro Rossini che ospita due produzioni: Il Turco in Italia e Ciro in Babilonia. Incredibile accostamento, in un momento in cui la “storia” è soprattutto il Medio Oriente, il Rossini Opera Festival propone due opere che sono due poli opposti.

Il Turco in Italia è un’opera buffa, anche se ciò che accade ai giorni nostri nella Turchia di Erdogan ha poco, anzi niente, di buffo. Quando un presidente democraticamente eletto si rivolge al popolo per chiedergli se è favorevole o contrario alla pena di morte, “pronto a rispettarne il volere”, ci sembra di piombare indietro di un paio di millenni, alla Roma antica, al Colosseo, al pollice verso.

Per fortuna, la musica di Rossini è così bella e il libretto di Romani così divertente che fanno dimenticare la… Babilonia in cui sta piombando il mondo…

Quasi tre ore di fila e d’attesa – e vi spiegherò il perché – per acquistare il biglietto di Loggione e seguire Il Turco in Italia con il vero “popolo del Rof”. Speriamo ne valga la pena, ho pensato mentre il tempo sembrava essersi fermato.

Ne è valsa la pena, posso confermare a fine rappresentazione. Lo spettacolo allestito da Davide Livermore travestito da Federico Fellini è veramente piacevole, bene assecondato dai costumi di Gianluca Falaschi (foto), dalle luci di Nicolas Bovey e dal videodesign D-Wok.

tURCO 2La Filarmonica Gioachino Rossini, magistralmente diretta da Speranza Scappucci (nella foto applaudita fine rappresentazione), eccellente anche al cembalo, e sostenuta dal Coro del Teatro della Fortuna “Mezio Agostini”, mette nelle condizioni migliori un ottimo cast vocale in cui spicca per presenza e applausi Nicola Alaimo, sempre più “pesarese”. Il suo Geronio è un capolavoro, il pubblico lo ringrazia con vere e proprie ovazioni.

Colpiscono subito i costumi, tra dive degli anni della grande crescita, dopo i disastri della Seconda Guerra Mondiale, e personaggi del circo. Del resto, Zaida, la zingara che legge le carte, è ambientata, come nelle nostre memorie, tra circhi e luna park di periferia.

A simboleggiare ancor più il divismo degli anni ’50 e ’60, tra pellicce d’ermellino e boa con piume di struzzo, Livermore colloca in palcoscenico una Vespa. E sul tavolino l’altrettanto mitica macchina da scrivere targata Olivetti; vista dal quinto piano, dal Loggione, sembra davvero la Lettera 32 esaltata da Montanelli.

Peccato che, durante l’esecuzione molto ispirata da Olga Peretyatko – Fiorilla “Squallida veste bruna”, si ritorni nel 2016 con un telefono cellulare che suona a lungo, interrompendo un’emozione. Indice di cattiva educazione e di massima disattenzione, visto che a inizio rappresentazione – in diverse lingue – si ricorda agli spettatori di spegnere il telefono.

Alla fine sono 7 minuti e qualche secondo d’applausi, come la sera prima per La donna del lago. Con tutto il rispetto… E comunque ci è sembrata decisamente freddina l’accoglienza riservata a Erwin Schrott, che invece ci ha fatto rimpiangere di seguire poco gli eventi mozartiani

TURCO 3Appare evidente che gli spettatori, pure entusiasti, non vedono l’ora di abbandonare l’Adriatic Arena, mentre nel Teatro Rossini si sentono a casa. Beh, è il Tempio della cosiddetta Città della Musica, che il sindaco Ricci e l’assessore Vimini, nel palco presidenziale, sostengono con passione, mentre alcuni melomani continuano a ritenere scandaloso andare in pullman nel deserto della Torraccia, del tutto restii a paragonare un teatro d’opera a a una multisala cinematografica, a una sala giochi e ad altre attività commerciali.

Non si tratta di essere snob, crediamo, ma di volere vivere la città nella sua interezza. L’Adriatic Arena, perfetta per lo sport, è priva di personalità, di quella personalità cara al Popolo del Rof. Che mercoledì sera ritornerà volentieri nel Tempio rossiniano.

Ewa Podles, ma non solo, per un attesissimo ritorno di Ciro in Babilonia

Ciro in Babilonia (foto Amati Bacciardi) è un ritorno a distanza di soli 4 anni. A renderla intrigante basta la presenza di Ewa Podles, contralto polacco che sarebbe già famosa per vantare più di tre ottave d’estensione. Non basta: ha una vocalità semplicemente straordinaria che ne fanno una delle grandi interpreti tra i due secoli.

Ciro in Babilonia

Ciro in Babilonia

Già nel 1984 era protagonista assoluta nel Teatro dell’Opera di Roma, dando voce ad Angelina ne La Cenerentola di Rossini. Da allora, la sua città natale, Varsavia, la vede sempre più raramente, impegnata nei più grandi teatri del mondo, dove interpreta straordinari personaggi. Se lei è Ciro, Antonino Siragusa dà voce a Baldassare, mentre Pretty Yende, bellissima voce sudafricana, soprano, è Amira. Sul debutto di Yende c’è grande attesa, E così, coi confessavano alcuni grandi appassionati, anche per Oleg Tsibulko, basso moldavo di 32 anni, che nel 2011 ha debuttato nel mitico Teatro Bolshoi, a Mosca. Tsibulko ha in repertorio il rossiniano Bartolo (Il barbiere di Siviglia), ma anche grandi personaggi mozartiani. Nel cast – sottolinea il Rof – “alcuni dei talenti sbocciati all’Accademia Rossiniana: Isabella Gaudì, Alessandro Luciano e Dimitri Pkhaladze

Come già anticipato, la regia è di Davide Livermore, coadiuvato dai soliti collaboratori

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