“Sole di mezzanotte” di Jo Nesbo: la recensione

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22 agosto 2016

Luciano Bertuccioli

PESARO – Un Jo Nesbo come non lo avete mai letto o, se é la prima volta, che leggerete tutto d’un fiato, come si dice. “Sole di mezzanotte” è la storia di Jon, o se preferite Ulf, nome fasullo ma buono come un altro, è la storia di una fuga, braccato dai sicari del Pescatore, il re della droga, al quale ha fatto qualche torto.

Una crime story ambientata a Kasund, nel Finnmark, là dove il sole non tramonta per mesi e anche a mezzanotte è  sul filo dell’orizzonte. E’ lì che la fuga ha termine, dopo milleottocento chilometri da Oslo, su al nord. La fuga di un uomo che lotta con il suo passato, con la realtà di una vita non adatta a lui che ha un cuore tenero, incapace di far del male fino in fondo.

L’illusione di trovare un posto per sopravvivere, là dove nessuno lo possa trovare è effimera e consapevole. Qui incontrerà Lea e suo figlio Knut e una comunità cristiano radicale, i Laestadiani, con le loro intransigenti regole. Ma nessuno può sfuggire alla resa dei conti, e Jon si troverà a confrontarsi con se stesso e con chi lo vuole stecchito.

Ci sarebbe la possibilità di un riscatto, ma il confine tra la vita e la morte è sottile e indefinibile. Con un linguaggio introspettivo, crudo, spietato come la mancanza di una vera luce, là  dove in Estate il sole non tramonta mai, il romanzo descrive  ogni personaggio alle prese con il bene e il male. C’è una unica strada per ripartire: avere qualcosa che ci lega agli altri.

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